Il presidente dell'SPD Martin Schulz, a sinistra, e il membro del partito Michael Groschek. a Dortmund il 15 gennaio (MARCEL KUSCH/AFP/Getty Images)
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  • sabato 20 Gennaio 2018

Domenica si decide dove va la Germania

E sarà un giorno come pochi altri soprattutto per i socialdemocratici, che dovranno decidere se appoggiare un nuovo governo della loro rivale Angela Merkel

Il presidente dell'SPD Martin Schulz, a sinistra, e il membro del partito Michael Groschek. a Dortmund il 15 gennaio (MARCEL KUSCH/AFP/Getty Images)

Domenica in Germania si terrà il congresso del Partito socialdemocratico (SPD, la sigla in tedesco), uno degli appuntamenti politici più importanti nel paese degli ultimi mesi. I delegati dell’SPD dovranno votare sull’accordo trovato dai dirigenti del partito con l’Unione cristiano-democratica (CDU), il partito della cancelliera uscente Angela Merkel, allo scopo di formare un governo di coalizione che metta fine all’incertezza politica che si è creata in Germania dalle ultime elezioni, a settembre, da cui non era uscita alcuna maggioranza parlamentare.

Se domenica vincerà il “sì”, i socialdemocratici appoggeranno per la terza volta dal 2005 un governo guidato dal principale partito del centrodestra tedesco, la CDU, creando una nuova “grande coalizione”; se vincerà il “no”, invece, Merkel dovrà decidere se formare un governo di minoranza, debole e senza importanti appoggi, o se tornare a nuove elezioni. Il congresso di domenica dell’SPD sarà importante non solo per stabilire se Merkel governerà per altri quattro anni, ma anche per capire cosa ne sarà del futuro del partito socialdemocratico tedesco, che da anni è in una crisi profonda.

La leadership dell’SPD, compreso il suo presidente Martin Schultz, è tutta schierata a favore del “sì”. Sostiene che nell’accordo preliminare di coalizione con la CDU, trovato il 12 gennaio, i socialdemocratici siano riusciti a imporre diversi punti del loro programma, tra cui una riduzione delle tasse per le fasce della popolazione a reddito più basso e una nuova politica sull’immigrazione. Sostiene inoltre che andare a elezioni anticipate sarebbe un rischio enorme per l’SPD, che negli ultimi sondaggi viene dato al 18 per cento, 2 punti e mezzo in meno del già pessimo risultato elettorale di settembre. C’è però una grande parte del partito che la pensa diversamente, in particolare la corrente più a sinistra, l’organizzazione giovanile e diversi leader regionali e locali. I sostenitori del “no” dicono che le altre due volte che i socialdemocratici hanno governato con la CDU ne sono usciti indeboliti. Dicono anche che il partito dovrebbe fermarsi a riflettere, in un certo senso: rifondarsi e uscire dalla logica delle alleanze con il suo principale avversario politico.

L’SPD sta perdendo consensi da anni. Alle ultime elezioni ha ottenuto il 20,5 per cento dei voti, pari a 153 seggi nella Camera bassa, il Bundestag, 5 punti percentuali e 40 seggi in meno rispetto alle elezioni precedenti, quelle del 2013. Ma la crisi dell’SPD arriva da più lontano, così come le divisioni interne al partito: iniziò con l’appoggio del cancelliere dell’SPD Gerhard Schröder a politiche più liberiste e centriste, all’inizio degli anni Duemila. Quelle misure contribuirono moltissimo alla ripresa economica della Germania, ma allontanarono molti elettori socialdemocratici. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata ulteriormente, perché l’SPD ha perso consensi sia alla sua destra, con lo spostamento della CDU di Merkel verso posizioni più centriste, sia alla sua sinistra, con i buoni risultati di Die Linke (La sinistra), che alle ultime elezioni ha ottenuto quasi il 10 per cento dei voti, pari a 69 seggi.

È difficile fare previsioni su quello che deciderà domenica il congresso dell’SPD, viste le sue profonde divisioni. Se anche dovesse vincere il “sì”, comunque, non sarebbe del tutto finita: il presidente del partito, Schultz, si è impegnato a sottoporre al voto anche i dettagli dell’accordo di coalizione con la CDU. A quel punto l’accordo sarebbe però votato da tutti i membri del partito, 440mila persone, che secondo gli ultimi sondaggi sarebbero più aperti all’ipotesi di una grande coalizione rispetto ai soli delegati, circa 600, che voteranno domenica.