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  • domenica 26 novembre 2017

Con il bullismo abbiamo sempre usato l’approccio sbagliato?

Un metodo applicato da decenni nei paesi scandinavi non prevede accuse e punizioni, ma si concentra sulla riparazione del danno: e pare funzioni bene

Un'immagine dal film "Un ponte per Tarabithia"

Sull’edizione francese di Slate, l’insegnante Rachid Zerrouki ha scritto un lungo articolo sul bullismo nelle scuole e sul cosiddetto “metodo dell’interesse condiviso” inventato dallo psicologo svedese Anatol Pikas e applicato da almeno trent’anni nei paesi scandinavi. Il metodo non si basa su una logica punitiva: il bullo non viene cioè accusato o colpevolizzato, ma gli viene richiesto di dare un contributo costruttivo e di suggerire una strategia per migliorare la situazione delle persone che lui stesso ha colpito. Insieme all'”approccio senza accusa” sviluppato nel Regno Unito è considerato sempre di più uno dei metodi migliori per gestire molti casi di bullismo.

La vecchia scuola
Zerrouki racconta un episodio preciso che le capitò nel 2015, con protagoniste due bambine di quinta elementare, Lina e Capucine. Lina era una bambina che amava leggere, disegnare e fare attività solitarie. In classe era discreta e dimessa tanto da far dimenticare la propria presenza, e non aveva particolari difficoltà. Dopo alcuni mesi dall’inizio della scuola, Lina si confidò con la madre: Capucine, la sua amica di sempre, le dava fastidio e le rubava le penne. Ogni giorno, con la complicità di altri compagni, le lanciava nei capelli piccoli pezzi di carta pieni di colla. Capucine era una bambina estroversa e brillante. Fino alla terza elementare lei e Lina erano migliori amiche. Ora provava invece piacere a far ridere i suoi nuovi amici e le sue nuove amiche umiliandola. E dunque, solamente quando aveva l’attenzione degli altri su di sé, faceva delle piccole palline di carta, ci metteva della colla e le lanciava contro Lina. La discrezione di Lina, scrive Zerrouki, era solo una strategia di adattamento a un ambiente ostile: parlava poco e docilmente per non attirare l’attenzione degli altri, per risultare indifferente e per smettere di essere il loro bersaglio.

Come e perché, si chiede Zerrouki, all’improvviso Capucine si era trasformata da compagna di giochi in bulla? E in che modo Lina era diventata la vittima di una piccola banda che si divertiva a farla soffrire? Tra Lina e Capucine era nato «un divario tra due modi di essere». Lina era autonoma, sensibile, riservata e capace di empatia. Capucine non era ancora in questa fase, era impulsiva ed egoista. Gravi problemi familiari la rendevano poi una bambina arrabbiata: non potendo controllare i propri sentimenti, aveva applicato il meccanismo di difesa che Ana Freud ha chiamato “identificazione con l’aggressore”. Gestiva cioè la paura e il timore trasformandosi da quella che veniva minacciata in quella che minacciava.

Dopo aver ascoltato la madre di Lina, l’insegnante reagì in modo istintivo: rimproveri, punizioni, note e aumento della sorveglianza. «Ho senza dubbio protetto Lina per un certo periodo e in un certo luogo, dimenticando però che tutto quello che accadeva poteva continuare ad accadere ogni volta che io distoglievo lo sguardo e nei luoghi dove la mia legge e il mio controllo non erano più validi o non erano presenti. La repressione è una benda su una gamba di legno», scrive Zerrouki.

La “tolleranza zero”
Contro il bullismo – che può avere gravi conseguenze e che in Italia, secondo i dati Censis del 2016, viene subito dal 52,7 per cento degli studenti tra gli 11 e i 17 anni – sono stati sperimentati diversi metodi: ci sono gli approcci individuali di tipo punitivo e sanzionatorio, quelli di tipo riparatorio che intervengono nella relazione bullo-vittima, quelli che si concentrano sulla vittima o sulle famiglie e quelli non punitivi che si occupano dell’intero contesto dove avvengono comportamenti violenti, oppressivi o prepotenti.

Nel 1982, spiega Zerrouki, due scienziati sociali, James Q. Wilson e George L. Kellin, elaborarono la “teoria della finestra rotta”, un principio secondo il quale è necessario perseguire le infrazioni minori per evitare il diffondersi di reati più gravi. La ‘teoria della finestra rotta” dice questo:

«Pensate a un palazzo con alcune finestre rotte. Se le finestre non vengono riparate, i vandali avranno la tendenza a romperne qualcun’altra. A un certo punto potrebbero entrarci e, se non è occupata, occuparlo o accendere dei fuochi al suo interno. Oppure pensate a un marciapedi. Dell’immondizia comincia ad accumularsi. In breve si accumula molta altra immondizia. Alla fine la gente comincerà a buttarci i sacchetti dei ristoranti da asporto, oppure potrebbe cominciare a scassinare le auto».

La teoria ebbe molto successo negli Stati Uniti quando tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta il numero dei reati violenti, in calo da decenni, subì un fortissimo incremento (lo stesso avvenne in gran parte del mondo sviluppato). Rudolph Giuliani, sindaco di New York tra il 1994 e il 2001, e il suo commissario di polizia, William Bratton, la applicarono iniziando a perseguire con severità infrazioni minori come saltare i tornelli della metropolitana o dipingere graffiti sui muri. L’introduzione della strategia della tolleranza zero coincise con il calo nel numero dei delitti, e molti ritennero che tra i due fenomeni ci fosse un relazione causale. Dopo anni di sperimentazione, però, ci sono pochi elementi che suggeriscono che l’utilizzo sistematico di queste strategie abbia prodotto risultati significativi in termini di lotta al crimine. Tra gli scienziati sociali stessi non c’è ancora accordo sulle cause dell’incremento dei crimini tra gli anni Settanta e Novanta e sulla loro successiva diminuzione.

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, la teoria venne comunque applicata anche nella scuola per combattere molestie e bullismo. Il 79 per cento delle istituzioni scolastiche attuò dunque una forma di “tolleranza zero”: sanzioni esemplari e espulsioni quasi immediate al minimo episodio di bullismo. I risultati, dice Zerrouki, furono però disastrosi: senza un vero sostegno  bambini problematici, una volta esclusi, diventavano adulti problematici. Se la vigilanza e la repressione fossero sufficienti per arginare il bullismo nelle scuole, sarebbe un problema risolvibile tutto sommato facilmente e in modo lineare: in realtà, dicono gli esperti, è molto più complicato di così.

Il metodo Pikas
Negli anni Settanta, lo psicologo svedese Anatol Pikas elaborò un metodo non repressivo preferendo parlare di “mobbing” e non di “bullismo”, facendo riferimento all’etologia e al comportamento di alcuni uccelli che adottano in gruppo una serie di comportamenti contro un intruso. La parola “mobbing” viene utilizzata soprattutto per i contesti lavorativi, ma più in generale può indicare i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge contro un suo membro.

Mentre il bullismo fa riferimento a una persona singola che attua un comportamento violento o aggressivo, mobbing fa riferimento a un insieme di persone: è una premessa molto importante per capire il metodo di Pikas. Per lui l’aspetto collettivo è infatti la componente essenziale di questo specifico tipo di violenza: l’intenzione primaria dell’aggressore non è quella di danneggiare il suo obiettivo ma quella di rispettare ciò che il gruppo si aspetta da lui. E questo, spiega Zerrouki riprendendo la sua storia, è il motivo per cui Capucine aspettava di avere su di sé l’attenzione dei suoi compagni: per offrire loro lo spettacolo dell’umiliazione di Lina. Se non c’è domanda, non c’è offerta, si potrebbe dire.

La strategia di Pikas si chiama “metodo dell’interesse condiviso” e oltre ad essere applicato nei paesi scandinavi da circa trent’anni viene utilizzato in via sperimentale in alcuni paesi francofoni come Francia, Belgio e Svizzera, e anche in Australia. Due ricercatori australiani hanno condotto un’indagine su questo metodo dimostrando nel 2010 che, ovunque sia stato messo in pratica, ha raggiunto ottimi risultati. Il metodo parte dal presupposto che le molestie e il bullismo siano un fenomeno di gruppo: ci sono studenti il ​​cui coinvolgimento è maggiore, altri che partecipano in modo indiretto (ad esempio ridendo) e poi c’è il resto della classe che resta a guardare.

Concretamente, il metodo di Pikas consiste in una serie di incontri tra l’insegnante e tutti i protagonisti per fermare la dinamica di prepotenza. Si ritorna sui fatti, si riconoscono, si stabilisce il grado di coinvolgimento di ciascuno, quindi si pensano insieme delle azioni per porre rimedio alla situazione. Il bullo dominante non viene punito e non viene giudicato. Tutta l’attenzione si concentra sul riconoscimento dell’ingiustizia e sulle azioni riparatrici.

La prima fase prevede degli incontri individuali tra intimidatori e insegnante, che adotta un atteggiamento empatico e che mostra preoccupazione per la situazione dello studente bersaglio del bullismo. Chiede a ciascuno di descrivere che cosa è successo, e non appena viene riconosciuta la difficoltà in cui si è trovato lo studente bullizzato ci si chiede anche che cosa si possa fare per migliorare la sua situazione: i bulli sono dunque incoraggiati a diventare i soggetti che possono risolvere il problema che loro stessi hanno creato, e vengono messi in condizione di riparare ciò che hanno fatto. Le interviste sono brevi, seguono un copione di domande ben codificato e si rinnovano fino a quando i vari bulli non propongono soluzioni costruttive. E sono individuali per annullare l’effetto di gruppo, e per re-invidualizzare ciascuno dei membri. Per Pikas è molto importante non alterare la sequenza delle domande, non fare commenti e non cedere al desiderio di fare altre domande.

Solo dopo la prima fase, l’insegnante incontra la vittima informandola degli incontri precedenti e dei suggerimenti che gli intimidatori stessi hanno proposto. Chiede anche se la vittima è disponibile ad accettare un incontro con i bulli. La terza fase prevede una verifica sia con i bulli, per accertarsi che i loro suggerimenti siano stati seguiti, sia con la vittima, per scoprire se ha notato dei miglioramenti nella propria situazione. Soltanto se la vittima è d’accordo, può avvenire un incontro collettivo, con l’obiettivo di mostrare che l’intimidazione è definitivamente parte del passato.

Il metodo viene suggerito per gli studenti che hanno almeno nove anni, ma secondo alcuni critici presenta dei problemi: può innanzitutto funzionare sui casi di bullismo più lievi o occasionali, mentre la sua efficacia sui casi più gravi è oggetto di dibattito. E soprattutto prevede un percorso lungo, complesso e non immediato, che non tutti gli insegnanti sono disposti a intraprendere.

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