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  • mercoledì 19 aprile 2017

Le donne senza faccia sui manifesti elettorali algerini

Le candidate al Parlamento algerino sono mostrate con un avatar vuoto con il velo, ma ora questa pratica è stata dichiarata illegale

Il prossimo 4 maggio in Algeria ci saranno le elezioni legislative per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale del Popolo. A fine marzo sono state depositate le liste dei candidati e delle candidate e a inizio aprile è cominciata la campagna elettorale. Negli ultimi giorni se ne è parlato sui giornali internazionali a causa di alcuni manifesti elettorali circolati in certe zone del paese che mostrano le facce degli uomini, mentre al posto del viso delle candidate c’è un avatar vuoto con il velo. I partiti coinvolti sono cinque: il Fronte delle Forze Socialiste (FFS, teoricamente progressista e all’opposizione), l’Union Ennahdha-Adala-Bina (islamista), il Fronte nazionale algerino (FNA), il Fronte algerino per lo sviluppo, la libertà e giustizia (FADLJ) e il Fronte della militanza nazionale (FMN). Lunedì 17 aprile le autorità elettorali del paese hanno condannato questa pratica dicendo che è illegale e hanno dato ai partiti coinvolti 48 ore di tempo per cambiare i manifesti, pena la cancellazione delle liste.

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Fatma Tirbakh, candidata del Fronte Nazionale per la Giustizia Sociale (FNJS), partito fondato nel 2012 e nazionalista, è intervenuta sulla questione su Ennahar TV. Non si è mostrata però con il suo viso, ma ha parlato usando un avatar vuoto: «Poter vedere la mia foto è una cosa importante, credo. Ma provengo da una regione meridionale. Onestamente parlando, è estremamente conservatrice…è per questo che la mia foto non viene usata». La donna ha anche detto che è stata la sua famiglia a insistere perché la sua immagine non venisse mostrata in televisione.

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Il sistema elettorale algerino prevede dal 2011 delle quote riservate alle donne: prevede cioè che i vari partiti siano obbligati a presentare nelle loro liste elettorali delle candidate in una percentuale che va da un minimo del 20 per cento a un massimo del 50 per cento. Al momento della sua introduzione, la legge sulle quote aveva provocato molte proteste soprattutto da parte dei deputati uomini, ma la novità aveva portato a buoni risultati e nel 2012 le donne elette all’Assemblea erano passate dal 7 a circa il 31 per cento.

Nonostante la legge, le strategie per rendere complicata l’elezione delle donne sono rimaste molte: in alcuni casi le donne sono state candidate in posti scelti per garantirne la sconfitta, in altri è stato deciso di non mostrare i loro volti, pratica usata in tempi recenti anche in altri paesi. Nel 2011, alle elezioni parlamentari egiziane, sui manifesti elettorali i partiti salafiti utilizzarono l’immagine di un fiore invece che le foto reali delle candidate. Alle elezioni amministrative tenute in Palestina nell’ottobre 2016, le donne candidate nelle liste locali di alcuni partiti non solo non erano mostrate con il loro viso, ma non erano nemmeno identificate con i loro nomi. Al posto del nome c’era scritto «Moglie di… », «Sorella di…»: erano cioè identificabili soltanto attraverso i familiari maschi più stretti.

Nadia Chouitem, deputata algerina del Partito dei Lavoratori, ha spiegato che la questione maschile supera qualsiasi obbligo di legge. La politica delle quote, per esempio, ha contribuito a un cambiamento quantitativo ma non ha cambiato nella sostanza la partecipazione delle donne alla vita pubblica: «Le quote sono è un trompe-l’oeil, un’illusione, perché sono imposte senza che le parti in causa ne siano davvero convinte. I partiti, in questo modo, fingono di promuovere la presenza delle donne nella vita politica». E spesso le donne che arrivano ad avere incarichi importanti sono coloro che appoggiano quello stesso sistema che le esclude. Nel 2013, Mounia Meslem, ministra algerina della Solidarietà nazionale, della Famiglia e delle Donne, ha proposto ad esempio che per risollevare l’economia le donne sposate e impiegate negli alti livelli del servizio pubblico trasferissero i loro stipendi direttamente allo stato, dato che avevano un marito che poteva comunque mantenerle.

Secondo il Global Gender Gap Report del 2016, l’Algeria è al 120esimo posto su 144. L’indagine pubblicata ogni anno dal World Economic Forum quantifica le disparità di genere in vari paesi del mondo in base a quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita), istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica (rappresentanza). Il rapporto non misura la qualità della vita in generale delle donne o il loro livello di libertà – non tiene conto, per esempio, di questioni come il diritto all’aborto o il livello della violenza di genere – ma misura il divario quantitativo tra uomini e donne in quattro settori della società. Può essere comunque un buon indicatore.

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