Un bambino chiede cibo dopo essersi arrampicato sul camion di una ONG locale, vicino al campo profughi di Balukali - Cox's Bazar, Bangladesh, 20 settembre 2017 (Kevin Frayer/Getty Images)
  • Mondo
  • lunedì 16 ottobre 2017

Il reportage fotografico più forte sulla crisi dei rohingya

Le foto in bianco e nero scattate da Kevin Frayer per Getty Images sono brutali e potenti, e se ne parla molto

In Myanmar da mesi ci sono scontri molto violenti tra ribelli di etnia rohingya e militari birmani, accusati di compiere violenze sistematiche contro i rohingya, una minoranza musulmana perseguitata da molto tempo: immagini, video e testimonianze raccolte nelle ultime settimane hanno mostrato queste enormi violenze indiscriminate, in quella che l’ONU ha definito “un esempio da manuale di pulizia etnica”.

A oggi si stima che più di 500mila persone rohingya abbiano superato il confine con il Myanmar e si siano rifugiate in Bangladesh, da dove arrivano numerose immagini da fotografi di tutte le più importanti agenzie e testate giornalistiche che ne raccontano le condizioni in campi sovraffollati. 
Quelle del fotografo Kevin Frayer di Getty Images in qualche modo sono diverse da tutte le altre, nonostante mostrino situazioni che si ripetono ormai da settimane, e il suo reportage è probabilmente il migliore visto finora: le sue foto in bianco e nero, spesso scattate molto vicine ai soggetti fotografati, sono efficaci nel rendere la brutalità delle condizioni dei rohingya, sono forti e coinvolgenti e per questo nel settore se ne parla da giorni.

Frayer ha raccontato sul TIME alcuni dettagli del suo lavoro lì, a partire dalla foto che più di tutte è circolata in questi giorni: quella di un bambino che piange durante la distribuzione di cibo da parte di una ong. La foto è stata scattata il 20 settembre vicino al campo profughi di Balukali. Frayer ha spiegato che era la prima distribuzione di cibo a cui assisteva e che la situazione era caotica, con donne che urlavano e persone esauste e affamate. È salito sul camion da cui veniva dato il cibo e ha visto questo bambino che era riuscito ad arrampicarsi e piangeva mentre allungava la mano per chiedere da mangiare. Frayer dice che non riusciva a sentire per il troppo rumore, ma a un certo punto ha visto il bambino dare un colpetto sulla gamba di un uomo che stava distribuendo il cibo e cercare di aggrapparsi alle sue gambe implorandolo. Frayer ha detto che quello è stato il momento in cui ha capito quanto sarebbe stata triste la storia che avrebbe raccontato.

Frayer, che è arrivato in Bangladesh a metà settembre ed è rimasto per qualche settimana, ha anche spiegato a TIME un po’ di cose su come si svolge il viaggio dei rohingya. Solitamente arrivano al confine di notte, in barca, e la maggior di loro parte arriva alla punta più a sud dell’isola di Shah Porir Dwip, un punto pericoloso e dove molte persone sono morte. Quando una barca naufraga non ci sono operazioni di soccorso o di ricerca: si aspetta che i corpi dei morti arrivino sulla spiaggia. Se invece la barca non si rovescia, si assiste più o meno sempre alla solita scena: famiglie che sollevano i bambini e aiutano gli anziani o chi è esausto ad arrivare a riva, dove molti crollano sfiniti. «Senti la perdita, la disperazione, la tragedia, il sollievo. È il viaggio più triste da fare. E ciò che colpisce è che è così tranquillo. Può esserci qualcuno che singhiozza, o un bambino che piange, ma di solito il momento in cui arrivano è quasi silenzioso».

Da lì le persone si spostano verso i primi centri abitati o le scuole religiose che trovano, dove ricevono cibo e qualche soldo da organizzazioni locali, prima di dirigersi a piedi e con un altro viaggio in barca verso un punto di ritrovo dove vengono registrati e mandati nei campi profughi, che sono sempre più sovraffollati e crescono ogni giorno: nonostante le organizzazioni di soccorso abbiano costruito latrine e scavato pozzi per l’acqua pulita, il sovraffollamento rende le condizioni sanitarie precarie, e alcuni bambini fotografi da Frayer sono denutriti o soffrono di diarrea.

Frayer ha concluso il suo racconto sul TIME spiegando che se queste foto possono aiutare a fare in modo che alle persone importi di questa crisi, allora è valsa la pena di averle scattate. Ha anche detto al Post: «È una questione così importante: centinaia di migliaia di persone apolidi e senza diritti sono state cacciate dalle loro case, stuprate e assassinate. La portata di questa crisi è sconcertante e continua, queste persone hanno bisogno del nostro aiuto».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.