Barack Obama parla ai soldati nella base aerea di Bagram, in Afghanistan, nel 2010. (JIM WATSON/AFP/Getty Images)
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  • domenica 12 febbraio 2017

Le guerre di Obama

Che presidente è stato, dal punto di vista militare, quello che ha vinto prematuramente il Nobel per la pace e viene accusato di aver bombardato troppo e troppo poco?

Barack Obama parla ai soldati nella base aerea di Bagram, in Afghanistan, nel 2010. (JIM WATSON/AFP/Getty Images)

Una delle critiche che circolano di più su Barack Obama, anche in Italia, è quella che lo definisce un “guerrafondaio”: il presidente che nonostante il premio Nobel per la Pace e la pubblica opposizione al ricorso della forza armata si è avventurato in molte operazioni militari in paesi che non erano in guerra con gli Stati Uniti. È un argomento che è stato in parte usato nelle ultime settimane per mettere le mani avanti di fronte a possibili nuovi interventi militari decisi dall’amministrazione di Donald Trump, ma anche legato alle più ampie critiche di chi non condivide l’idea che Obama ha voluto lasciare di se stesso, cioè quella di un presidente riluttante a usare la violenza. È un tema interessante, che non si può però liquidare solo contando i paesi che Obama ha bombardato durante la sua presidenza (spoiler: sette), ma deve essere pensato guardando a molte altre cose, per esempio a come è cambiato il modo di fare la guerra negli ultimi quindici anni e a come sono cambiate le minacce che devono affrontare oggi gli Stati.

Per esempio potrebbe sorprendere che questa critica a Obama è tanto diffusa tra certa stampa e i commentatori online, ma quasi per niente tra gli analisti ed esperti di sicurezza nazionale e di politica estera, di qualsiasi settore: anzi, Obama viene criticato da molti di loro per avere ridotto il ruolo dell’esercito, per avere usato la forza militare con timidezza e per avere parzialmente ritirato i soldati americani da paesi che avevano bisogno di essere stabilizzati dopo interventi militari precedenti, cioè l’Iraq e l’Afghanistan. Quindi, a voler tirare le fila: Obama è stato un guerrafondaio o un presidente riluttante a fare la guerra? Dove ha deciso di attaccare, e in che modo? Partiamo dall’inizio: da quello che sappiamo dell’idea di guerra che ha formulato Obama prima della sua elezione e durante i suoi due mandati presidenziali.

Obama sulla guerra, dall’inizio
Un buon punto di partenza per capirci qualcosa è L’audacia della speranza (PDF), il libro uscito nel 2006 e scritto dall’allora senatore dell’Illinois Barack Obama. L’audacia della speranza conteneva alcuni dei temi che sarebbero diventati parte della campagna elettorale di Obama del 2008, tra cui diverse riflessioni sulla guerra e sull’uso della forza. Per esempio, parlando del mondo post-Seconda guerra mondiale, Obama diceva:

«Analogamente era nell’interesse dell’America lavorare con altri Paesi per dar vita a istituzioni e norme internazionali: non sull’ingenuo presupposto che sarebbero stati sufficienti leggi e trattati internazionali per mettere fine ai conflitti tra nazioni o eliminare la necessità di un intervento militare americano, ma perché più le norme internazionali venivano rafforzate e l’America si dimostrava disposta a esercitare con moderazione il proprio potere, minore sarebbe stato il numero di conflitti che sarebbero sorti; e più legittime sarebbero apparse agli occhi del mondo le sue azioni quando fosse stata costretta a fare uso delle armi.»

Obama riconosceva l’importanza delle istituzioni internazionali non solo come strumento per mantenere la pace, ma anche come mezzo per garantire la supremazia statunitense nel mondo occidentale. Allo stesso tempo non disconosceva il ricorso alla forza, e questo è un punto importante: lo limitava perlopiù a situazioni di estrema necessità.

Per capire cosa significa tutto questo nella pratica, si possono prendere come esempio due guerre iniziate dall’amministrazione di George W. Bush e che Obama si ritrovò tra le mani una volta insediato come presidente: i conflitti in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Obama parlò di queste due guerre durante l’importante discorso pronunciato all’Università di Azhar, al Cairo, nel giugno 2009. Nel discorso – che girò attorno all’idea di promuovere nuovi e migliori rapporti tra Occidente e mondo islamico dopo i complicati anni dell’amministrazione di George W. Bush – Obama definì quella combattuta in Afghanistan contro i talebani e al Qaida una “guerra di necessità”, a cui gli Stati Uniti non si sarebbero potuti sottrarre. La guerra rispondeva a una precisa minaccia alla sicurezza nazionale americana, rappresentata dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a New York e Washington.

Per Obama era stata una guerra necessaria, perché minacciava direttamente gli Stati Uniti e perché era un’operazione approvata dalla NATO (quella fu anche l’unica volta in cui fu invocato l’articolo 5 del trattato istitutivo della NATO, che prevede l’intervento automatico di tutti i paesi NATO a seguito dell’aggressione di un paese terzo contro un membro dell’alleanza). Per Obama era diverso il discorso sull’Iraq. L’invasione in Iraq fu annunciata due anni dopo l’inizio delle operazioni in Afghanistan, ma fu giustificata sulla base di informazioni d’intelligence che si rivelarono poi false: Stati Uniti e Regno Unito dissero che l’allora presidente iracheno Saddam Hussein era in possesso di un arsenale di armi chimiche e aveva legami con al Qaida. Inchieste successive dimostrarono che non era vero. Per Obama quella in Iraq fu una “guerra per scelta”, non una “guerra per necessità”, oltretutto iniziata senza alcuna autorizzazione internazionale; Hussein non minacciava la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e per questo, diceva Obama, la guerra non andava fatta.

In pratica, nel libro L’Audacia della Speranza e nel successivo discorso del Cairo, Obama aveva messo i primi paletti contro le grandi campagne militari che avevano caratterizzato gli anni di presidenza Bush, e prima di allora altre guerre che gli Stati Uniti avevano combattuto in giro per il mondo, come la guerra in Vietnam. Obama voleva presentarsi al mondo non come un “war president”, un presidente di guerra, cosa che invece aveva voluto fare di sé George W. Bush, ma come un presidente disposto a usare la forza solo in situazioni di estrema necessità e possibilmente con un ampio consenso internazionale.

Al discorso del Cairo, pronunciato nel giugno 2009, seguì nel dicembre dello stesso anno quello a Oslo durante la consegna del premio Nobel per la pace; premio tra l’altro criticato da molti, visto che Obama era al suo primo anno di presidenza e doveva ancora dimostrare tutto. Il discorso a Oslo fu molto ripreso e commentato perché Obama, nonostante l’occasione e il premio che il Comitato per il Nobel norvegese gli aveva appena conferito, non si dichiarò completamente contro la guerra: disse che l’umanità doveva conciliare «due verità apparentemente irreconciliabili: a volte la guerra è necessaria, e in un certo senso la guerra è espressione della follia umana» (dal minuto 12.53, nel video qui sotto). Disse anche: «Per chiarire: il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare l’esercito di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaida a deporre le armi».

In un articolo pubblicato quattro anni dopo, il corrispondente alla Casa Bianca del New York Times Mark Landler tentò di spiegare se e come Obama fosse riuscito a trovare un modo per conciliare le due verità del discorso di Oslo. Trovò una definizione efficace, che incastrava nei paletti già annunciati in precedenza un’idea di guerra diversa da quella pensata da Bush: una guerra «come una sfida di sicurezza cronica ma gestibile, invece che una campagna nazionale a 360 gradi».

“Cronica” significava che la guerra veniva riconosciuta come una situazione permanente, la cui intensità poteva aumentare o diminuire a seconda delle minacce di quel momento. “Gestibile” nel senso che non comportava il dispiegamento massiccio dell’esercito in territorio nemico, ma poteva essere controllata e gestita, appunto, con interventi veloci, rapidi e mirati, come i droni e le forze speciali. L’idea di fondo, quella che mosse la politica militare di Obama, era che le minacce erano cambiate perché il mondo era cambiato. Gli Stati Uniti non dovevano più difendersi da stati nemici, perché secondo Obama nessuno stato arrivava a minacciare la sicurezza nazionale americana; dovevano difendersi invece da una minaccia diversa, quella che arrivava principalmente dall’azione di diversi gruppi terroristici, come al Qaida.

Ne usciva una nuova idea di guerra, poco definibile con i criteri usati dalle precedenti amministrazioni e forse poco definibile del tutto. Philip H. Gordon, che tra il 2013 e il 2015 lavorò alla Casa Bianca come coordinatore delle politiche in Medio Oriente, descrisse questa nuova condizione così: «la parola guerra non esiste più nel nostro vocabolario ufficiale». Esistevano gli attacchi mirati coi droni, le operazioni delle forze speciali e i programmi di addestramento delle forze alleate, ma non la guerra fatta di grandi campagne militari.

Cosa è successo nella pratica
Ci sono stati eccessi e storture, in questi otto anni, ma molte delle decisioni di Obama alla fine hanno rispecchiato la sua idea di guerra. Un buon esempio da cui partire è la guerra in Siria, uno dei conflitti più complicati e difficili da sbrogliare degli ultimi decenni.

Nella prima fase della guerra siriana, quando lo scontro era principalmente tra il regime di Bashar al Assad e i ribelli, Obama usò parole molto dure nei confronti di Assad e tracciò un’ipotetica “linea rossa”, che era l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile, superata la quale gli Stati Uniti sarebbero intervenuti bombardando Assad. Nell’agosto 2013 il regime siriano bombardò con armi chimiche tre quartieri di Damasco, uccidendo circa 1.400 persone. Obama però non fece nulla. La sua decisione in un certo senso fu in linea con l’idea di guerra che aveva teorizzato: non volle infilarsi in un intervento armato che non aveva possibilità di ottenere l’approvazione dal Consiglio di sicurezza dell’ONU – per via del prevedibile veto della Russia – e che sarebbe stato diretto contro un regime che, almeno secondo la sua amministrazione, non si poteva considerare una minaccia diretta all’America. Gli Stati Uniti intervennero in Siria un anno dopo: non lo fecero però contro Assad bensì contro lo Stato Islamico, che nel frattempo aveva conquistato molti territori a cavallo tra Siria e Iraq e aveva proclamato la nascita del Califfato. Lo Stato Islamico, per la sua ideologia e la sua idea di jihad globale, era considerato da Obama una minaccia concreta da combattere con i mezzi adatti a quel tipo di guerra: bombardamenti aerei con e senza pilota, un ampio uso di tecnologia e intelligence, e missioni della Delta Force, che come ha scritto Daniele Raineri sul Foglio sono state compiute «nelle pieghe e nelle pause delle guerre ibride che l’America ha combattuto in questi anni»

Nemmeno l’intervento in Libia del 2011, quello diretto a destituire l’ex presidente Muammar Gheddafi, si può considerare così lontano dall’idea di guerra di Obama. Nonostante sia stata l’unica guerra combattuta dalla sua amministrazione per destituire un regime, Obama non intervenne in Libia con le forze di terra. Ordinò molti bombardamenti, quello sì, ma non si preoccupò per esempio di pianificare una ricostruzione post-conflitto, in linea con la sua idea di evitare il dispiegamento di soldati anche per operazioni di stabilizzazione di lungo periodo (una tra le scelte più criticate di Obama: ci arriviamo). La rinuncia americana a occuparsi della ricostruzione, condivisa comunque dagli altri Stati che parteciparono all’intervento, è oggi considerato uno dei motivi della violenta guerra civile che si sta combattendo in Libia, dove ci sono due governi in competizione tra loro e centinaia di milizie armate che fanno il bello e il cattivo tempo nei territori che controllano. Lo stesso Obama in un’intervista con il giornalista dell’Atlantic Jeffrey Goldberg ha definito quella scelta un errore.

Due casi particolari di guerre di Obama sono state quelle in Iraq e Afghanistan, che ereditò dall’amministrazione Bush e da cui non riuscì a ritirarsi davvero, perché nel frattempo le operazioni antiterrorismo in atto non avevano dato i risultati sperati. Nell’ottobre 2011 Obama annunciò che l’ultimo soldato americano avrebbe lasciato l’Iraq entro la fine di quell’anno, ma meno di tre anni dopo decise di rimandare in territorio iracheno 475 consiglieri militari che avrebbero aiutato i militari locali nella guerra contro lo Stato Islamico. Oggi i soldati americani in Iraq sono circa 5mila, impiegati probabilmente non solo in operazioni di addestramento ma anche in combattimento. Una cosa simile è successa con l’Afghanistan. Nel maggio 2014 Obama annunciò il ritiro di tutti i militari americani entro la fine del 2016, ma poi bloccò l’operazione dicendo che avrebbe lasciato più di 5mila soldati, che si sarebbero ritirati entro la fine del 2017. Come era accaduto in Iraq, ci fu però un’intensificazione delle minacce non statali: i talebani, il cui regime era caduto dopo l’intervento americano nel 2001, ripresero forza e conquistarono diversi territori, fino a controllarne di più di quanti non ne avessero mai controllati dal 2001. Obama decise così di lasciare in Afghanistan quasi 9mila soldati (per fare un paragone: con George W. Bush gli Stati Uniti avevano impiegato in Iraq e in Afghanistan 200mila uomini).

Oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, Obama ha bombardato anche in Yemen, Somalia e Pakistan. È difficile dare numeri precisi sulle operazioni militari in questi tre paesi, compiute per lo più con l’uso dei droni e – cosa importante – con il consenso dei governi locali. Si possono dire comunque due cose al riguardo. La prima è che l’efficacia dei bombardamenti coi droni è stata messa in discussione da più parti: in Yemen, per esempio, al Qaida non è stata eliminata, ma è riuscita a riorganizzarsi e a pianificare nuovi attentati terroristici (come quello alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015). La seconda è che le modalità con cui sono stati compiuti questi attacchi – in parte sotto il controllo della CIA – sono state giudicate da alcuni giornali e da diverse organizzazioni internazionali molto poco trasparenti. Di certo c’è che i bombardamenti coi droni in Yemen, Somalia e Pakistan hanno rappresentato l’espressione perfetta della guerra di Obama, criticata da molti ed elogiata da pochi.

Le critiche: un guerrafondaio o troppo debole?
Negli ultimi anni alcune delle critiche a Obama sono arrivate dalla stampa americana considerata più di sinistra – come The Intercept – e da alcune organizzazioni o personalità che si occupano di diritto internazionale. Obama è stato accusato di avere fatto troppa guerra e soprattutto di averla fatta con un uso eccessivo dei droni, cioè con mezzi il cui utilizzo si trova ancora in una zona grigia del diritto internazionale (se un drone uccide in un bombardamento dei civili, di chi è la responsabilità, visto che è un aereo senza pilota? Del tecnico che lo guida a distanza dagli Stati Uniti?). I droni, che sulla carta servono a minimizzare le perdite dei soldati americani in guerra e che si basano su un uso massiccio della tecnologia, hanno anche mostrato di non essere “perfetti”, cioè di non poter evitare con sicurezza bombardamenti approssimativi e la conseguente uccisione di civili. Nel corso degli ultimi anni l’amministrazione statunitense ha dovuto affrontare diverse crisi di questo tipo, in particolare in Pakistan e in Yemen, con il rischio di inimicarsi la popolazione locale e dare argomenti ai terroristi per attaccare gli Stati Uniti.

Una delle critiche più incisive ha riguardato la progressiva espansione dei poteri presidenziali decisa da Obama in materia di guerra. Usufruendo al massimo dei poteri della presidenza in temi di guerra, nessuno degli interventi militari di Obama è stato infatti approvato dal Congresso americano (Obama chiese l’approvazione del Congresso solo quando si ipotizzava un intervento contro Assad, dopo il superamento della “linea rossa”: la proposta fu bocciata, probabilmente con suo stesso sollievo). Dopo l’inizio dei bombardamenti in Siria contro lo Stato Islamico, Jack Goldsmith, docente dell’Università di Harvard, esperto di diritto internazionale e co-fondatore del sito Lawfare, scrisse: «I suoi annunci di espandere l’uso della forza contro lo Stato Islamico senza il bisogno di un nuovo consenso del Congresso segnano la sua ultima avventura nell’unilateralismo e consolidano una legacy sorprendente di espansione dei poteri di guerra del presidente». Goldsmith sostenne allora che ricercare e ottenere il consenso dal ramo legislativo avrebbe potuto rafforzare la posizione di Obama, darle una legittimità che altrimenti non avrebbe mai avuto, e fornire anche una specie di copertura nel caso in cui le cose fossero andate storte. Obama però fece diversamente, probabilmente anche a causa dei rapporti sempre più tesi tra lui e i Repubblicani al Congresso. Oggi, poi, i superpoteri del presidente in materia di guerra pongono un’altra questione: come li userà Trump?

C’è poi tutto un altro tipo di critica che è stato fatto ad Obama: proviene da uno dei campi teorici più influenti della politica estera americana, tradizionalmente considerato vicino ai conservatori. Secondo questi critici, per la maggior parte analisti ed esperti di sicurezza, Obama avrebbe fatto troppa poca guerra: avrebbe ridotto il ruolo dell’esercito americano, per esempio approvando dei tagli alle spese militari; avrebbe trascurato quelle politiche in grado di contrastare efficacemente il terrorismo intervenendo nei contesti dove si sviluppa, e che spesso richiedono grandi interventi militari via terra e operazioni di stabilizzazione post-conflitto. Michael E. O’Hanlon, analista della Brookings Institution, ha scritto sul Wall Street Journal che per proteggere l’interesse nazionale l’America dovrebbe disporre di un esercito in grado di anticipare e svolgere un’ampia varietà di operazioni di terra e dovrebbe avere il potere di reagire alle eventuali azioni aggressive della Russia di Vladimir Putin contro i paesi baltici o a un’eventuale scontro tra le due Coree (gli Stati Uniti sono alleati della Corea del Sud, mentre sono nemici di quella del Nord), tutte cose che Obama non ha messo tra le sue priorità. Chi critica Obama da destra, diciamo così, pensa che tutte queste cose insieme abbiano contribuito a ridurre considerevolmente il ruolo degli Stati Uniti nel mondo: che abbiano ridotto la capacità degli americani di contrattaccare, e allo stesso tempo anche quella di fare paura ai nemici e di rassicurare gli amici, due tra gli aspetti più importanti che si guardano quando si misura il potere di uno stato.

Josef Joffe, docente di affari internazionali all’università di Stanford (California), ha descritto la presidenza di Obama come la più sorprendente dall’entrata degli Stati Uniti nel gruppo delle grandi potenze, dopo la Prima guerra mondiale: «Normalmente le grandi potenze sono spinte fuori dalla scena internazionale da attori più forti e potenti di loro, come successe con l’Impero Asburgico, la Francia e il Regno Unito all’inizio di questo secolo. L’America di Obama se ne è andata lentamente, senza alcuna costrizione».

E quindi?
È vero che Obama è stato il presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo. È però altrettanto vero che il numero delle guerre combattute da Obama, sette, non può essere sufficiente da solo per definire la sua amministrazione “guerrafondaia”: anche perché sono operazioni molto diverse tra loro, e alcune probabilmente non ha nemmeno senso chiamarle guerre. Obama non ha compiuto alcun intervento di terra su larga scala e, a eccezione della Libia, non ha partecipato a missioni finalizzate a destituire regimi di altri paesi. Ha modificato sensibilmente il modo di fare la guerra, adattandolo a un tipo nuovo di minaccia, ed è intervenuto quasi esclusivamente per colpire gruppi terroristici o vicini ai terroristi, espandendo sempre di più i poteri del presidente e limitando quelli del Congresso. Da un punto di vista militare verrà ricordato soprattutto per l’estesissimo uso dei droni e per il parziale ridimensionamento dell’esercito.

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