Intanto c’è chi ancora gioca con i Tamagotchi

Un po' perché escono nuove versioni e un po' perché le prime, quelle di fine anni Novanta che a voi morivano dopo tre giorni, possono vivere fino a 20 anni

Se dovessimo spiegare a qualcuno che arrivi da molto lontano – nello spazio o nel tempo – cosa ci ha fatto fare la tecnologia negli ultimi vent’anni, quelli con poca memoria parlerebbero forse di quell’estate in cui andammo tutti in giro a caccia di animali invisibili ma visibili con la realtà aumentata. Quelli con più memoria troverebbero invece l’inizio di tutto in quei mesi in cui molti dedicarono grandi attenzioni e apprensioni a una specie di pulcino digitale (in realtà un alieno), per evitare di farlo morire.

I primi Tamagotchi uscirono in Giappone nel novembre 1996 e l’anno successivo nel resto del mondo, con code e tende fuori dai negozi la notte prima. Furono usatissimi, criticatissimi “perché i giovani ci passavano troppo tempo, anche a scuola” e “chissà dove andremo a finire di questo passo” e perché morivano (a volte anche dopo poche ore in cui li si trascurava) e c’era chi sosteneva che far vedere la morte a dei bambini fosse sbagliato e grave. Nel settembre 1997 – quando già erano stati venduti almeno 40 milioni di Tamagotchi – il New York Times ne parlò così:

Il Tamagotchi è un gadget elettronico, grande quanto mezzo pacchetto di sigarette, che rappresenta una sorta di piccolo pulcino. Mangia, dorme, fa la cacca, diventa scontroso e piagnucola – cioè, fa beep – per attirare l’attenzione. […] La cosa sorprendente è che le persone paghino soldi – circa 17 dollari, ma cambia a seconda del paese e del negozio – per essere infastiditi ogni paio d’ore da un animaletto che esiste solo nei cristalli liquidi di uno schermo.

Per gran parte delle persone, i Tamagotchi sono un buffo ma significativo ricordo di un paio di decenni fa; Alyssa Bereznak ha raccontato su The Ringer che ci sono però ancora persone – decine di migliaia, per stare bassi – per cui i Tamagotchi sono una cosa molto attuale, e a cui continuano a dedicare tempo e soldi.

Prima, però, un po’ di contesto. Akiro Yokoi – uno dei creatori del Tamagotchi, insieme a Aki Maita – disse che l’ispirazione gli era venuta guardando una pubblicità con un bambino che si lamentava perché non poteva portare la sua tartaruga (vera) in vacanza, e di aver quindi voluto farne un gioco, pensando però che se non ci fosse stato il pericolo di veder morire quell’animale nessuno ci si sarebbe potuto affezionare. I Tamagotchi furono prodotti da Bandai e il nome è una combinazione tra la parola giapponese per dire uovo (tamago) e la parola inglese watch, guardare. Se ne parlava come di pulcini, ma in realtà i Tamagotchi erano, secondo chi li aveva pensati, alieni arrivati sulla Terra, desiderosi di essere accuditi e cresciuti. Nel primo Tamagotchi, tra l’altro, si poteva anche accendere o spegnere la luce, curare, far giocare e sgridare il pulcino (con conseguenti ripercussioni sui suoi atteggiamenti futuri).

Il Tamagotchi che molti hanno presente è il primo (noto agli appassionati come P1) ma negli anni ne sono arrivate decine di versioni che hanno migliorato la grafica e aggiunto di volta in volta possibilità di gioco. In uno il pulcino diventava una specie di Babbo Natale, in alcuni le attenzioni da dare erano pochissime, in altri (per esempio quelli per Game Boy) si potevano fare molte più cose, spostandosi in una vera città (un po’ come nei giochi sui Pokémon). Alcuni erano ambientati sul Pianeta Tamagotchi e nel 2004 arrivò la possibilità di far interagire il proprio Tamagotchi con quello degli altri, generare dei tamababy, comprare oggetti sul tamashop e persino leggere le tamanews. Nel 2008 uscì il Tamagotchi a colori. C’è anche un film sui Tamagotchi.

Per gran parte del mondo non c’è più stato un momento Tamagotchi paragonabile a quello dei P1, anche perché, come ha scritto Bereznak su The Ringer, già nel 1998 arrivarono i Furby, che divennero la nuova moda: per quasi tutti ma non per tutti. Qualcuno si era appassionato così tanto ai Tamagotchi che continuò a giocarci, con grande affetto verso i P1 ma con interesse verso ogni novità. Con l’arrivo di internet e con la sua crescita i tanti appassionati di Tamagotchi trovarono nuovi modi per restare aggiornati, comprare vecchi modelli e, soprattutto, confrontarsi con altri appassionati.

Nel 2004 fu per esempio creato il sito TamaTalk che ora ha circa 95mila membri che, come ha scritto Bereznak, «si scambiano consigli, storie, aneddoti, elogi funebri dei pulcini morti». Secondo Bereznak il sito è diventato «una zattera di salvezza per collezionisti e appassionati di Tamagotchi che sono ancora appassionati di quegli ornamenti colorati per portachiavi, nonostante Bandai non abbia venduto una nuova versione in inglese del gioco da due anni a questa parte. Secondo Tamagotchi Topsites – un sito che classifica la popolarità delle pagine internet sui Tamagotchi (sì: esiste) – le visualizzazioni di pagina su TamaTalk sono 3,3 milioni al mese.

tamatalk

TamaTalk è il più famoso sito di nostalgici del Tamagotchi, ma se ne trovano tracce anche su Facebook e Instagram; Bereznak ha scritto che «si è anche formato un ufficioso gruppo di supporto tra chi scrive dettagliate guide, rintraccia le notizie giapponesi sui Tamagotchi, insiste sui social perché vengano commercializzati nuovi prodotti, vende accessori e scrive perfino linee di codice per tradurre dal giapponese all’inglese le recenti versioni di Tamagotchi.

I fondatori di TamaTalk, che hanno preferito rimanere anonimi, hanno detto a Bereznak che all’inizio il sito crebbe molto poco ma che poi «ci fu un’esplosione nell’interesse e nelle registrazioni degli utenti». Tra loro c’è chi è nostalgico di P1, ma anche chi segue ogni novità: Jezebel Eppie Howell, che vive a New York, è iscritta a TamaTalk e ha 18 anni (è quindi nata dopo il successo dei primi Tamagotchi), ha detto di collezionare Tamagotchi da 12 anni e ha spiegato via email: «La gente conosce i Tamagotchi, ma non sa come e quanto sono cambiati. Sono diventati più belli esteticamente e più ergonomici, e hanno anche dentro molte più cose».

Giocare ai Tamagotchi è anche diventato più difficile, perché ci sono più personaggi e più parametri da gestire: in alcuni casi, per esempio in Morino Tamagotchi, si devono considerare la temperatura e i possibili predatori; in un recente Tamagotchi uscito in Giappone la crescita del pulcino alieno è persino influenzata dal tipo di poster che gli si mette in camera. Il Tamagotchi è sempre stato un gioco di strategia: nelle versioni successive al P1 è solo diventato molto più difficile perché richiedono azioni incredibilmente precise. Bereznak ha scritto:

La maggior parte degli utenti di TamaTalk che ho intervistato sono finiti sul forum cercando guide o video su YouTube che offrissero trucchi e consigli. Ma di recente l’assenza di Bandai dal mercato anglosassone ha trasformato i forum in gruppi di supporto e di sostegno. Qualcuno ha pure scelto di inventare storie per raccontare il loro amore per il gioco, o ideando delle specie di giochi di ruolo, spesso ispirati al film sui Tamagotchi uscito in Giappone.

Altri utenti, come per esempio Psychotama, raccontano dettagliatamente nei blog le loro attività quotidiane con i loro Tamagotchi. Su Etsy e altri siti c’è gente che vende coloratissime custodie per Tamagotchi cucite a mano. Uno dei forum di TamaTalk si intitola “Memoriale dei Tamagotchi” ed è una lista di elogi funebri dei tamas morti, accompagnati da foto di quando erano in vita. In un recente post di rjada100 c’è scritto: «Aveva 19 anni – il più anziano che abbia mai avuto su un P1 – e probabilmente sarebbe riuscito ad arrivare a 20, ma un bug del gioco se l’è portato via. Lo schermo del P1 si è bloccato, ed è sparito tutto. Poi è tornato, ma Maskutchi [il nome del personaggio] se n’era andato e al suo posto c’era un nuovo uovo. Addio Maskutchi, fino al giorno in cui ancora ci incontreremo».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.