Mosul, Iraq, 26 luglio 2017 (SAFIN HAMED/AFP/Getty Images)
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  • domenica 26 Novembre 2017

I civili uccisi in Iraq e mai contati dall’esercito americano

Sono molti di più di quelli che risultano dai documenti ufficiali degli Stati Uniti, ha rivelato una grossa inchiesta del New York Times

Mosul, Iraq, 26 luglio 2017 (SAFIN HAMED/AFP/Getty Images)

La notte del 20 settembre 2015 un attacco aereo statunitense distrusse quasi completamente due edifici a Mosul, sulla sponda del fiume Tigri. Secondo le informazioni di intelligence ottenute dagli americani, i due edifici erano usati dallo Stato Islamico (o ISIS) per riempire di esplosivi auto e furgoni impiegati negli attentati suicidi. Qualche ora dopo, il video dell’attacco fu pubblicato sul canale YouTube della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti: mostrava i due edifici ripresi dall’alto; poi improvvisamente l’esplosione, e un’alta colonna di fumo nero.

I due edifici colpiti dall’attacco americano non erano però strutture dello Stato Islamico, ma case abitate da due famiglie con figli adolescenti senza alcun legame con l’ISIS. Le persone che sopravvissero al bombardamento furono solo due: Basim Razzo, che perse la moglie Mayada e la figlia Tuqa, e sua cognata Azza, che perse il marito Mohannad (il fratello di Basim) e il figlio diciottenne Najib. I quattro civili uccisi furono conteggiati dall’esercito americano come miliziani dello Stato Islamico e per molto tempo i militari non vollero considerare l’ipotesi di avere commesso un errore.

La coalizione anti-ISIS sostiene che la campagna aerea contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq sia una delle più precise di sempre. Gli sforzi successivi di Razzo di denunciare quello che era successo, e una grossa e importante inchiesta del New York Times pubblicata la scorsa settimana, hanno mostrato però una realtà diversa: cioè che negli ultimi anni l’esercito americano ha sottostimato i morti civili della guerra contro l’ISIS. L’inchiesta del New York Times, molto apprezzata e ripresa, si intitola “The Uncounted”.

L’enorme inchiesta del New York Times
L’inchiesta del New York Times è stata realizzata da Azmat Khan, una giornalista investigativa del Future of War, un centro studi e di ricerca dell’Arizona State University, e da Anand Gopal, giornalista esperto soprattutto di Afghanistan e talebani. È durata 18 mesi, dall’aprile 2016 al giugno 2017. In questo periodo di tempo, Khan e Gopal hanno visitato più di 100 posti nel nord dell’Iraq dove erano stati compiuti attacchi aerei della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti e liberati dal controllo dello Stato Islamico. Hanno intervistato centinaia di testimoni, sopravvissuti, fonti dell’intelligence e funzionari locali. Hanno fotografato e analizzato i frammenti delle bombe usate negli attacchi, consultato i media locali ed esaminato le immagini satellitari disponibili. Hanno visitato la base aerea in Qatar dalla quale sono partiti gli aerei e hanno parlato con i responsabili militari americani e con i rappresentanti legali delle famiglie delle persone uccise.

Le indagini, hanno scritto Khan e Gopal, mostrano come la guerra aerea in Iraq sia stata molto meno precisa di quanto abbia sostenuto finora la coalizione anti-ISIS. In un attacco su cinque tra quelli compiuti dalla coalizione, Khan e Gopal hanno rilevato la presenza di morti civili, un indice 31 volte superiore rispetto a quello riconosciuto dai militari: «È per questa distanza dalle dichiarazioni ufficiali che, in termini di morti civili, potremmo essere di fronte alla guerra meno trasparente nella storia recente americana», hanno scritto. In generale, l’inchiesta del New York Times ha evidenziato i grossi limiti della coalizione nell’investigare i casi controversi e nell’ottenere informazioni di intelligence certe. «In questo sistema – hanno scritto Khan e Gopal – gli iracheni sono considerati colpevoli fino a che provino la loro innocenza. Quelli che sopravvivono agli attacchi, persone come Basim Razzo, rimangono marcati come possibili simpatizzanti dell’ISIS, senza avere a disposizione un chiaro percorso che permetta loro di ripulire la loro reputazione».

La storia di Basim Razzo e della sua famiglia
Razzo, 56 anni, era tornato in Iraq insieme alla moglie dopo avere vissuto per un periodo nel Regno Unito e in Michigan, negli Stati Uniti. La sera del 20 settembre 2015, il giorno del bombardamento, Basim Razzo era nella sua casa di Mosul, di fronte al computer, a guardare video di macchine. Aveva una BMW del 1991, ma da un anno la stava usando molto poco: non c’erano posti dove andare, perché con l’arrivo dello Stato Islamico Mosul era cambiata molto. Sua moglie Mayada era già a letto, mentre sua figlia Tuqa era in camera sua, con la luce accesa. Basim e Mayada avevano un altro figlio, Yahya, che con l’arrivo dell’ISIS a Mosul aveva lasciato l’università ed era andato a Erbil, nel Kurdistan Iracheno. Accanto alla casa di Razzo c’era un edificio identico, dove viveva Mohannad (suo fratello) insieme alla moglie Azza e al figlio Najib. Pochi mesi prima, Najib era stato arrestato dalla polizia religiosa dell’ISIS per aver indossato un paio di jeans e una maglietta con delle scritte in inglese: era stato umiliato in diversi modi e gli erano state inflitte 10 frustrate. Quella sera, verso l’una, Razzo spense il computer e andò a dormire.

Si svegliò di soprassalto durante la notte, con il sapore del sangue in bocca. Il letto era quasi completamente distrutto, sua moglie non era più al suo fianco. Quando si risvegliò di nuovo, era all’ospedale di Mosul: aveva un’anca rotta, l’osso pubico spezzato, la schiena e la pianta del piede sinistro piene di schegge. Aveva bisogno di una grossa operazione chirurgica, ma né l’ospedale di Mosul né nessun’altra struttura medica del Califfato avevano il personale competente e le attrezzature per eseguirla. La mattina dopo Razzo ricevette la visita del fratello di sua moglie: gli disse che erano morti tutti, ad eccezione di lui e Azza.

«Basim fu portato a casa dei suoi genitori nel sud della città. Per due giorni andarono a trovarlo amici stretti e membri della sua famiglia, ma lui si accorgeva a malapena della loro presenza. Il terzo giorno fu in grado di sedersi e cominciò a guardare le foto sul suo cellulare. Una delle ultime era stata scattata la sera prima dell’attacco: Tuqa era in cucina, stringeva una candela. Per la prima volta cominciò a piangere. Quando si riprese, aprì Facebook e scrisse: «Nel mezzo della notte, aerei della coalizione hanno colpito due case occupate da civili innocenti. È questa la tecnologia? Questo attacco barbaro è costato le vite di mia moglie, mia figlia, mio fratello e mio nipote.»

Il messaggio di Razzo cominciò a circolare molto e arrivò anche ai miliziani dell’ISIS che controllavano Mosul. Lo Stato Islamico decise di concedere a Razzo il permesso di lasciare i territori del Califfato per potersi sottoporre all’operazione chirurgica di cui aveva bisogno – un permesso che fino a quel momento gli era stato negato. Razzo scartò l’ipotesi di andare a Baghdad, perché a causa dell’attacco aereo avrebbe potuto essere considerato un simpatizzante dell’ISIS. Iniziò così un lunghissimo viaggio per arrivare all’ospedale di Adana, in Turchia, passando per la Siria. Lì fu operato e fece una riabilitazione di due mesi durante la quale, hanno raccontato i giornalisti Khan e Gopal, «lo shock e il lutto si trasformarono in rabbia». Razzo decise che avrebbe fatto di tutto per «avere giustizia», per avere un documento che dicesse che non era un simpatizzante dell’ISIS e per avere una qualche forma di risarcimento economico.

Si può ottenere un risarcimento per i morti civili in guerra?
Secondo il diritto internazionale umanitario, è legale per gli stati uccidere civili in guerra quando gli stessi civili non siano direttamente il bersaglio dell’attacco. Esistono comunque due limiti: che non si sia in presenza di “attacchi indiscriminati” e che il numero di civili uccisi non sia sproporzionato rispetto ai vantaggi militari ottenuti da quella operazione. Il risarcimento ai familiari dei civili uccisi in guerra, inoltre, è una questione ancora poco riconosciuta. L’idea è che costringere uno stato a risarcire le famiglie dei morti potrebbe ostacolare la capacità dello stesso stato di fare la guerra. Anche il Foreign Claims Act, l’unica legge americana che prevede dei risarcimenti per lesioni o morti causate dall’esercito degli Stati Uniti, non include le perdite in combattimento.

Non significa comunque che nella storia recente non ci siano stati casi di risarcimento alle famiglie dei civili uccisi in guerra, uno strumento che alle volte è stato visto dai governi come indispensabile per non alienarsi le comunità locali (ci sono stati casi di risarcimento nelle guerre americane in Iraq e Afghanistan, per esempio). Rimane il problema che ancora oggi non esistono meccanismi stabiliti e riconosciuti: il familiare di una persona uccisa non sa a chi deve rivolgersi, non ci sono delle regole che stabiliscano delle cifre precise e l’intero processo è completamente arbitrario. Nel 2005 il Congresso americano approvò una legge che stabiliva un fondo riservato alle vittime irachene della guerra americana in Iraq sotto forma di cure mediche ed eventuale ricostruzione della casa distrutta, ma non si parlava di un risarcimento in denaro. Con il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, nel 2011, i programmi di assistenza di fatto smisero di funzionare e non furono riattivati nemmeno dopo l’inizio dell’intervento contro lo Stato Islamico, nel 2014. Il colonnello John Thomas, portavoce del Comando centrale statunitense, ha detto che con la riconquista di Mosul e Raqqa da parte delle forze alleate agli americani, assistere le famiglie dei civili uccisi non è una priorità militare.

L’incontro di Razzo con il New York Times
Alla fine di dicembre 2015, dopo tre operazioni chirurgiche, Razzo si trasferì a Baghdad, la capitale irachena, insieme a suo figlio Yahya e a suo nipote Abdullah, il figlio più grande di Mohannad. Le sue condizioni di salute erano ancora precarie: aveva otto viti nell’anca sinistra, una placca in titanio per stabilizzare l’anca destra, una lunga cicatrice sull’addome, e molto dolore. Khan e Gopal hanno scritto che Razzo incanalò la sua enorme frustrazione nel tentativo di ottenere qualcosa dall’esercito americano:

«Con una calma compulsiva, Razzo cominciò a setacciare il web e a studiare le immagini di Google Earth. Chiese a suo nipote, che viveva ancora a Mosul, di fare delle fotografie clandestine del luogo dell’attacco, inclusi i primi piani dei frammenti delle bombe. Fece un inventario di tutti gli effetti personali che aveva perso. Contattò chiunque avesse incontrato in passato che poteva avere legami con le autorità americane: conoscenti del Michigan, i suoi cugini in Arkansas e un parente che era docente all’Università di Yale. La sua più grande speranza era Sam Richards, professore alla Pennsylvania State University. Una delle sue ex studentesse era stata una consigliera della campagna presidenziale di Hillary Clinton, che lo aiutò a prendere un appuntamento all’ambasciata statunitense a Baghdad.

Razzo si presentò all’ambasciata una domenica del febbraio 2016. Mostrò a un funzionario nove pagine di documenti che testimoniavano quello che era successo la notte del 20 settembre dell’anno precedente, ma non fu sufficiente. Per diversi mesi non ottenne alcuna risposta. A settembre scrisse l’ennesima email all’ambasciata, che gli scrisse: «La casella delle email ricevute è piena e ora non può accettare altri messaggi. Per favore riprovi a mandare questo messaggio più tardi, o a contattare direttamente il destinatario».

Nel frattempo Razzo dovette trasferirsi a nord di Erbil, viste le violenze compiute in molte parti dell’Iraq contro coloro che erano accusati o sospettati di essere stati sostenitori dello Stato Islamico: lui era uno di loro, visto che l’esercito americano aveva identificato la sua casa come un bersaglio delle operazioni militari anti-ISIS.

Nella primavera 2016, comunque, Razzo fu contattato dal New York Times, che cominciò a raccogliere materiale sulla sua storia. Nel novembre 2016 fu proprio il New York Times a mettersi in contatto con i militari della coalizione anti-ISIS. Di fronte alle richieste di chiarimenti, un funzionario americano rispose: «Non c’è niente nell’archivio storico riguardante il 20 settembre 2015», cioè il giorno dell’attacco aereo contro la casa di Razzo. Poco dopo, hanno scritto Khan e Gopal, il video del bombardamento – quello caricato su YouTube la sera stessa dell’attacco – fu rimosso. Nelle settimane successive furono rimossi tutti gli altri che mostravano la stessa cosa, uno per uno.

Il New York Times parlò anche con i militari americani nella base fuori Doha, in Qatar, da dove partono gli aerei coinvolti nelle operazioni militari in Iraq. Nel migliore dei casi, raccontarono i militari, un attacco aereo mirato viene preparato in settimane o mesi: si raccolgono le informazioni di intelligence, si sentono gli informatori sul campo, si avviano operazioni di sorveglianza elettronica e usando i droni. Più è il tempo per preparare un attacco, ovviamente, minore è il rischio che vengano colpiti civili al posto di obiettivi militari. Non sempre però vengono usate tutte le cautele. Nel caso di Razzo, per esempio, era stata trasmessa un’informazione sbagliata ed era stato commesso un errore.

Quasi sempre, inoltre, nei rapporti diffusi dai militari americani vengono incluse solo le uccisioni di civili rivelate dallo stesso esercito, mentre le denunce provenienti dall’esterno vengono rigettate. È successo per esempio in diverse occasioni con le denunce fatte da Airwars, un’organizzazione senza scopo di lucro con base a Londra, che lavora molto con le notizie riportate dalla stampa, i dati forniti da altre organizzazioni non governative e i post pubblicati sui social media. Secondo Airwars, il numero di civili uccisi ad ottobre in Iraq negli attacchi aerei della coalizione è stato sei volte più alto di quello riconosciuto dall’esercito americano. Anche l’indagine del New York Times ha parlato di numeri molto sottostimati.

L’incontro tra Razzo e l’esercito americano, infine
Il 14 febbraio 2017, per la prima volta dopo 17 mesi dall’attacco aereo contro la sua casa, Razzo ricevette una email di risposta dalla coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti. Nella email l’esercito americano riconosceva il proprio errore: «Siamo profondamente dispiaciuti della perdita di vite umane non intenzionale durante un tentativo di colpire Daesh [sigla che viene usata per riferirsi all’ISIS, ndt]. Siamo pronti a offrirle dei soldi per esprimere le nostre condoglianze e il nostro rammarico per questo sfortunato incidente». Razzo venne inoltre invitato a Erbil per discutere personalmente del risarcimento. Fu la prima persona a ricevere un’offerta di questo tipo, sia in Iraq che in Siria, da quando era cominciata la guerra contro l’ISIS.

Razzo aveva fatto due conti su cosa aspettarsi, anche se sapeva che non sarebbe stato risarcito interamente per i danni subiti. Sulla carta si parlava di circa 500mila dollari per la sua casa e quella di suo fratello, 22mila dollari per due auto, 13mila dollari per le spese mediche sostenute in Turchia. Arrivò a Erbil il 17 marzo, accompagnato dai giornalisti del New York Times. Fu portato a bordo di un SUV in un hangar militare dove incontrò il capitano Jaclyn Feeney. La conversazione andò così:

Feeney: «Volevamo iniziare esprimendo le nostre più profonde condoglianze, non solo in nome dell’esercito ma anche personalmente a mio nome. Quello che facciamo qui lo facciamo con la massima cura, ma è molto rischioso e a volte commettiamo degli errori. Facciamo del nostro meglio per prevenire questi sbagli, ma speriamo che, visto che abbiamo commesso un errore in questo caso, possiamo fare tutto il possibile per rimediare, al meglio delle nostre possibilità. Lo so che non c’è niente che possa dire per compensare la sua perdita»

Razzo: «La sola cosa che non può essere riparata è la morte. Qualsiasi altra cosa può essere rifatta o ricostruita. La morte è irreparabile».

Feeney: «Certamente. Siamo pronti a offrirle un risarcimento. Non è pensato per ricompensarla di quello che ha perso, o per ricostruire o cose del genere. È pensato per esprimere le nostre condoglianze, le nostre scuse per la sua perdita. E per questa ragione ci sono dei limiti per quello che possiamo offrirle. La cifra in dollari americani è 15mila dollari, che le verrà pagata in dinari iracheni, cioè 17 milioni e 550mila dinari. Se lei è disposto ad accettare…»

Razzo (incredulo): «No»

Feeney: «Non è disposto ad accettarlo?»

Razzo: «Questo è un insulto. No, non lo accetterò, mi dispiace».

Feeney (stupita): «Spiace anche a me»

Ci furono alcuni momenti di silenzio, Feeney cercò di spiegare di nuovo che aveva le mani legate e Razzo definì l’offerta «ridicola». Poi Razzo chiese di avere un documento ufficiale che certificasse la sua innocenza, cioè il fatto che non aveva mai avuto legami con lo Stato Islamico. Feeney promise di fare alcune chiamate. L’incontro finì rapidamente.

Ad aprile, attraverso il Freedom Information Act, Razzo ricevette la documentazione interna della coalizione relativa all’attacco aereo contro la sua casa e quella di suo fratello. Diceva che gli Stati Uniti avevano avuto informazioni di intelligence che sostenevano che la casa di Mohannad fosse un centro di comando dell’ISIS. Inoltre c’era il sospetto che un edificio lì vicino – il Joint Coordination Center, dove durante la guerra i soldati americani si trovavano con le forze di sicurezza irachene – fosse occupato dai miliziani dell’ISIS. In effetti per un periodo era successo, ma poi lo Stato Islamico aveva abbandonato la struttura: le informazioni di intelligence non erano però state aggiornate.

La coalizione aveva così cominciato a sorvegliare la casa di Razzo e quella di suo fratello. Non furono trovate prove schiaccianti di attività legate allo Stato Islamico: non furono viste armi, per esempio, ma l’entrata e l’uscita di persone dal cancello che divideva le due case dalla strada furono interpretate come attività sospette. La coalizione si convinse della colpevolezza di Razzo anche perché nei filmati di sorveglianza non comparivano mai donne. Il New York Times ha specificato però due cose: in generale nei territori occupati dallo Stato Islamico – come Mosul in quel momento – le donne raramente uscivano di casa, di modo da evitare la polizia religiosa; inoltre la maggior parte delle riprese furono fatte durante le ore centrali del pomeriggio, quando quasi tutti rimangono in casa.

Il documento ottenuto da Razzo concludeva dicendo che non c’erano elementi per sostenere che l’errore della coalizione fosse stato dovuto alla mancanza di prudenza o alla cattiva fede. Razzo ha detto al New York Times di credere l’esatto opposto.