Ci stiamo avvicinando a un test universale sul cancro

Una "biopsia liquida" con un esame del sangue permette di identificare 8 diversi tipi di tumore, con risultati molto promettenti

Cellule tumorali morenti viste al microscopio (Wikimedia)

Un test per rilevare la presenza di tumori al loro primo stadio è stato sperimentato con successo da un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University, negli Stati Uniti. L’esame non è invasivo e consiste in un semplice prelievo del sangue, che viene poi analizzato alla ricerca di tracce di DNA e specifiche proteine rilasciate dalle cellule tumorali. Secondo gli autori della ricerca, i risultati ottenuti sono un nuovo importante passo avanti verso lo sviluppo di un test universale che permetta di rilevare la presenza di vari tipi di tumore prima che questi si siano diffusi, diventando più pericolosi e difficili da trattare.

Biopsia liquida
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Science ed è stato accolto con grande interesse. Semplificando, la crescita delle cellule tumorali è guidata da particolari mutazioni genetiche, le cui tracce di DNA vengono poi rilasciate nella circolazione sanguigna dalle cellule malate morenti. Questo processo è noto da tempo ed è al centro di numerose analisi in vari centri di ricerca in giro per il mondo. L’obiettivo è realizzare una sorta di “biopsia liquida”, uno strumento diagnostico che permetta di rilevare facilmente e il prima possibile la presenza di quelle tracce di DNA nel sangue, in modo da scoprire se una persona stia sviluppando un tumore e di che tipo, così da rimuoverlo quando non si è ancora diffuso (metastasi). Il principio è di per sé semplice, ma è enormemente complicato trovare la giusta combinazione di marcatori da analizzare nel sangue per metterlo in pratica.

Gli approcci per realizzare un test universale sul cancro variano molto, a seconda dei centri di ricerca e delle risorse di cui dispongono. Negli ultimi anni, per esempio, alle soluzioni più tradizionali si sono affiancati sistemi basati sull’analisi statistica di un’enorme mole di dati (“big data”), alla ricerca dei migliori indizi da seguire nel sangue. Nel 2016, la grande azienda specializzata nelle analisi del DNA Illumina ha per esempio dato fondi per un miliardo di dollari a Grail, una startup che sfruttando i big data vuole raccogliere le sequenze genetiche di migliaia di geni presenti nel sangue di altrettante persone malate di cancro, con lo scopo di trovare i migliori indicatori della malattia.

Geni e proteine fanno da spie
I ricercatori della Johns Hopkins hanno seguito una strada più tradizionale, concentrandosi sulla ricerca nel sangue di specifici geni legati ai tumori. Facendolo, si sono resi conto che più geni venivano compresi nei test, minore era l’affidabilità dei risultati. Hanno allora provato a ridurre il numero di geni, mantenendone solo 16 che tendono a mutare e sono comuni in diversi tipi di cancro. In seguito hanno aggiunto otto proteine, già note per essere indicatori affidabili sulla presenza di particolari forme tumorali. Dopo numerosi tentativi, i ricercatori hanno infine trovato la giusta combinazione per rendere il loro test sensibile a sufficienza da poter rilevare non solo la presenza del tumore, ma anche il tipo di cancro sviluppato dal paziente.

Per verificare l’efficacia del loro sistema, chiamato CancerSEEK, i ricercatori hanno sottoposto 1.005 pazienti con 8 diversi tipi di tumore (allo stadio iniziale, senza metastasi) al test. La biopsia liquida ha permesso di rilevare la presenza della malattia nel 33-98 per cento dei casi, a seconda del tipo di tumore. I risultati migliori sono stati raggiunti con il cancro alle ovaie, seguito da tumori a fegato, stomaco, pancreas, esofago, colon-retto, polmoni e seno. In media, il test ha rilevato il 70 per cento dei tumori, uno dei risultati più alti finora raggiunti con questo tipo di esami.

Nel loro studio, i ricercatori della Johns Hopkins scrivono che CancerSEEK ha dato anche pochi falsi positivi, segnalando cioè la presenza di un tumore dove in realtà non esisteva. In una serie parallela di test di controllo, il sistema ha portato a meno dell’1 per cento di falsi positivi. Nell’80 per cento dei casi in cui ha rilevato correttamente la presenza del tumore, CancerSEEK ha anche permesso di ridurre a 2 i possibili punti in cui si è sviluppata la malattia. La loro identificazione precoce consente di effettuare interventi mirati per rimuovere il tumore, prima che si diffonda.

Costi e dubbi
CancerSEEK è in fase di brevetto e dovrebbe costare inizialmente meno di 500 dollari per ogni test. Il prezzo non è alto, considerato che altri esami per la diagnosi precoce – come la colonscopia – costano cifre simili. Inoltre, se dovesse diffondersi molto, il test potrebbe diventare ancora meno costoso ed essere un importante complemento nella fase diagnostica.

Il risultato raggiunto presso la Johns Hopkins è un importante progresso, ma la strada verso un test universale affidabile per il cancro è ancora lunga. Il problema dei falsi positivi non deve essere sottovalutato: CancerSEEK va alla ricerca di proteine nel sangue che indicano la presenza di tessuti danneggiati, ma il problema è che queste proteine sono spesso presenti anche in pazienti che non stanno sviluppando un tumore ma hanno semplicemente forti infiammazioni, come nel caso di chi soffre di artrite. Le prove per verificare l’incidenza dei falsi positivi sono state condotte finora su una popolazione di volontari in salute, quindi su pazienti meno sani si potrebbe registrare un aumento. CancerSEEK si è inoltre rivelato efficace nel trovare tumori in persone cui era già stato diagnosticato il cancro, ma potrebbe faticare a trovare tracce sufficienti di DNA nel sangue di chi non ha ancora sviluppato sintomi ed è in una primissima fase di sviluppo tumorale.

Per verificare ulteriormente l’efficacia di CancerSEEK è stata avviata una sperimentazione presso un centro di ricerca in Pennsylvania, sempre negli Stati Uniti. Il progetto è sostenuto da un finanziamento privato da 50 milioni di dollari ed è rivolto a volontarie tra i 65 e i 75 anni che non abbiano mai avuto il cancro. Avrà una durata di 5 anni e coinvolgerà nel complesso 50mila volontarie con un periodico esame del sangue con CancerSEEK. Nel caso in cui il test dia esito positivo per due volte di fila su una stessa volontaria, si passerà a esami più tradizionali per la diagnosi del tumore.

Non tutti sono convinti sull’utilità del progetto e dicono che ci potrebbero essere casi in cui sia disposto il trattamento di tumori di lievissima entità, difficilmente in grado di crescere a sufficienza per causare qualche problema. Il tema va oltre CancerSEEK e rientra nell’ampio dibattito sulle diagnosi sempre più approfondite per il cancro, che a volte portano a un eccessivo interventismo con operazioni costose e che comportano comunque qualche rischio, senza contare lo stress per i pazienti. Gli autori della ricerca dicono invece che CancerSEEK sarà uno strumento complementare per le diagnosi, utile proprio per fornire agli oncologi un quadro più preciso delle condizioni del paziente e decidere se e come intervenire.

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