L'ufficio di un collaboratore scolastico in una scuola di Milano (foto di Marina Petrillo)
  • Italia
  • mercoledì 3 maggio 2017

Come sta la scuola di italiani e stranieri

Cosa dicono i dati del Ministero, e cosa si fa per rendere più proficua per tutti la scuola multiculturale

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di Marina Petrillo
L'ufficio di un collaboratore scolastico in una scuola di Milano (foto di Marina Petrillo)

Mentre la scuola italiana diventa sempre più multiculturale, ci sono diversi modi per misurarne lo stato di salute e per capire se alcuni investimenti mirati del Ministero dell’Istruzione (MIUR) stanno funzionando. «Alcuni sono dati oggettivi», dice Vinicio Ongini, che lavora al MIUR e ha scritto un testo fondamentale di questa materia, Noi domani, pubblicato da Laterza. I dati a cui si riferisce sono quelli forniti dai rapporti di MIUR e Fondazione Ismu: «ci dicono come vanno a scuola gli studenti di cittadinanza non italiana. Per primo, il dato sul ritardo scolastico, che ha diverse cause: all’età di 14 anni, uno studente su due ha uno o più anni di ritardo scolastico rispetto ai coetanei di origine italiana».

Nel mondo della scuola, è difficile distinguere la situazione delle vere e proprie seconde generazioni (che il Ministero riconosce come nati in Italia da famiglie di altra origine) da quella di chi invece è appena immigrato, oppure è nato altrove o frequenta la scuola in Italia solo per qualche anno perché magari la famiglia si sposta. «Una delle variazioni che abbiamo registrato negli ultimi anni è una lieve diminuzione del ritardo scolastico. Il secondo indicatore è quello delle bocciature, di cui vediamo un picco dove ci sono gli “scalini” scolastici più difficili, in particolare nel passaggio dalle scuole medie al biennio delle superiori. Sono dati che per noi fanno da lente d’ingrandimento per sapere meglio dove intervenire», dice Ongini.

Studenti e genitori stranieri a volte non conoscono bene il sistema scolastico italiano, e questo può influire sulle loro scelte. A volte gli stessi insegnanti, in buona fede, li orientano nel modo sbagliato. Il terzo indicatore, infatti, più sofisticato, è quello che riguarda la scelta che gli studenti di cittadinanza non italiana fanno per le scuole superiori: «ci dice che gli studenti di origine straniera scelgono in maggioranza gli istituti tecnici e professionali – che rappresentano il gradino più basso del nostro sistema scolastico – e molto meno il liceo – pochissimi scelgono il liceo classico – e questo perché credono, o vengono spinti a credere, di non poter accedere a scuole più complesse. Però negli ultimi due o tre anni abbiamo osservato un forte aumento della scelta del liceo scientifico, e questo è dovuto proprio alle seconde generazioni».
I dati sono chiari, dice Ongini: nel caso delle seconde generazioni la prima scelta è per i licei, al secondo posto gli istituti tecnici, al terzo i professionali, mentre per gli appena immigrati o i non nati in Italia, la classifica è rovesciata. Un altro dato è il tasso di abbandono scolastico, in particolare quello delle ragazze che vengono da paesi come Pakistan, Bangladesh e India. Di fatto, la multiculturalità della scuola italiana è trainata dalle seconde generazioni, anche perché, dopo una continua crescita di allievi stranieri negli ultimi anni – circa 50 mila in più ogni anno, racconta Ongini – il flusso si è quasi completamente fermato: «nell’ultimo anno abbiamo registrato soltanto 650 nuove unità. Questo è dovuto a una crisi economica infinita, che dura da quasi sette anni e rende l’Italia meno appetibile; gli stranieri scelgono altri paesi, alcuni lasciano l’Italia per trasferirsi in paesi più a nord, e gli albanesi tornano in Albania, dove c’è fermento imprenditoriale e si trasferiscono anche gli italiani». Questo fa dei nati in Italia la maggioranza degli studenti di origine straniera: «sono in totale 815 mila, il 60 per cento su tutti quelli di genitori stranieri».

Secondo Vinicio Ongini, a chi lamenta presenze preponderanti di stranieri in certe scuole elementari (dove possono arrivare anche al 90 per cento del totale, e ci sono 600 scuole sul territorio con più del 50 per cento di studenti di origine straniera), bisogna rispondere che la maggior parte di quei bambini è nata in Italia. Inoltre, sulla prevalenza di bimbi stranieri in certe scuole influisce la stessa decisione di alcuni genitori italiani di trasferire i figli in altre scuole. E qui diventano importanti le iniziative per rendere più attraenti le scuole diventate loro malgrado segregate, con offerte straordinarie e finanziamenti appositi del MIUR (10 milioni di euro investiti sulle periferie di quattro grandi città come Palermo, Napoli, Roma, Milano, e altri 150 milioni su altre città). «Dove abbiamo sperimentato un maggiore coinvolgimento delle famiglie nella vita scolastica, consegnando loro le chiavi anche il sabato, tenendo aperta la scuola per tutte le vacanze estive, incentivando l’utilizzo della palestra, proponendo teatro, musica, e un’altra lingua, come il cinese, che i genitori capiscono essere una lingua dell’oggi, abbiamo proprio visto famiglie che riportavano i figli lì. Perciò il processo è reversibile, e proprio là dove la realtà è più complessa si possono ottenere risultati migliori».

Infine, una delle strategie più efficaci sperimentate dal MIUR è quella di coinvolgere gli studenti di seconda generazione nel fare da tutor agli studenti immigrati da poco, che all’inizio hanno forti difficoltà con la lingua: «non funziona solo coinvolgere chi è nato in Italia da una famiglia indiana o cinese perché faccia da ponte a un compagno di recente immigrazione dagli stessi paesi, ma anche fare abbinamenti tra tutor e nuovi arrivati con origini differenti. E poi questo responsabilizza le seconde generazioni e le fa sentire importanti. Sono freschi, e riescono là dove gli insegnanti non possono arrivare. In una scuola del Trentino, un progetto di questo tipo si è battezzato Tom Tom, un po’ perché gli studenti di seconda generazione facevano da tom tom metaforico per orientare nella loro scuola, e un po’ perché il loro insegnante si chiama Tommaso. Il futuro è lavorare non solo per loro, ma con loro».

Lo dice anche la scrittrice Benedetta Tobagi, che ha girato l’Italia per capire la scuola pubblica attraverso i racconti degli insegnanti e degli esperti di mediazione interculturale e scrivere il libro La scuola salvata dai bambini: il racconto di un sistema scolastico vario ma pieno di opportunità, di risorse, di nuove figure professionali. La cosa che l’ha spinta a indagare è stato «il dubbio di poter essere anch’io, nella mia buona coscienza di sinistra, una di quelle madri che pur predicando bene avrebbe poi scelto per i figli una scuola con meno compagni di origine straniera. Molta della comunicazione politica che sentiamo sull’immigrazione è in realtà basata su pulsioni pre-politiche, e io volevo vedere come stavano veramente le cose». Così è andata a vedere di persona, da Amatrice a Udine, da Brescia a Roma. «A seconda di dove nasci, di dove vivi, cambia il tipo di contatto che hai con chi è di origine straniera. Volevo espormi alla scuola come laboratorio, lì dove il conflitto e lo spaesamento si manifestano e si affrontano, e ho finito per vedere il migrante come un dono».

La presenza dei bimbi stranieri porta alla scuola elementare una tale ricchezza da far dire a Tobagi che «in queste scuole i bambini di cinque o sei anni fanno già l’esperienza d’élite che gli studenti più grandi faranno con il progetto Erasmus. Un’esposizione a cinque, sei lingue diverse, ad altre religioni», e in generale alle qualità che mettono le seconde generazioni al centro della comunicazione interculturale del futuro. «Va detto che le elementari sono la parte migliore della scuola italiana, quella dove si è investito di più, e si vede – struttura intelligente, linee guida efficaci – anche se la formazione e la motivazione degli insegnanti non sono controllabili. Gli insegnanti che ho incontrato sono anche una metafora della società. C’è un potenziale straordinario che va governato. A Palermo e a Napoli gli allievi stranieri trainano tutti». Anche Tobagi ha osservato la riuscita delle scuole che si sono trovate costrette a rendersi più attraenti. Inoltre, ha scoperto che alcune cose date per scontate, di saggezza improvvisata, in realtà nella scuola multiculturale è meglio non farle. «Per esempio, non bisogna utilizzare gli alunni stranieri come interpreti nei colloqui con i genitori, perché questo li espone a problemi che non dovrebbero coinvolgerli e fa perdere autorità ai genitori ai loro occhi. Allo stesso modo, non bisogna forzarli a parlare italiano anche a casa: va benissimo che ci sia una chiara divisione fra l’italiano e la lingua di casa, senza confusioni».

Esiste, ed è forse l’elemento meno noto e indagato da Tobagi, una sorta di gerrymandering dei quartieri, per cui i complessi scolastici si fanno segregati – o quasi tutti italiani, o quasi tutti stranieri –perché le linee di confine dei bacini di utenza vengono spostate ad hoc; talvolta, come in un caso da lei descritto nel libro, finendo addirittura per far cadere l’indirizzo di un edificio scolastico nel bacino di competenza di un altro. «È il segreto di Pulcinella della scuola italiana, mascherato con argomentazioni razionali», dice Tobagi, «ed è anche molto difficile da documentare. Ma non c’è dubbio che esista, lo sanno le maestre, lo sanno i dirigenti scolastici. È un fatto che, se la politica dà una risposta di pancia ai genitori che temono che la presenza di bimbi migranti possa perturbare il percorso scolastico dei figli, allora spingerà verso la segregazione. In realtà, oggi sappiamo che a fronte magari di una maggior lentezza nello svolgimento dei programmi per non lasciare nessuno indietro, i bambini italiani guadagnano in cambio una grande ricchezza di esperienze. La politica per ora si comporta così perché i genitori italiani votano, e i genitori stranieri no; i giovani con cittadinanza italiana votano, i giovani di origine straniera ancora senza cittadinanza no. Quando voteranno, allora spero che vedremo la politica preoccuparsi di accontentare anche quel tipo di elettorato».

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