Il direttore generale della Roma Mauro Baldissoni con l'amministratore delegato del Milan Adriano Galliani durante l'assemblea elettiva della Figc (ANSA/ETTORE FERRARI)
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  • giovedì 23 marzo 2017

Perché i club di Serie A litigano

Per i diritti televisivi, tanto per cambiare: 14 squadre chiedono una distribuzione più equa, le 6 "grandi" del campionato non ci stanno

Il direttore generale della Roma Mauro Baldissoni con l'amministratore delegato del Milan Adriano Galliani durante l'assemblea elettiva della Figc (ANSA/ETTORE FERRARI)

Mercoledì pomeriggio i rappresentanti delle sei maggiori squadre del campionato italiano – Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli e Fiorentina – hanno abbandonato l’assemblea della Lega Serie A in disaccordo con i rappresentanti delle altre 14 squadre del campionato. Si stava discutendo della ripartizione dei diritti televisivi, che rappresentano più della metà del bilancio annuale dei club e da sempre costituiscono uno dei temi più delicati a cui il calcio italiano deve far fronte. Le 14 squadre – le cosiddette “provinciali” e le “piccole”, ma di mezzo c’è anche la Lazio, il cui presidente Claudio Lotito è oggi uno dei personaggi più influenti del calcio italiano – hanno chiesto una distribuzione più equa dei proventi dei diritti televisivi; Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan e portavoce dei sei club che hanno abbandonato l’assemblea, uscendo dalla sede della Lega ha detto che allo stato attuale non è possibile raggiungere un accordo. Di fatto, quindi, le discussioni sono bloccate perché non c’è il numero legale per procedere alle votazioni sulle questione economiche. Questo complica anche l’elezione dei nuovi rappresentanti della Lega, che nelle prossime settimane potrebbe essere commissariata dalla FIGC.

Il decreto legislativo n. 9 del 2008 attribuisce alla Lega Serie A, in quanto organizzatore del campionato e “contitolare” dei diritti televisivi, il compito di stabilire le regole per la ripartizione dei proventi dalla vendita dei diritti televisivi. La Lega Serie A le ha stabilite nell’articolo 19 del suo Statuto, approvato il primo luglio 2010. I diritti tv però non sono spartiti soltanto tra le squadre di Serie A del campionato in corso: una parte va alle squadre retrocesse negli ultimi anni ed esistono quote fisse e quote variabili.

Una prima quota, il 40 per cento del totale, viene suddivisa in modo paritario tra le venti squadre di Serie A. Una seconda quota, il 30 per cento, viene suddivisa in base al “bacino d’utenza”, che si distingue per il 25 per cento in base alla “quota di sostenitori” e per il 5 per cento in base alla “quota di popolazione”. La terza e ultima quota, anche questa pari al 30 per cento, viene invece assegnata in base ai risultati sportivi, a sua volta suddivisa in tre diversi punti.

Le 14 squadre di media-bassa classifica chiedono che la prima quota, quella suddivisa in modo paritario tra tutte le squadre, venga alzata dall’attuale 40 per cento al 50. Chiedono inoltre la riduzione della quota dei bacini d’utenza dal 30 al 20 per cento. La quota stabilita dai risultati sportivi rimarrebbe pressoché inalterata, mentre il “paracadute” per le squadre retrocesse verrebbe calcolato in base al 6 per cento dei ricavi dei club e non con un valore assoluto, che ora è pari a 60 milioni di euro. Con la proposta dei 14 club, le sei “grandi” dovrebbero rinunciare a una decina di milioni di euro a testa: si stima che la Juventus ne perderebbe tra i 10 e i 15. Galliani ha detto che le sei squadre da lui rappresentate in quel momento costituiscono l’80 per cento dei tifosi in Italia, e non sono disposte ad accogliere tutte le richieste portate avanti dagli altri club.

La discussione sulla nuova distribuzione dei diritti televisivi si è complicata irrimediabilmente quando il presidente della Lazio, Claudio Lotito, ha risposto alle sei “grandi”, che chiedevano del tempo per valutare le proposte, dicendo di voler procedere alle votazioni seduta stante. I rappresentanti delle sei “grandi” hanno quindi lasciato l’assemblea: dato che sulle questioni economiche della Lega per raggiungere il quorum sono necessari 15 voti, non è stato possibile procedere con le votazioni. Il presidente del Cagliari, Tommaso Giulini, ha detto poi alla stampa: «Le nostre proposte sono assolutamente ragionevoli. Noi abbiamo aderito alla visione delle grandi su una governance moderna e proposto di adeguarci alle migliori pratiche europee nella ripartizione dei diritti tv. È un passo in avanti notevole per lo sviluppo della Serie A. Riteniamo che l’articolo 19 sia fondamentale e che vada disciplinato. Non stiamo parlando di cambiare la ripartizione dall’anno prossimo, visto che per i prossimi due anni è cristallizzata. Sarebbe un peccato se le 20 società che tengono insieme il circo si facessero commissariare».

A complicare ulteriormente la discussione sulla ripartizione dei diritti televisivi c’è di mezzo anche l’elezione del nuovo presidente della Lega. L’elezione si sarebbe dovuta tenere settimane fa, al termine del cosiddetto quadriennio olimpico, ma a causa di continue divergenze sulle candidature, i club di Serie A sono ancora lontani da un possibile accordo sui nomi dei candidati, e la Lega ora rischia il commissariamento. La prossima settimana infatti, il presidente della FIGC Carlo Tavecchio, rieletto per un secondo mandato, si insidierà a Coverciano con il suo consiglio federale. A quel punto, in assenza di rappresentanti eletti della Lega Serie A, Tavecchio darà tre settimane di tempo per eleggerli. Se queste tre settimane non dovessero portare a nulla, la Lega verrà commissariata.

Il ritardo nell’eleggere dei nuovi rappresentanti potrebbe costare alla Lega anche i posti nel consiglio federale. Il presidente del CONI, Giovanni Malagò, ha commentato la situazione dicendo: «Se da qui al 27 marzo non succede niente, è evidente che per la prima volta non ci saranno rappresentanti della Lega di A nel consiglio della Federcalcio: mi dispiace, evidentemente non hanno trovato gli accordi. C’è stata una nuova puntata, adesso aspettiamo la prossima. Dopodiché la Federazione dovrà trarre le sue doverose conclusioni».

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