Netflix ha cambiato le regole del gioco

Per l'ennesima volta è passata in un nuovo campionato, e ora “si sta mangiando Hollywood”: ma come?

Netflix esiste dal 1998 e in questi vent’anni è già stato almeno due cose: un servizio di noleggio di DVD e videogiochi spediti a casa per posta, prima, e un sempre più grande, noto e importante servizio di streaming on demand, dal 2008 in poi. Ora Netflix, in Italia dal novembre 2015, è vicino ai 100 milioni di iscritti ed è attivo praticamente in tutto il mondo. Da quando esiste ha già giocato in almeno due diversi campionati: nel primo (che ormai non si gioca più) fece molto meglio di Blockbuster, del secondo (a cui partecipano anche Amazon, Hulu e, in Italia, servizi come Infinity) è diventato il simbolo. Ora sta giocando in un altro campionato ancora: quello del cinema e dei grandi network televisivi, statunitensi e non solo. Con il cinema compete per la produzione di importanti film, con la televisione sta iniziando a entrare in concorrenza in molti modi.

Per ora a Netflix sembra andare tutto molto bene: gli abbonamenti aumentano, molte sue cose sono ben recensite e molto guardate (anche se Netflix non condivide dati che dicano quanto sono guardate), le sue azioni in borsa vanno molto bene. Ci sono però almeno due tipi di problemi che Netflix dovrà affrontare in futuro: per continuare a essere quello che è, e per diventare sempre più grande, dovrà investire sempre più soldi (rischiando e indebitandosi) e, soprattutto, ora per cinema e tv Netflix è un concorrente, non una strana cosa su internet a cui vendere diritti per fare un po’ più di soldi. Netflix potrebbe quindi fare molta fatica per fare le cose che ha fatto fin qui, o dover spendere sempre più soldi. Joe Flint e Shalini Ramachandran hanno parlato di questi problemi in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal e intitolato “Netflix: il mostro che si sta mangiando Hollywood“, dove con Hollywood si intende l’intero settore cinematografico e televisivo degli Stati Uniti.

I dati per orientarsi sono: Netflix è disponibile in più di 130 paesi, ha circa 94 milioni di abbonati (più della metà solo negli Stati Uniti) ed è quotata in borsa dal 2002, quando vendette 5,5 milioni di azioni al prezzo di 15 dollari l’una. Ora ogni sua azione vale 145 dollari, per una capitalizzazione (il prezzo di ogni azione per il totale delle azioni) di circa 55 miliardi di euro. Che è circa 300 volte più di quanto Netflix ha guadagnato nel 2016, anno in cui gli abbonamenti al servizio sono cresciuti del 25 per cento rispetto all’anno precedente.

netflix

Netflix però è un servizio che vive di tanti piccoli ricavi di mese in mese (gli abbonamenti) e che deve investire tantissimi soldi in anticipo, per comprare i diritti di ciò che trasmette ma, soprattutto, per produrre i suoi contenuti originali, che quest’anno saranno circa 70. Per farlo Netflix ha dovuto farsi prestare dei soldi: secondo i dati a disposizione del Wall Street Journal i suoi debiti attuali sono 17 volte più grandi rispetto al 2012, circa 3,1 miliardi di euro. Finché le azioni vanno così bene e finché gli abbonamenti continuano ad aumentare, la cosa non è un problema bensì un segno che Netflix sta giocando sempre più in grande, rischiando e persino superando gli investimenti di altre grandi società.

Bert Salke, capo dei Fox 21 Television Studios – la parte della 21st Century Fox che si occupa di TV – ha detto che, a Hollywood, «Netflix è il nemico pubblico numero uno»: ma va anche detto che secondo fonti anonime citate dal Wall Street Journal (che è edito da News Corp, la stessa società che possiede la 21st Century Fox) negli ultimi mesi sono passati dalla 21st Century Fox a Netflix circa 20 dipendenti, compresi alcuni importanti dirigenti. Sta succedendo perché Netflix è appunto entrata in un campionato diverso e ha bisogno di gente che sappia giocarci: prima aveva bisogno di gente capace di gestire e chiudere contratti con altre società, ora ha bisogno di gente che sappia pensare, gestire e organizzare produzioni autonome. Come ha scritto il Wall Street Journal: «Netflix sta passando dall’essere l’ultimo arrivato che si arrangia con le produzioni originali all’essere un colosso dell’intrattenimento, con grandi spese».

Oltre alle serie tv e al cinema – per esempio spendendo più di 100 milioni di dollari per poter distribuire il nuovo film di gangster di Martin Scorsese – Netflix sta iniziando a giocare anche nel campionato della tv che non è fatta da serie tv: sta producendo e vuole produrre sempre più programmi di vario tipo, tra cui cose per bambini, documentari, reality show, talk show, spettacoli comici. Si stima che le spese di Netflix per il 2017 saranno di circa 5,5 miliardi di euro, più o meno il 15 per cento in più rispetto al 2016. È più del doppio di quanto spende HBO e circa cinque volte di più di quanto spende Showtime, altro importante network televisivo (quello da ringraziare se vi piacciono Homeland, Billions o The Affair). Per ogni episodio di The Crown, Netflix ha speso circa 5 milioni di euro: più o meno la metà di quanto è costato ogni episodio della sesta stagione di Game of Thrones. Moonlight è costato un paio di milioni di euro, La La Land ne è costati trenta (cioè meno di un terzo di The Crown, che ha 10 episodi).

Tutti questi soldi spesi da Netflix – e il fatto che più o meno insieme a Netflix siano arrivate anche Amazon e altre società che fanno cose simili – «ha fatto aumentare i costi del settore e creato scarsità di personale e mezzi tecnici», ha scritto il Wall Street Journal. Darrell Miller, un avvocato della Fox Rothschild LLPha detto: «Non si può proprio competere con qualcuno che arriva con soldi freschi e bassi costi». Sono bassi perché una volta che Netflix ha prodotto, ha fatto tutto: non deve distribuire paese per paese quello che ha prodotto, gli basta metterlo online. Un «importante dirigente televisivo» ha anche detto al Wall Street Journal, scegliendo però di rimanere anonimo, che Netflix è come Gengis Khan.

Dopo aver parlato con gente del settore, il Wall Street Journal ha spiegato che ora “le star del cinema” chiedono 250mila dollari per ogni episodio (perché Netflix ha ridefinito i prezzi, alzandoli per convincere i grandi nomi a fare cose insieme) quando prima si accontentavano della metà. Molti importanti attori e registi dicono di scegliere Netflix per la libertà che concede, perché non mette pressione sui tempi di completamento e uscita e perché dà più libertà: una serie tv per la tv deve durare un certo numero di episodi, ognuno della stessa lunghezza; su Netflix questo problema non esiste. Il Wall Street Journal ha scritto che molti scelgono Netflix anche perché offre molti più soldi, e quasi tutti subito, rispetto agli altri.

C’è anche una «feroce concorrenza per le migliori troupe, i migliori ingegneri del suono e i più bravi addetti alla post-produzione». È da anni che ogni anno si batte il record di nuove serie tv prodotte (nel 2017 quelle trasmesse negli Stati Uniti saranno più di 500) e circa un quinto di queste serie sono prodotte da servizi di streaming». Quella che ora è una feroce concorrenza, solo qualche anno fa era però tutta un’altra cosa. Il Wall Street Journal ha scritto:

Le case di produzione e i canali tv hanno aiutato la crescita di quello che ora è un concorrente. Quando una decina di danni fa lo streaming fece cadere le vendite di DVD, la concessione di diritti a Netflix era vista come un modo per fare soldi e allungare la resa dei programmi che costavano di più. Ora che Netflix è un diretto rivale sui contenuti originali, alcune società stanno togliendo le concessioni che avevano dato a Netflix, e tra loro anche Discovery Communication e Scripps Networks Interactive.

Ora la situazione è quasi capovolta: su Netflix ci sono le cose dei grandi nomi e altre tv provano a cercare storie altrove. Scripps «ha creato una serie i cui protagonisti sono stati trovati su Instagram, e sta lavorando a diverse serie con degli youtuber. NBCUniversal ha detto di voler collaborare con BuzzFeed per creare spettacoli basati su video e notizie». Allo stesso modo ci sono «produttori e agenti che si lamentano perché tra tutte le cose che ci sono su Netflix le cose con gli attori meno famosi sono poco promosse» e quindi poco viste.

Nonostante tutti questi discorsi, i dirigenti di Netflix dicono che la maggior parte delle cose viste dai suoi utenti sono ottenute con licenza (e quindi prodotte da altri); secondo la società di analisi Luth solo il 30 per cento delle cose viste su Netflix sarebbero contenuti originali Netflix. Per questo motivo Netflix deve fare concorrenza e cercare di sostituirsi alle tv e in parte al cinema, ma allo stesso tempo cercare di mantenere buoni rapporti commerciali con loro, per evitare di perdere quelle serie o di vederle andare alla concorrenza-concorrenza, cioè ad Amazon o Hulu. Ma anche parlando di cinema la questione potrebbe cambiare nei prossimi mesi o anni, soprattutto perché si è ricominciato a parlare della possibilità che i film finiscano visibili a casa o su internet (legalmente) circa un mese e mezzo dopo il loro passaggio nei cinema: ora ci vuole molto di più (tre mesi almeno, negli Stati Uniti). Nell’articolo del 26 marzo “Dal multisala al salotto in 45 giorni o anche meno” Ben Fritz ha scritto che ormai non è più questione di se, ma solo di come e quando.

Per ora Netflix in Italia non è ancora entrato in questioni di «feroce concorrenza» con cinema e tv: si è parlato di Netflix Italia (e non di Netflix in Italia) per lo spettacolo comico di Beppe Grillo, la prima produzione completamente realizzata da Netflix Italia, e se ne parlerà nei prossimi mesi, quando uscirà Suburra – La serie, prodotta da Netflix e diretta da Michele Placido e la cui produttrice esecutiva è Gina Gardini della casa di produzione Cattleya, la stessa delle serie Gomorra e Romanzo criminale. Due serie prodotte da Sky, che potrebbe diventare (ancora più di quanto già sia) il vero concorrente italiano di Netflix nel settore dello streaming. Tra l’altro Suburra – La serie è coprodotta dalla Rai, che la trasmetterà un anno e mezzo dopo la sua uscita su Netflix (che sarà nell’inverno 2017).

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