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  • domenica 31 dicembre 2017

Le grandi proteste in Iran, spiegate

Sono iniziate d'improvviso – forse organizzate dagli ultraconservatori? – ma nel giro di pochi giorni sono andate fuori controllo: breve guida su quello che si sa

di Elena Zacchetti
Studenti iraniani protestano all'Università di Teheran, il 30 dicembre 2017 (STR/AFP/Getty Images)

Tre giorni fa a Mashhad, una città di due milioni di abitanti nel nord-est dell’Iran, centinaia di persone si sono ritrovate per protestare contro il recente aumento dei prezzi e a favore di migliori condizioni economiche. A un certo punto alcune di loro hanno cominciato a urlare: «Morte a Rouhani», riferendosi al presidente iraniano Hassan Rouhani, il politico più noto e importante del fronte moderato iraniano (se dovessimo fare una semplificazione che più non si può: il fronte moderato è quello che sarebbe il centro da noi).

Nel giro di poche ore le proteste si sono estese in due città vicine, Neyshabour e Kashmar. Il giorno dopo sono arrivate fino a Qom e Isfahan, nel centro e nell’ovest dell’Iran. Il giorno dopo ancora ci sono state manifestazioni in diverse città fino a quel momento non coinvolte, come Teheran, nonostante il monito del ministro degli Interni iraniano di evitare «riunioni illegali».

Ieri due persone sono state uccise a Dorud, una città della provincia occidentale di Lourestan, dopo che la polizia aveva cominciato a sparare contro i manifestanti che stavano cercando di occupare l’ufficio del governatore locale. Diversi video e foto pubblicati sui social network hanno mostrato violenze anche in altre città iraniane. A Teheran, per esempio, ci sono stati scontri tra studenti e forze di sicurezza all’Università, un posto dove sono passate storicamente tutte le proteste più importanti che si sono tenute in Iran.

Nessuno ha ancora capito cosa stia succedendo, se si tratti di una protesta unica o di più proteste, se ci sia dietro un qualche tipo di organizzazione oppure no.

Alcuni (ma non tutti) sostengono che le proteste del primo giorno siano state organizzate dagli ultraconservatori, cioè quelli che fanno riferimento alla Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, l’autorità politica e religiosa più importante del paese. L’obiettivo, dicono alcuni analisti e giornalisti, sarebbe stato quello di indebolire il governo di Rouhani, da sempre in competizione con lo schieramento di Khamenei. Non ci sono prove certe che dimostrino questa tesi, ma Mashhad è una città dove gli ultraconservatori sono molto forti: dove per esempio è molto popolare Ibrahim Raesi, il candidato conservatore che fu battuto da Rouhani alle ultime elezioni presidenziali, a maggio, e che in passato accusò il governo di avere fallito nel mantenere le sue promesse di ripresa economica.

La Guida suprema Ali Khamenei, a sinistra, e il presidente Hassan Rouhani, a Teheran, 3 agosto 2017 (Iranian Presidency Office via AP)

Al di là di come sia iniziata tutta questa storia, nel giro di un giorno è andata fuori controllo. Le proteste si sono diffuse in tutto l’Iran e sono diventate qualcosa di diverso da semplici rivendicazioni economiche. Si sono cominciati a sentire slogan contro l’intero sistema della teocrazia islamica in vigore in Iran dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, e contro le decisioni delle élite politiche sia in politica interna che in politica estera. Per esempio si è urlato contro l’appoggio dell’Iran al gruppo estremista sciita Hezbollah e al presidente siriano Bashar al Assad. A Isfahan, città dell’Iran centrale conosciuta per il suo famoso “ponte dei 33 archi“, si sono sentiti i manifestanti urlare direttamente il nome di Khamenei, una cosa piuttosto inusuale.

Ali Vaez, direttore del programma sull’Iran dell’International Crisis Group, ha scritto che le iniziali proteste probabilmente organizzate dagli ultraconservatori sono andate fuori controllo, si sono diffuse in tutto l’Iran e si sono trasformate in proteste contro il regime iraniano in generale

Le proteste in Iran degli ultimi giorni sono diventate le più grandi dal 2009, anno delle manifestazioni organizzate dai riformisti (la sinistra iraniana) del cosiddetto «movimento dell’Onda Verde», che scese in piazza per protestare contro la vittoria alle elezioni presidenziali dell’allora candidato conservatore (la destra), Mahmud Ahmadinejad. Questa volta, però, le proteste non sono nate a Teheran, la città più progressista dell’Iran, ma in provincia, dove i conservatori sono più forti. Sono probabilmente meno partecipate di allora, ma più diffuse.

Nonostante negli ultimi due giorni le proteste si siano dirette anche contro il sistema politico iraniano, la principale ragione della mobilitazione sembra essere quella economica.

Rouhani aveva cominciato il suo secondo mandato da presidente ad agosto, dopo essere stato rieletto con la promessa di stimolare una forte ripresa economica. All’inizio dell’aprile di due anni prima, infatti, il governo iraniano aveva trovato un accordo con gli Stati Uniti e diversi paesi europei sul nucleare iraniano: l’accordo prevedeva la significativa riduzione della capacità dell’Iran di arricchire l’uranio in cambio della rimozione di alcune delle sanzioni internazionali imposte sull’economia iraniana. Rouhani, uno dei principali sostenitori dell’accordo, aveva annunciato che la rimozione delle sanzioni avrebbe portato grandi e immediati benefici all’Iran. Non è andata così, però, per diverse ragioni: per esempio perché non è stato scardinato il dominio delle imprese statali (inefficaci e corrotte) nei settori più significativi dell’economia nazionale, e poi perché la permanenza di alcune sanzioni americane ha impedito alle principali banche internazionali di aprire linee di credito con l’Iran. Oggi in Iran la disoccupazione giovanile è superiore al 40 per cento, per dire.

Secondo Borzou Daragahi, giornalista di BuzzFeed esperto di Iran, potrebbe essere stato lo stesso Rouhani ad alimentare lo scontento. Un mese fa Rouhani aveva reso pubblico per la prima volta il bilancio annuale dell’Iran, all’interno del quale c’erano diversi dettagli su come il denaro statale finisse inspiegabilmente a fondazioni religiose, centri di ricerca e altre istituzioni vicine alla leadership religiosa. L’analista indipendente Imid Memarian ha detto a BuzzFeed: «Le persone hanno capito come la classe religiosa si stia fondamentalmente mangiando una grossa fetta di budget senza alcuna responsabilità, mentre la vita quotidiana delle persone diventa ogni giorno più difficile».

Maziar Bahari, direttore del sito iranwire.com, ha scritto in un commento sul Washington Post: «Nonostante la passione e l’energia della gente, nessuno sa cosa stia succedendo in Iran. Gli analisti sono confusi e per lo più rimangono in silenzio. E le persone per strada non sostengono nessun individuo o gruppo particolare». Bahari si è chiesto se le proteste siano l’inizio di una rivoluzione in Iran: «Non ancora», si è risposto, un’opinione condivisa anche da altri esperti.

Alcuni analisti, come come Adnan Tabatabai, sostengono che le proteste non siano veramente nuove o senza precedenti – sono state piuttosto frequenti durante la presidenza di Rouhani, anche se mai con questa diffusione – e che non bisognerebbe dare agli eventi degli ultimi giorni troppa importanza. Altri, come Suzanne Maloney, vicedirettrice del programma di politica estera del think tank americano Brookings Institution, sostengono che storicamente in Iran le proteste per ragioni economiche si siano trasformate in richieste di grandi cambiamenti politici.

Il fatto è che nessuno è certo di quello che potrebbe succedere nelle prossime settimane in Iran, anche per la difficoltà a capire i rapporti di potere tra le varie fazioni che compongono il sistema di potere iraniano. Le proteste potrebbero tornare velocemente a quello che erano prima, oppure potrebbero diventare qualcosa di più, soprattutto se si creerà una struttura organizzativa di sostegno.

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