Il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi durante l'Assemblea generale delle Nazioni Uniti il 20 settembre 2016, a New York (Drew Angerer/Getty Images)
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  • lunedì 28 novembre 2016

Scommettere su al Sisi è un errore

Il Washington Post critica Stati Uniti e FMI per la fiducia concessa al presidente egiziano, che continua a soffocare il dissenso senza migliorare l'economia

di Staff di editorialisti del Washington Post
Il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi durante l'Assemblea generale delle Nazioni Uniti il 20 settembre 2016, a New York (Drew Angerer/Getty Images)

Da quando tre anni fa Abdel Fattah al Sisi guidò un colpo di stato militare contro un governo islamista democraticamente eletto in Egitto, i suoi sostenitori occidentali, capeggiati dal segretario di Stato americano John Kerry, hanno sperato che avviasse riforme economiche capaci di rianimare l’economia del paese. L’idea era che un aumento delle politiche di libero mercato, il flusso di nuovi investimenti stranieri e, alla fine, una maggiore prosperità avrebbero stabilizzato l’Egitto dopo anni di subbuglio. In attesa che tutto questo si realizzasse, si poteva chiudere un occhio sulla brutale repressione dei dissidenti egiziani operata da al Sisi.

Per tre anni l’ex generale egiziano ha ignorato le suppliche di Kerry e di altri leader occidentali. Ha sperperato decine di miliardi di dollari forniti dall’Arabia Saudita e da altri alleati del Golfo Persico per realizzare enormi e costosi progetti come l’ampliamento del Canale di Suez, e per sostenere la moneta egiziana. Nel frattempo, al Sisi ha condotto la più ampia e violenta campagna contro i dissidenti egiziani della storia moderna del paese, in cui non si è limitato a incarcerare soltanto gli islamisti ma anche progressisti laici, giornalisti e attivisti della società civile, tra cui l’americana Aya Hijazi.

Ora al Sisi ha finalmente abbracciato le riforme liberali consigliate dal Fondo Monetario Internazionale. Non che avesse molta scelta: l’Arabia Saudita ha interrotto gli investimenti, e con la carenza di valuta straniera diffusa in tutta l’economia egiziana hanno iniziato a scomparire dai negozi prodotti di base come lo zucchero e l’olio da cucina. Questo mese il governo egiziano ha finalmente lasciato fluttuare la moneta nazionale – accelerando così una svalutazione di oltre il 50 per cento – e ridotto i sussidi alla benzina. La reazione del Fondo Monetario Internazionale è stata l’approvazione di un programma di finanziamenti da 12 miliardi di dollari (circa 11,3 miliardi di euro) in tre anni. Le parole di apprezzamento da parte di Kerry non si sono fatte attendere: «I leader egiziani stanno prendendo le difficili decisioni necessarie per portare il paese verso la prosperità», ha detto in un comunicato. Il dipartimento di Stato americano sembra essere disposto a scommettere sul fatto che al Sisi dimostri di essere uno di quei pochi leader capaci di liberalizzare e ammodernare l’economia del loro paese operando nel frattempo una sanguinosa repressione, come Augusto Pinochet in Cile. Sembra però essere una scommessa improbabile, vista l’incompetenza economica di al Sisi, la corruzione radicata nel suo regime e nell’esercito egiziano e la storia di rivolte popolari contro le misure di austerità del paese.

L’11 novembre il governo dell’Egitto è riuscito a sopravvivere a un primo esame quando i cittadini egiziani non sono riusciti a partecipare in massa alle proteste indette dai Fratelli Musulmani. Al posto di ammorbidirsi, il regime ha reagito accelerando il passaggio parlamentare di una legge che annienterebbe quello che rimane delle organizzazioni indipendenti della società civile egiziana, come il programma rivolto ai bambini di strada del Cairo diretto da Hijazi. Qualsiasi gruppo potrebbe essere vietato con la giustificazione che le sue attività «sono in contrasto con la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico». Chiunque collabori con un’organizzazione straniera o svolga sondaggi d’opinione senza aver ricevuto prima un permesso è punito con cinque anni di carcere.

Nel breve periodo la pesante repressione del governo e lo sfinimento di molti egiziani dopo quasi sei anni di caos politico potrebbero salvare al Sisi dai disordini di cui alcune persone prevedono l’inizio. Dal punto di vista diplomatico è probabile che al Sisi riceva dalla prossima presidenza Trump un sostegno ancora più forte di quello ottenuto da Kerry. È improbabile però che l’autoritario presidente egiziano riesca a stabilizzare l’economia mentre soffoca la società civile del suo paese. La scommessa fatta su di lui da Fondo Monetario e Stati Uniti difficilmente si rivelerà vincente.

© 2016 – The Washington Post

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