(MARTIN BUREAU/AFP/Getty Images)

Perché si parla di una “tassa Airbnb”

Governo e parlamento litigano sull'introduzione di nuove regole per rendere più chiara la tassazione dei servizi per gli affitti a breve termine

(MARTIN BUREAU/AFP/Getty Images)

Dopo giorni di discussioni e un confronto politico piuttosto acceso con l’opposizione e interno allo stesso Partito Democratico, il governo Renzi ha ottenuto che per ora sia messo da parte un provvedimento nella legge di stabilità che avrebbe introdotto un nuovo sistema di tassazione per chi affitta per brevi periodi la propria casa, la cosiddetta “tassa Airbnb”. Le nuove norme dovevano servire a regolamentare meglio un settore che in Italia si è espanso notevolmente negli ultimi anni, complice l’assenza di regole fiscali chiare sul modo in cui dichiarare i ricavi ottenuti con gli affitti temporanei di pochi giorni. I sostenitori del provvedimento dicono che norme più chiare aiuterebbero a eliminare un’area grigia nel sistema di tassazione, che può essere sfruttata per evadere i pagamenti allo Stato, mentre i contrari dicono che le regole attualmente in vigore sono già sufficienti per regolamentare il settore, dove Airbnb non ha praticamente concorrenti.

La società statunitense Airbnb gestisce il più grande servizio al mondo per gli affitti temporanei. Attraverso il suo sito e la sua applicazione consente a chiunque di mettere in affitto una stanza, o un’intera abitazione, e di essere facilmente rintracciabile con un motore di ricerca geografico. Airbnb fornisce inoltre i sistemi necessari per ricevere i pagamenti dai propri clienti tramite carta di credito, e trattiene per sé una percentuale su ogni transazione come pagamento per i servizi offerti. I bassi costi e la sua semplicità d’uso hanno reso Airbnb un successo planetario, soprattutto per chi viaggia per turismo, con molte preoccupazioni da parte degli albergatori tradizionali che spesso non possono offrire le loro stanze a prezzi così bassi per via dei costi più alti che devono affrontare (a partire da quelli per il personale e delle imposte).

I pagamenti ricevuti da Airbnb arrivano direttamente sul proprio conto corrente, associato all’account con cui si è registrati al servizio, e spetta quindi al singolo utente segnalare i ricavi ottenuti nella sua dichiarazione dei redditi. Le leggi in merito in Italia sono antecedenti al fenomeno di Airbnb e servizi simili, quindi sono legate a un periodo in cui il numero degli affitti a breve termine era molto più basso. Un reddito ottenuto affittando una camera deve essere dichiarato ed è previsto il pagamento dell’aliquota IRPEF, oltre alle addizionali. In molti casi, dicono i sostenitori della “tassa Airbnb”, il denaro ottenuto tramite il servizio non viene però dichiarato perché tanto per il fisco italiano è difficile accertare la provenienza del denaro: le transazioni sono fornite da una società che sta all’estero ed è difficile ricostruire il loro percorso. Senza contare che diverse attività alberghiere come bed and breakfast da tempo usano Airbnb per trovare clienti come se fossero case di privati cittadini.

Per regolamentare meglio il settore, nella legge di stabilità era stato proposto l’inserimento della cedolare secca al 21 per cento sugli affitti brevi, cioè un regime di tassazione simile a quello degli affitti degli immobili nel lungo periodo e alternativo al pagamento dell’aliquota IRPEF. La cedolare secca per gli affitti è applicata dal 2011: ha portato a diverse semplificazioni nella gestione dei redditi derivanti dagli affitti e per questo ha ottenuto un buon seguito, con il vantaggio di avere ridotto parzialmente i fenomeni dell’evasione nel settore. Nel caso degli affitti brevi “in strutture extralberghiere”, la proposta era di applicare automaticamente la cedolare secca, istituendo inoltre un registro per tenere più facilmente traccia di chi decide di mettere in affitto stanze e case per pochi giorni.

Il 12 novembre scorso la proposta era stata liquidata dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che aveva detto di non volere introdurre nuovi sistemi di tassazione per gli affitti a breve termine, confermando più in generale la scelta di non applicare nuove tasse durante il suo mandato.

La posizione del governo è stata confermata alla fine della scorsa settimana, quando si è deciso di sospendere la discussione sulla “tassa Airbnb”. La scelta non è però piaciuta al presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia (PD), che ha spiegato: “Sulla norma Airbnb, che riguarda banalmente la cedolare secca per i bed and breakfast, evitiamo demagogia e propaganda: non solo sul fisco, ma almeno sul tema molto serio della sicurezza e delle tasse evase. Serve una risposta chiara da parte del governo. Stiamo parlando della possibilità per chi affitta la propria casa per brevi periodi di utilizzare la cedolare secca, non c’è alcuna nuova tassa. Chi si è schierato contro questa misura o è in malafede o è solo ignorante, tertium non datur”.

Le opposizioni hanno presentato alcuni emendamenti alla legge di stabilità con proposte molto simili, tese sempre all’introduzione della cedolare secca automatica per gli affitti a breve termine, ma al momento sembra improbabile che il governo riveda la propria posizione e di conseguenza le pressioni che sta esercitando nei confronti della maggioranza.

Il country manager di Airbnb in Italia, Matteo Stifanelli, ha spiegato alla Stampa che l’azienda è comunque interessata a risolvere la questione delle tasse, trovando un sistema che possa mettere d’accordo i suoi clienti con le esigenze del fisco di evitare i fenomeni di evasione nel settore. Stifanelli ha però definito “troppo semplicistica” la proposta della cedolare secca, aggiungendo che si sarebbe rivelata nella sostanza una “tassa per il Web”. Gli albergatori italiani chiedono invece che la proposta non sia abbandonata, come ha spiegato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca: “Questa non è una tassa nuova. Già adesso dovrebbero pagarla tutti. Soltanto che ci sono strutture abusive che si sottraggono […] Ci sono società che si nascondono dietro nomi che, guarda caso, sono gli stessi per centinaia di appartamenti. Nel 2008 c’erano 207 strutture commercializzate su quel portale, oggi ce ne sono 220 mila. È il business degli ultimi anni.”

Oltre a essere osteggiati dagli albergatori, i servizi come Airbnb sono talvolta mal visti dagli amministratori locali, perché gli affitti brevi rendono più complicato il controllo dei flussi turistici nei loro territori e la riscossione delle tasse di soggiorno (dove previste). Airbnb ha comunque accolto queste obiezioni e di recente ha avviato collaborazioni con alcuni comuni, impegnandosi a offrire all’interno del suo servizio i sistemi necessari per fare pagare la tassa di soggiorno ai clienti, versandola poi ai comuni interessati.