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  • giovedì 16 marzo 2017

Perché gli ambulanti protestano

Sono contrari alla "direttiva Bolkestein" perché non vogliono che le loro concessioni siano messe a gara

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.

Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.

A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.

La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.

Come tutte le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.

Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.

Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Agli stabilimenti balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.

Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentanti chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.