(Kota Endo/Kyodo News via AP)
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  • sabato 11 Marzo 2017

A Fukushima hanno un problema con i cinghiali radioattivi

Alcuni abitanti dell'area coinvolta dal grave incidente del 2011 stanno per tornare a viverci, ma nel frattempo la zona è stata invasa dai cinghiali (che ora sono contaminati)

(Kota Endo/Kyodo News via AP)

Namie è una città costiera del Giappone, a quattro chilometri di distanza dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, quella danneggiata dopo il terremoto e il conseguente tsunami dell’11 marzo 2011, sei anni fa oggi. A fine marzo parti della città – che dopo l’incidente della centrale è stata evacuata, così come molte aree dell’area di alienazione – saranno riaperte e gli abitanti potranno tornarci. C’è però un problema tra i tanti, che riguarda una particolare specie di animali: i cinghiali. Ce ne sono centinaia che arrivano alla città scendendo dalle colline e dalle foreste lì vicino. Il problema è che cinghiali hanno poi vissuto per anni in zone considerate radioattive, e di conseguenza lo sono anche loro.

Tamotsu Baba,  il sindaco di Namie, ha raccontato: «Non è chiaro di chi controlli la città: se le persone o i cinghiali selvatici. Se non dovessimo liberarci di loro e riprendere il controllo della città, la situazione diventerebbe complicata e ingestibile». Kimiko de Freytas-Tamura ha scritto sul New York Times: «Scendono nelle città, saccheggiando le coltivazioni intrufolandosi nelle case. In certi casi hanno anche attaccato degli uomini. Ma, forse, la cosa più pericolosa di tutte, è il loro essere radioattivi». Secondo alcuni test fatti dal governo giapponese, alcuni dei cinghiali dell’area avrebbero livelli di cesio-137 (una sostanza radioattiva) 300 volte più alti rispetto a quelli ritenuti accettabili dagli standard di sicurezza.

Prima dell’incidente Namie aveva 21.500 abitanti: si stima però che almeno la metà di loro abbia già deciso di non tornare dove abitava nel 2011, per paura delle radiazioni e della sicurezza della centrale, che comunque non è più operativa. Lo stesso discorso fatto per Namie vale per altre tre città della zona, i cui abitanti (alcuni, almeno) stanno per tornare, dopo essersene andati per evitare le pericolose conseguenze della fusione dei noccioli della centrale. A Tomioka, una delle città della zona, c’è un gruppo di 13 persone che ha l’incarico di uccidere quanti più cinghiali possibili: Reuters ha scritto che due volte a settimana le persone mettono una trentina di trappole (usando farina di riso come esca). Uno di loro, Shoichiro Sakamoto, ha spiegato: «sono scesi dalle colline dopo che le persone se ne sono andate, e ora non vogliono più andarsene. Hanno trovato un posto confortevole: era pieno di cibo e non c’era nessuno che li cacciasse». Reuters ha scritto che dall’aprile del 2016 sono stati catturati – e probabilmente uccisi – in tutto circa 300 cinghiali, ma secondo Sakamoto c’è ancora molto da fare.

Le autorità di Tomioka, un’altra città dell’area, hanno detto di averne uccisi 800; a Soma sono stati predisposti inceneritori fatti per brucare le carcasse dei cinghiali e evitare di disperdere cesio nell’ambiente. Il governo della prefettura di Fukushima ha pubblicato una guida per spiegare alle autorità locali come affrontare il problema dei cinghiali: ci sono anche informazioni su che tipo di trappole usare e viene suggerito di usare droni per controllare gli spostamenti degli animali.

Per stazza e diffusione i cinghiali sono il problema principale, ma nelle aree vicino alla centrale ci sono anche altri animali: si è per esempio parlato anche di colonie di ratti che si sono sviluppate nei supermercati abbandonati. È una cosa che era successa – e continua a succedere – anche dopo il disastro di Chernobyl: nell’area di alienazione, quella in cui fu vietato l’accesso agli umani, la popolazione animale è molto aumentata (anche lì ci sono cinghiali, tra l’altro). Il fatto non è che siano immuni alle conseguenze delle radiazioni, è che nonostante il problema le radiazioni (le cui conseguenze possono anche non essere immediate) riescano a trarre vantaggio dall’assenza degli uomini, e dalla presenza di tutto quello che hanno lasciato.