Ahmed Daqamseh durante un'udienza del processo per l'uccisione di sette studentesse israeliane, a Naour, in Giordania, il 15 giugno 1997 (AP Photo/Yousef Allan)
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  • lunedì 13 Marzo 2017

Un soldato giordano che nel 1997 uccise sette studentesse israeliane è stato scarcerato

Ahmed Daqamseh è uscito di prigione dopo vent'anni, e in Giordania c'è chi lo celebra come un eroe

di Ruth Eglash e Taylor Luck - The Washington Post
Ahmed Daqamseh durante un'udienza del processo per l'uccisione di sette studentesse israeliane, a Naour, in Giordania, il 15 giugno 1997 (AP Photo/Yousef Allan)

Fu una scena che la maggior parte degli israeliani non dimenticherà mai: il re Hussein di Giordania, che solamente due anni prima aveva firmato uno storico accordo di pace con Israele, arrivò in una città al confine israeliano per consolare i genitori di sette studentesse uccise da uno dei suoi soldati. Dopo essersi inginocchiato sul pavimento vicino alla famiglia in lutto della 13enne Adi Malka, Hussein disse: «Mi sento come se anche io avessi perso un figlio». Hussein chiese perdono ai genitori di Malka e a quelli di altre sei studentesse, a cui andò a far visita promettendo loro che avrebbe cercato giustizia.

Nel corso degli anni sono morti il re Hussein, l’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e gli altri leader che avevano firmato l’accordo di pace tra Israele e Giordania; i legami cordiali e pieni di speranza tra Giordania e Israele hanno ceduto il passo a una pace instabile. Sabato sera, poi, Ahmed Daqamseh, il soldato giordano che aveva compiuto la strage delle studentesse israeliane nel 1997, è uscito dal carcere dopo aver scontato una pena di vent’anni. «Sapevamo che sarebbe stato liberato presto, ma fa ancora male», ha detto domenica a Israel Army Radio Hila Levy, che rimase ferita nell’attacco del 13 marzo 1997. Al momento dell’attacco Levy si trovava in gita con le compagne di classe a Naharayim, una località al confine con la Giordania soprannominata “l’isola della pace”. «Ammiro molto il re per essere venuto qui, ma aveva promesso che Daqamseh avrebbe avuto la punizione che meritava», ha aggiunto Levy, che oggi ha 33 anni. «Un uomo del genere non merita di essere libero».

In Giordania i sostenitori di Daqamseh, che all’epoca era stato giudicato mentalmente instabile da un tribunale militare giordano, hanno celebrato la sua scarcerazione, definendolo un eroe. Le autorità giordane hanno detto che Daqamseh è stato scarcerato la notte di sabato per evitare che ci fossero grandi festeggiamenti e che venisse accolto come un eroe. Daqamseh, però, è stato accolto da centinaia tra sostenitori e parenti nella casa della sua famiglia a Ibdir, un paese nel nord della Giordania, a circa 96 chilometri dalla capitale Amman. Nel suo primo comunicato dopo la scarcerazione, Daqamseh ha detto: «Sono entrato in carcere come soldato delle forze armate e oggi mi considero un membro delle forze armate». «Non credete alla menzogna sulla normalizzazione con i sionisti. Non credete alla menzogna della soluzione a due stati. La Palestina è unita dall’oceano al fiume. Non esiste uno stato chiamato “Israele”», ha poi aggiunto durante un’intervista con Al Jazeera.

“Daqamseh” è diventata una delle parole più citate su Twitter e alcuni utenti del social network hanno accolto la notizia della scarcerazione definendo Daqamseh un «eroe» e un «modello». I suoi sostenitori giordani hanno motivato la loro posizione facendo riferimento alla clemenza o alla mancanza di punizioni per i cittadini israeliani condannati per l’uccisione di civili palestinesi. «Ogni mese gli israeliani uccidono centinaia di palestinesi e nessuno di loro viene portato davanti alla giustizia. Perché noi puniamo un soldato?», ha detto Mohammed Youssef, un 45enne gestore di un negozio nel centro di Amman, mentre guardava un servizio sulla scarcerazione di Daqamseh in televisione. «Non è logica; è una questione di emozioni, un senso di vendetta, una specie di compensazione, un modo per trattare gli israeliani nello stesso modo in cui loro trattano i palestinesi: uccidendoli al di fuori della legge senza essere puniti», ha detto Oraib al-Rantawi, direttore del Al Quds Center for Political Studies di Amman. «Vedere dei giordani che sostengono quest’uomo non è sconvolgente, nonostante quello che ha fatto non si possa vedere come una cosa onorevole», ha aggiunto al-Rantawi.

Nel corso degli anni Daqamseh è stato sostenuto dal movimento d’opposizione giordana, guidato da islamisti e nazionalisti. Durante le proteste in Giordania nel corso della Primavera araba, nel 2011 e nel 2012, ci sono stati spesso appelli per la sua liberazione. «Dopo l’omicidio di Mohammed Abu Khdeir ci aspettavamo che Daqamseh venisse scarcerato. Ci aspettavamo che venisse scarcerato dopo l’omicidio di Raed al Zaytar. Ci aspettavamo che venisse scarcerato dopo ogni violazione dei diritti umani da parte degli israeliani», ha detto Naim Khasawneh, portavoce del Fronte di Azione Islamica, il partito politico del Fratelli Musulmani in Giordania. Re Abdullah II, il figlio di Hussein, e i vari governi da lui nominati hanno sempre rifiutato di prendere in considerazione le richieste di scarcerazione per Daqamseh o anche solo di discuterle. Parte del sostegno nei confronti di Daqamseh deriva dalla sua storia personale: fa parte di una tribù della Cisgiordania – la colonna portante del regime giordano – ed è un membro dell’esercito, l’istituzione più popolare del paese. I suoi sostenitori credono che abbia iniziato a sparare “nell’ambito del suo servizio” e che sia stato “provocato” perché preso in giro mentre stava pregando.

In Israele la scarcerazione di Daqamseh è un evento doloroso. In molti considerano la strage di Naharayim una svolta che ha deteriorato la pace con la Giordania prima che ci fosse la possibilità che si radicassero dei rapporti reali tra i due paesi. Nei vent’anni successivi Israele e Giordania hanno continuato a rispettare l’accordo collaborando sul piano militare ed economico, senza che però ci fossero molte interazioni tra i cittadini dei due paesi.

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