Roger Federer a 17 anni, il 2 febbraio 1999: stava giocando il secondo turno dell'Open di Marsiglia, in Francia, contro Carlos Moya (Georges Gobet/AFP/Getty Images)
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  • martedì 31 gennaio 2017

Com’era Roger Federer a 17 anni

«Non ho alcun dubbio che appartenga alla sparuta schiera dei predestinati», scrisse Gianni Clerici dopo averlo visto giocare la prima volta nel 1999

Roger Federer a 17 anni, il 2 febbraio 1999: stava giocando il secondo turno dell'Open di Marsiglia, in Francia, contro Carlos Moya (Georges Gobet/AFP/Getty Images)

Domenica il tennista svizzero Roger Federer ha vinto, a 35 anni, la finale degli Australian Open battendo il suo storico rivale, lo spagnolo Rafael Nadal (si sono affrontati 35 volte, di cui 21 vinte da Nadal): ha ottenuto così il suo 18esimo Slam (uno dei quattro tornei più prestigiosi nel tennis), più di qualsiasi altro tennista di sempre, e il suo 89esimo titolo in carriera. Federer è considerato da moltissimi esperti ed ex giocatori il miglior tennista di tutti i tempi.

Dopo la vittoria di Federer, Repubblica ha ripubblicato l’articolo che Gianni Clerici – il più importante commentatore di tennis italiano, noto in tutto il mondo – scrisse quando assistette per la prima volta a una partita di Federer, un incontro con l’italiano David Sanguinetti nella Coppa Davis tra Italia e Svizzera. Era il 2 aprile del 1999, Federer aveva 17 anni ed era diventato tennista professionista un anno prima; Clerici ne intuì subito il talento eccezionale, paragonandolo all’Andre Agassi degli esordi e sostenendo che «non ho alcun dubbio che Roger Federer appartenga alla sparuta schiera dei predestinati».

«Avevo scritto – e non era per nulla difficile – che c’era odore di play out. E che, per salvare questo paese di poeti santi e navigatori (Dux dixit) ci sarebbe voluto un santo nuovo. Pensavo, nemmeno troppo in segreto, al San Guinetti di Milwuakee. Ma questa santificazione è stata ahinoi passeggera, e il Davide di oggi è sceso dalle sue nuvole, per ritornare in terra, purtroppo non rossa. La sua partita, ahilui, non era facile. Si ha un bel dire che ogni match conta per sé, ma c’è una bella differenza nell’iniziare con un vittoria a zero, o invece con un handicap di 3 set, anche se a perderli è stato un vostro compagno. Un handicap che ha rasserenato, se ce n’ era bisogno, un bambinone dalla mano santa, un unto del Signore, come Mario Soldati amava definire i geni dello sport.

E, dopo averlo seguito per due ore e quaranta minuti, non ho alcun dubbio che Roger Federer appartenga alla sparuta schiera dei predestinati. Ricorda, questo bel bimbo di Munchenstein, l’Andre Agassi degli esordi, anche se la sua nascita Schwyzer dutsch potrebbe, per assonanza, rammentare un altro fenomeno dell’immaginazione e dell’iperbole, il Barone di Munchausen. Mi informano i suoi esegeti che il giorno in cui fu felicemente catturato nel natio borgo selvaggio e rinchiuso tra le mura del centro tecnico di Ecublens, il piccolo Roger conosceva soltanto il diritto. Era ignaro di rovescio e battuta, così come del francese, la lingua di quel benedetto collegio. Perdeva anche regolarmente da non meno di quattro altri ragazzi, che oggi avranno probabilmente seguito il suo piccolo trionfo in televisione. Ma è noto che, per affermarsi, non è indispensabile aver solo il talento, ma bisogna saperlo coltivare».

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