Il Giappone vuole ripulire lo Spazio

Ha portato in orbita un lungo cavo sperimentale per rallentare e fare polverizzare i detriti contro l'atmosfera

Un'elaborazione grafica dell'Agenzia Spaziale Europea mostra i detriti in orbita intorno alla Terra (ESA)

L’Agenzia spaziale giapponese (JAXA) ha messo in orbita un dispositivo sperimentale per la rimozione dei detriti spaziali, che nel corso di quasi 70 anni di missioni ed esplorazioni si sono moltiplicati a dismisura intorno alla Terra. Si stima che ci siano più di 100 milioni di detriti in orbita, di ogni tipo: da minuscoli frammenti di vernice a frammenti di pannelli solari di vecchi satelliti, passando per involucri di metallo, antenne e componenti di maggiori dimensioni. Le agenzie spaziali, a partire dalla NASA, tengono sotto controllo alcune migliaia di questi rifiuti, che potrebbero causare seri danni a satelliti e alla Stazione Spaziale Internazionale nel caso di una collisione, mentre con le tecnologie attuali è praticamente impossibile controllare i detriti più piccoli. L’esperimento giapponese è proprio dedicato a questi e alla possibilità di modificare la loro orbita, spingendoli verso l’atmosfera terrestre per farli polverizzare.

Il test della JAXA è stato avviato sabato 10 dicembre, contestualmente al lancio della capsula da trasporto Kounotori (letteralmente “cicogna”), diretta verso la Stazione Spaziale Internazionale con rifornimenti di vario tipo e nuove strumentazioni per gli astronauti e cosmonauti che vivono a bordo. Il piccolo satellite per la raccolta dei rifiuti si è separato dalla capsula spaziale collocandosi in orbita a circa 15 minuti dal lancio, avvenuto dall’isola di Tanegashima, nel Giappone meridionale.

kite-02Il principio di funzionamento per i piccoli detriti ricorda quello di un’ancora. Dal satellite si diparte un sottilissimo cavo realizzato con acciaio inossidabile e alluminio, costruito in collaborazione con il produttore giapponese di reti da pesca Nitto Seimo, che ha un’esperienza secolare nella produzione di strumentazioni per i pescatori. Semplificando molto: il cavo percorso da una corrente elettrica fa rallentare i detriti nella loro orbita intorno alla Terra, complice l’influsso del campo magnetico terrestre sullo stesso cavo. Perdendo velocità, i detriti modificano la loro orbita, avvicinandosi progressivamente all’atmosfera al punto da entrare in contatto con i suoi strati più alti ad alta velocità, polverizzandosi in seguito all’impatto.

JAXA lavora da quasi 10 anni a questo progetto, ma ci sono ancora molte difficoltà pratiche da superare prima di dimostrare l’affidabilità e l’efficienza del sistema. Il cavo sperimentale da poco messo in orbita è lungo circa 700 metri, ma i ricercatori hanno già anticipato che saranno necessari cavi lunghi tra i 5mila e i 10mila metri per rallentare specifici detriti spaziali, a seconda delle loro dimensioni e della loro orbita. Per ora sarà sperimentato il comportamento del cavo e del satellite in generale, in modo da raccogliere dati per missioni future in cui sarà tentato l’utilizzo su un detrito vero e proprio. Il piano è di arrivare a un sistema funzionante entro la metà del prossimo decennio.

Le distanze tra un satellite e un altro e la Terra sono fortunatamente enormi, quindi le collisioni disastrose con detriti alla deriva sono piuttosto rare. Sono però sufficienti granelli di pochi millimetri per creare scalfiture e lievi ammaccature alle strumentazioni, come testimoniano spesso le immagini dall’esterno della Stazione Spaziale Internazionale. Le agenzie spaziali sono consapevoli dei rischi e hanno programmi di vario tipo per il monitoraggio del materiale in orbita intorno al pianeta. Si stima che i detriti con dimensione massima superiore ai 10 centimetri siano più di 23mila, in viaggio a una velocità intorno ai 25mila chilometri all’ora. In media ci sono 250 collisioni ogni anno, la distruzione di parte dei detriti – soprattutto nelle aree vicino ai poli dove la concentrazione è maggiore – consentirebbe di ridurre gli incidenti, anche nell’ottica del costante aumento di nuovi satelliti messi in orbita.

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