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  • domenica 15 gennaio 2017

La conferenza di Parigi per la pace in Palestina

Hanno partecipato 75 stati: fra questi però non c'erano né Israele né la Palestina stessa, e l'obiettivo è sembrato più quello di tenere vivo il dibattito

(BERTRAND GUAY/AFP/Getty Images)

Oggi, domenica 15 gennaio, c’è stata a Parigi una conferenza internazionale sulla pace in Palestina: è stata organizzata dal governo francese di François Hollande e vi partecipano più di 40 ministri degli Esteri e le delegazioni di 75 paesi. La conferenza è iniziata con un discorso di Hollande, che ha ribadito il suo sostegno alla cosiddetta soluzione a due stati, e terminerà in serata con la formulazione di un documento di cui circola già una versione preliminare: il documento – in sintesi – non accetterà le modifiche israeliane ai cosiddetti confini del 1967, cioè la base per ogni trattativa da decenni a questa parte, e chiederà il perseguimento della soluzione dei due stati. La conferenza di oggi è solo l’ultimo di una serie di recenti tentativi fatti da alcuni stati per mediare fra Israele e Palestina e cercare di risolvere il conflitto. Non sembra che questo tentativo possa essere più efficace di quelli che lo hanno preceduto: servirà probabilmente per tenere vivo il dibattito, e magari mandare un messaggio politico alla futura amministrazione americana di Donald Trump.

Alla “Conferenza sulla Palestina” di Parigi non partecipano infatti né la Palestina (che però ha formalmente appoggiato l’incontro) né Israele, che l’ha invece molto criticato. La conferenza è appoggiata dalla Palestina perché in linea con la sua richiesta alla comunità internazionale di assumere un ruolo più rilevante nella questione palestinese: cosa che però Israele contesta decisamente, spiegando che diminuisce le concrete possibilità di un negoziato per la pace.

Un altro dei motivi per cui la conferenza è malvista da Israele ha a che fare con il fatto che verrà confermata l’opposizione agli insediamenti israeliani: secondo quanto scritto nella bozza ottenuta da HareetzAssociated Press, si chiederà «una soluzione in cui si negozino i due stati – Israele e Palestina – uno accanto all’altro in pace e sicurezza, come unica via per ottenere una pace duratura». Negli ultimi decenni Israele ha insediato circa 600mila persone nei territori di Gerusalemme est e della Cisgiordania, che la comunità internazionale considera appartenenti allo stato palestinese. Gli insediamenti israeliani sono considerati il principale ostacolo “materiale” alla pace: ultimamente si è tornati a parlarne perché persino gli Stati Uniti – i più importanti alleati internazionali di Israele – hanno rimproverato duramente Israele e hanno deciso di non mettere il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU che condanna l’espansione degli insediamenti.

– Leggi anche: Che fare con le colonie israeliane?

La conferenza inoltre si tiene a cinque giorni dall’insediamento del nuovo presidente statunitense Donald Trump, che in campagna elettorale è stato molto vicino alle posizioni della destra nazionalista israeliana: fra le altre cose, ha lasciato intendere che sposterà l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv – sede di tutte le ambasciate internazionali – a Gerusalemme, che tuttora Israele e Palestina rivendicano come propria capitale. Per gli Stati Uniti parteciperà l’attuale segretario di Stato statunitense John Kerry – in uno dei suoi ultimi incontri internazionali con questa carica – che però rappresenterà una visione del conflitto probabilmente diversa da quella dei prossimi anni.

La conferenza di Parigi arriva poi dopo che la Palestina è diventata stato osservatore permanente all’ONU (in precedenza non era riconosciuta come entità statale) e dopo il recente ingresso ufficiale nell’UNESCO e nella Corte Penale internazionale: diversi analisti la considerano un ulteriore passaggio nel tentativo palestinese di “internazionalizzare” il conflitto, cioè di legittimarsi come paese oppresso agli occhi della comunità internazionale.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha negato in più occasioni di voler considerare un ritorno ai confini precedenti al 1967 e gran parte dei suoi alleati politici si oppongono all’indipendenza della Palestina e supportano invece il proseguimento degli insediamenti, dichiarati illegali dalle Nazioni Unite. Netanyahu ha definito “truccata” la conferenza, criticando la volontà di voler “imporre” una soluzione. Motivando l’organizzazione della conferenza, Hollande – il cui mandato finirà tra pochi mesi – ha detto: «Non posso accettare lo status quo, lasciando che le persone pensino che il conflitto si risolverà da solo. Non è vero».

L’obbiettivo di fondo della Francia (confermato in forma anonima da alcuni diplomatici francesi) è fare in modo che subito dopo il suo insediamento Trump si trovi davanti a una recente e rilevante richiesta internazionale che appoggi l’idea di uno stato palestinese, quasi a sottolineare la solitudine di una posizione così radicale su Israele come quella che probabilmente manterrà la sua amministrazione. Non è chiaro se Trump coglierà il messaggio: nel frattempo ha invitato alla sua cerimonia d’insediamento i rappresentati di alcuni abitanti degli insediamenti di Israele oltre a Benny Kasriel, sindaco di Maaleh Adumim, un insediamento israeliano a est di Gerusalemme.

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