Il boss mafioso Giuseppe Graviano nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia, 8 marzo 2011 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
  • Italia
  • sabato 10 Giugno 2017

Perché si riparla di Berlusconi e i Graviano

In alcune intercettazioni ambientali compiute in prigione, il boss mafioso Giuseppe Graviano ha tirato in ballo l'ex presidente del Consiglio su alcune vecchie storie

Il boss mafioso Giuseppe Graviano nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia, 8 marzo 2011 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Ieri i magistrati di Palermo che seguono il processo sulla cosiddetta “trattativa stato-mafia” hanno depositato circa 5000 pagine di intercettazioni registrate nell’ultimo anno e mezzo e inerenti al processo. Fra le diverse intercettazioni, i giornali si stanno concentrando su alcune conversazioni fra l’ex boss mafioso Giuseppe Graviano e l’ex camorrista Umberto Adinolfi in cui Graviano sembra riferirsi all’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Graviano ha 54 anni ed è in prigione da quando ne ha 30 assieme a suo fratello Filippo per il ruolo avuto nelle stragi ordinate da Cosa Nostra nei primi anni Novanta.

Già in passato Berlusconi era stato indagato per sospetti legami dalle procure di Firenze e Caltanissetta, ma la sua posizione era stata archiviata. In particolare, nel 2009 era stato tirato in ballo da un ex collaboratore dei Graviano, Gaspare Spatuzza, e accusato di essere stato in contatto con Cosa Nostra nei primi anni Novanta. Le accuse però non portarono a nulla.

Le intercettazioni depositate ieri sono piuttosto confuse, e per inquadrare meglio la loro rilevanza  va detto che probabilmente Graviano sapeva di essere intercettato, e che le vaghe accuse che sembra rivolgere a Berlusconi non sono ancora state confermate dai fatti. Secondo i giornali, le registrazioni sembrano indicare che Giuseppe Graviano conoscesse Berlusconi e sia rimasto deluso da alcuni suoi comportamenti. A un certo punto, ad esempio, Graviano dice: «Io incontravo a lui ma nooo… per il discorso… No per entrare… mantenere i patti…(…) E loro volevano fare… invece ci pressava per non farla questa volta… perché a lui ci interessava di scendere… e continuare…. e invece dovevamo accordare… alla fine… c’erano tanti punti da risolvere… E intanto poi è successo quello che è successo… non volevano più le stragi». Niccolò Ghedini, l’avvocato di Berlusconi, ha detto che Berlusconi «non ha avuto alcun contatto, diretto o indiretto, con il signor Graviano».

Stavolta a parlare nel cortile di un carcere non è un vecchio capomafia che celebra le proprie gesta come accadde con Totò Riina, ma un boss relativamente giovane – 54 anni – in galera da 24, protagonista di primo piano della stagione delle stragi del 1992-93: Giuseppe Graviano, quello che secondo il pentito Gaspare Spatuzza avrebbe collegato Cosa Nostra con la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, per «mettersi il Paese nelle mani». Ora, intercettato mentre chiacchiera con il detenuto che lo accompagna all’ora d’aria nel penitenziario di Ascoli Piceno, quel boss si lascia andare a rievocazioni spezzettate che sembrano rievocare le bombe e alcuni passaggi della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Chiamando in causa proprio l’ex premier.

«Novantadue già voleva scendere… e voleva tutto», racconta Graviano il 10 aprile dello scorso anno a Umberto Adinolfi, il detenuto campano che lo accompagna nelle sue passeggiate in cortile. Poi aggiunge: «Berlusca… mi ha chiesto questa cortesia… (…) Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni … in Sicilia …». Il boss forse aveva altri progetti, però poi «in mezzo la strada era Berlusca… lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi… lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa…».

Frammenti di conversazioni di non facile interpretazione, sebbene i riferimenti all’ex premier sembrino abbastanza chiari.

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