«Riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno»

Lo ha detto il viceministro degli Esteri Mario Giro, parlando dei migranti che vengono respinti in mare

(MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Il 5 agosto la Guardia costiera libica ha comunicato di aver «recuperato e salvato», in due diverse operazioni, più di 800 migranti: sono stati fermati poco lontano dalle coste libiche e riportati a riva. Come in altre operazioni di questo tipo, c’è il sospetto che più che un’operazione di recupero e salvataggio sia stato un arresto, perché i migranti “soccorsi” vengono spesso riportati in centri di detenzione dove i diritti umani non vengono garantiti. Oggi è uscita sulla Stampa un’intervista in cui Mario Giro, viceministro degli Esteri particolarmente attento alle questioni che riguardano i migranti, ha parlato anche di queste operazioni.

Giro ha 59 anni, fa parte dal 1975 della Comunità di Sant’Egidio (una famosa e influente associazione cattolica di volontariato) ed è stato sottosegretario agli Affari Esteri durante il governo Letta. Ha lavorato per anni allo sviluppo della Comunità di Sant’Egidio in Africa (il suo account Twitter è @marioafrica) ed è stato piuttosto critico rispetto alle recenti scelte del governo italiano sulla questione dei migranti, in particolare del ministro dell’Interno Marco Minniti. Intervistato dalla Stampa, ha parlato così delle operazioni delle autorità libiche:

«Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile, anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla Guardia costiera libica, quando le nostre imbarcazioni siano in condizione di poterlo fare. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno»

Giro ha spiegato che una volta riportati in Libia «i migranti finiscono in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci; questa politica non raggiunge nemmeno l’obiettivo di alleggerire la situazione, c’è molta gente che vive su questi traffici». Giro ha anche difeso le ong che non hanno firmato il “codice di condotta” proposto dal suo stesso governo: «può esserci dietro alcune Organizzazioni non governative un’ideologia “no border”, una sorta di estremismo umanitario; ma va compreso, di fronte alla tragedia che sta avvenendo. Preferisco un estremismo umanitario ad altri tipi di estremismi».

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