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  • mercoledì 4 Gennaio 2017

Gli scienziati vogliono studiare Ed Whitlock

È un uomo di 85 anni che corre le maratone battendo un record dopo l'altro: i suoi valori fisiologici sembrano quelli di un quarantenne

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Ed Whitlock è canadese, ha 85 anni e nell’ottobre 2016 ha corso la maratona di Toronto in tre ore, 56 minuti e 34 secondi: è così diventato il più anziano di sempre a correre una maratona – poco più di 42 chilometri – in meno di quattro ore. Whitlock ha corso facendo in media un chilometro ogni cinque minuti e mezzo. Quello di ottobre è solo l’ultimo, per ora, di tanti altri suoi record: nel 2003 divenne il primo uomo con più di 70 anni a correre una maratona in meno di tre ore e a 73 anni riuscì addirittura a migliorarsi, correndone una in due ore, 54 minuti e 48 secondi.

Il New York Times ha scritto che, facendo un po’ di calcoli, è come se un atleta di venti o trent’anni corresse una maratona in due ore e cinque minuti (un paio di minuti in più rispetto all’attuale record del mondo). Whitlock non è però solo un anziano particolarmente arzillo e in forma; è un essere umano con valori decisamente fuori dalla norma per la sua età, che gli scienziati hanno studiato, rimanendo particolarmente stupiti.

Michael Joyner, ricercatore di una clinica che studia il rapporto tra invecchiamento e prestazioni atletiche, ha detto di Whitlock: «È il più vicino possibile a quello che si può definire invecchiamento minimo per un essere umano». A chi gli chiede perché continui a correre, Whitlock dice che ormai lo fa perché trova piacevole battere un record dopo l’altro: dice di non farlo per la salute e nemmeno per quella che per molti altri è una specie di dipendenza dalla corsa e dall’attività fisica in generale.

A vederlo, Whitlock sembra in realtà fin troppo esile: pesa poco più di 47 chili, è alto un metro e 73 centimetri e come ha detto Amby Burfoot – direttore della rivista Runner’s World – «sembra uno che potrebbe essere spazzato via da un venticello». Si allena da solo nell’Evergreen Cemetery (uno di quei cimiteri all’americana, molto grandi, e molto meno cupi dei nostri) che sta vicino a casa sua, poco fuori Toronto, in Canada. Corre per circa tre ore, senza tenere particolari tabelle e senza usare app per la corsa. Non è nemmeno particolarmente attento all’abbigliamento:

Alla maratona di Toronto ha corso con delle scarpe vecchie di 15 anni e una canottiera di 20 o 30 anni. Non ha un allenatore. Non segue una dieta specifica. Non tiene traccia di quanto corre. Non usa dispositivi per rilevare le sue pulsazioni mentre corre. Non fa i bagni nel ghiaccio, non si fa fare i massaggi. Spazza la neve d’inverno e lavora al giardino d’estate, ma non solleva pesi e nemmeno fa flessioni o piegamenti. Non fa nemmeno stretching, solo il giorno della gara. Non prende farmaci, solo un integratore che pare faccia bene alle ginocchia.

Whitlock è nato a Londra e lì ha iniziato a correre da ragazzo: ottenne buoni risultati nelle corse campestri scolastiche, a livello regionale, e continuò a correre anche durante le superiori e l’università. Si specializzò in alcune discipline del mezzofondo – le gare di corsa dagli 800 fino ai 10mila metri – e anche qui i risultati furono buoni ma mai eccellenti. Negli anni Cinquanta Whitlock si fece male al tendine d’Achille (un brutto infortunio, specie per chi corre), andò a vivere in Canada, iniziò a lavorare come ingegnere, si sposò, fece un figlio e smise di correre. Parlandone al New York Times, Whitlock ha detto: «[In Canada] a quel tempo non correva nessuno e io non avevo nessuna voglia di fare il pioniere».

Nel 1975, quando aveva 44 anni Whitlock riprese a correre perché suo figlio Clive, che allora aveva 14 anni decise di partecipare a una maratona, e gli propose di farlo insieme. Ci misero tre ore e nove minuti: Clive si era appositamente allenato per un anno, Whitlock no.

Whitlock iniziò però a ri-appassionarsi alla corsa e nel 1979 corse la sua migliore maratona, in due ore e 31 minuti: un risultato ottimo ma nella norma, per un quasi-cinquantenne particolarmente ben allenato. I tempi fuori dall’ordinario sono quelli che ha fatto dai settant’anni in poi, quelli che quattro anni fa convinsero la McGill University di Montreal, in Canada, a fare esami e test di vario tipo a Whitlock. Uno dei valori più sorprendenti fu il suo “VO2 max“, un parametro biologico che misura il volume massimo di ossigeno che i muscoli riescono a usare in un dato tempo. Si misura in millilitri per chilogrammo per minuto. L’allenamento e la vita sana possono migliorare i valori dei “VO2 max” di una persona solo in parte: ci si nasce, e più è alto meglio è. Un buon atleta olimpico di una disciplina come lo sci di fondo (particolarmente dispendiosa) ha un VO2 max pari 90, più o meno; in un ottantenne in normali condizioni di salute quel valore è pari a 20; il “VO2 max” di Whitlock è 54, cioè quello che ci si aspetterebbe da un ventenne mediamente sportivo e atletico.

Finora non è stato trovato nessun altro ottantenne con un valore così alto e Scott Trappe, direttore del laboratorio che ha fatto i test a Whitlock ha spiegato che nemmeno gli ex-atleti olimpici che continuano a fare sport per decenni ci arrivano vicini. «Non esiste niente di più alto nella letteratura relativa, è fenomenale dal punto di vista fisiologico».

Un altro esame fatto a Whitlock riguardava le sue unità motorie, cioè il sistema minimo alla base del funzionamento di ogni muscolo, formato da un neurone e dalla fibra muscolare che lo attiva.Tantissime unità motorie formano muscoli e, invecchiando il numero di unità motorie attive diminuisce. In certi muscoli in cui i ventenni hanno 160 unità motorie e gli ottantenni ne hanno 60, Whitlock era «vicino a 100». Parte della spiegazione potrebbe stare nel fatto che Whitlock abbia un numero incredibilmente e cronicamente alto di neurotrofine, delle particolari proteine che tengono attivi e funzionanti i neuroni.

Russell Hepple, un altro dei ricercatori che ha studiato Whitlock ha spiegato anche che, guardando foto di quando aveva vent’anni si nota come la sua corporatura non sia praticamente cambiata. Al New York Times ha parlato in particolare di una foto di quando Whitlock aveva circa vent’anni: «È davvero sorprendente. Di solito una persona dell’età di Ed [Whitlock] perde tra il 30 e il 40 per cento della sua massa muscolare [dai venti agli ottant’anni]».
Joyner, un altro ricercatore ha detto: «Non voglio essere naif, si tratta di fattori biologici» ma ha anche detto che la «pienezza del vigore fisico e emotivo» è comunque un fattore determinante e che «con un po’ di fortuna, l’invecchiamento si può in parte controllare con la propria volontà».

Whitlock sta intanto continuando ad allenarsi per battere il record per un ultra-novantenne. Le statistiche ufficiali dicono che è di 6 ore e 35 minuti, ma nel 2003 l’inglese Fauja Singh – che disse di avere 92 anni ma non poté fornire un certificato di nascita che lo provasse – ci mise cinque ore e 42 minuti. Whitlock potrebbe battere entrambi i record. Anche Whitlock pensa che c’entri la biologia – «ho la longevità nei geni» – ma è allo stesso modo convinto che sia anche una questione di volontà: «Penso che le persone possano fare molto più di quello che credono, basta essere abbastanza stupidi da provarci».