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  • domenica 13 novembre 2016

Il giovane sindaco di San Salvador

Una delle città più pericolose al mondo ha un sindaco di 33 anni, populista di sinistra e di famiglia benestante, che vuole cambiare le cose in modo tutto nuovo

San Salvador è la capitale e la città più grande di El Salvador, piccolo stato dell’America centrale: ed è anche la città con il tasso più alto di omicidi in un paese che è uno dei più pericolosi al mondo. Nel 2015 Nayib Bukele è diventato sindaco di San Salvador: ha 33 anni, la sua famiglia è benestante, fa parte di un partito di ex guerriglieri di sinistra e ha solo tre anni di esperienza politica alle spalle. Bukele sta cercando di risolvere gli enormi problemi di San Salvador con un approccio molto diverso da quello di chi l’ha preceduto. Secondo alcuni è un populista molto attento a pubblicizzare la propria immagine, secondo altri sta facendo un buon lavoro. In generale, tutti riconoscono la sua diversità e la sua voglia di cambiare le cose. Su Bukele il Guardian ha pubblicato un articolo che fa parte di un’inchiesta più estesa della giornalista Lauren Markham e che si intitola: «Un sindaco “millennial” può salvare una delle città più violente del mondo?».

Il reportage inizia con il racconto di uno dei luoghi più pericolosi di San Salvador, il mercato centrale. Si estende su una decina di isolati, ci sono migliaia di venditori che intasano le strade con bancarelle improvvisate e banchi. Ci sono donne che cucinano i tipici “tamales” fatti con la pasta di mais accanto a sacchi di papaya e che servono il caffè fumante in tazze di polistirolo; ci sono ragazzi che spingono carriole piene di ghiaccio, saponette, banane e manghi tra file di manichini vestiti con abiti a buon mercato. «La violenza qui è in gran parte non visibile, fino a quando, naturalmente, non lo diventa», dice Markham. Il mercato è controllato dalle gang, che gestiscono i venditori, che spesso dicono loro come votare e che vengono qui per reclutare i bambini, per raccogliere tangenti e, quando lo ritengano necessario, per uccidere.

I sindaci precedenti di San Salvador hanno tentato di sgomberare dal mercato i venditori abusivi, causando disordini, rivolte e alla fine senza risolvere il problema. La strategia di Bukele è invogliare i commercianti a trasferirsi in nuovi mercati appena fuori dal centro della città (e la cui costruzione sarà completata entro il 2018) offrendo loro contratti di locazione, migliori condizioni di sicurezza e sanitarie. Il piano viene chiamato “reordenamiento”, riordino, e prevede anche di rivitalizzare il centro della città, dove si trovano i più antichi e maestosi edifici del paese, tra cui la cattedrale e il teatro nazionale che è attualmente in rovina.

El Salvador è più piccolo della Lombardia e ci vive meno del 14 per cento della popolazione dell’America Centrale. I dati più aggiornati dicono che nel paese, nel 2015, ci sono stati 6.640 omicidi, una media di 104,2 ogni 100 mila abitanti (nel 2014 negli Stati Uniti, per capirci, la media era di cinque ogni 100 mila persone). Più di 3 mila persone sono state uccise nei primi sei mesi del 2016 e il dato è in crescita del 7 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel 2012 aveva fatto notizia il fatto che per un giorno nel paese non fosse stato ucciso nessuno: non accadeva da tre anni. La ONG statunitense Refugees International ha stimato che il 90 per cento del territorio del paese è di fatto sotto il controllo delle gang criminali. El Salvador è un paese così violento perché fa parte di un istmo cruciale nel traffico delle sostanze stupefacenti ed è un luogo di transito dei cartelli della droga messicani. La situazione economica e sociale è infine piuttosto complicata: dei suoi 6 milioni e 200 mila abitanti circa, più del 30 per cento vive in povertà. Anche la percentuale di coloro che non hanno un’istruzione è molto elevata.

Il partito di Bukele è quello dell’attuale presidente Salvador Sánchez Cerén: il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), di sinistra, che è stato fondato alla fine degli anni Settanta da un gruppo di rivoluzionari della guerriglia durante la guerra civile del paese che durò dal 1980 al 1992 e che causò la morte di circa 75 mila persone. La giornalista Lauren Markham spiega che il paese è ora di nuovo, dopo due anni di tregua, in una situazione di guerra con le principali bande del paese: MS-13 e Mara 18.

Mara Salvatrucha, detta anche MS-13, è una delle gang criminali più famose del mondo. Fu fondata negli anni Ottanta a Los Angeles da un gruppo di immigrati salvadoregni per difendersi dai soprusi delle gang messicane e afroamericane, e in pochi anni si allargò e iniziò attività criminali come il traffico di droga, il contrabbando d’armi e la prostituzione. I membri della MS-13 sono conosciuti per la loro violenza e crudeltà, verso i rivali e verso i membri che vogliono lasciare l’organizzazione. Tra i riti di iniziazione della gang ci sono il pestaggio per i maschi e stupri collettivi per le femmine. La Mara 18, detta anche 18th Street gang, è stata fondata da emigrati messicani negli anni Sessanta nella zona Rampart di Los Angeles. In breve tempo ha accolto anche membri di altre origini, non solo ispanica, ed è rapidamente diventata la banda criminale multietnica più numerosa e pericolosa a Los Angeles e presente in almeno 37 stati americani.

Attualmente le carceri del paese sono piene al 325 per cento delle loro capacità. I tempi per arrivare a un processo sono lunghissimi, possono durare anni, e spesso i crimini restano impuniti. Quando Lauren Markham ha incontrato Bukele nel suo ufficio lo scorso gennaio, il sindaco ha affrontato il tema della violenza preferendo discutere i progetti che aveva lanciato: «Quando hai mal di testa cosa vorresti? Un Tylenol (nome di una medicina, ndr). Ma quello che hai non è una carenza di Tylenol. Si diventa stressati, si è disidratati, o si ha qualcosa di più grave. Così si prendono due pasticche, e se non funzionano se ne prendono quattro, e poi dieci». Per Bukele la violenza è il sintomo di una malattia più preoccupante e radicata a El Salvador: la povertà e l’ingiustizia strutturale. Nella metafora di Bukele la medicina corrisponde a repressione e controllo: «La gente chiede più polizia, e la capisco. Ma la polizia non risolverà il problema».

BukeleLa cura, per Bukele, sta nel combattere le disuguaglianze. La riorganizzazione del mercato centrale, l’apertura di musei nel centro della città, la promozione dello skateboard come un’attività positiva per i giovani, il progetto “San Salvador 100% Illuminado” per non lasciare nessun angolo al buio sembrano parte del progetto di un «ingenuo ragazzo ricco», scrive Lauren Markham. Ma lui è realmente convinto che se si rimuovono le disuguaglianze strutturali, ci saranno pace e prosperità, e che se si modificano fisicamente i luoghi in cui si vive rendendoli migliori e pieni di occasioni si modificherà anche il rapporto tra i cittadini. Per fare questo è consapevole che servono soldi e finanziamenti. Ma serve anche, dice, la forza di convincere i salvadoregni che il loro paese ha il potenziale per diventare più grande.

Nayib Bukele ha 33 anni ed è nato in una famiglia molto benestante di El Salvador: «Il suo destino sembrava unirsi al loro impero commerciale». Dopo il diploma, alla fine del 1990, Bukele iniziò a lavorare con le aziende di famiglia che si occupavano di pubbliche relazioni e che avevano da poco trovato un nuovo cliente: il FMLN. Il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, prima di istituzionalizzarsi come partito nel 1992 alla fine della guerra civile, era composto da guerriglieri marxisti che si opponevano ai settori ultraconservatori della élite politica, militare e imprenditoriale salvadoregna. Dopo la fine della guerra civile, l’FMLN dovette gestire la propria transizione da movimento di guerriglia a partito legittimo. Bukele si occupò dell’immagine del partito e della strategia comunicativa legata alla sua trasformazione. Per lui però fu più di un lavoro: «Ho conosciuto la realtà del mio paese, la lotta del popolo per la giustizia». Si sentì in dovere di fare qualcosa.

Nel 2009, per la prima volta, un candidato dell’FMLN, Mauricio Funes, venne eletto presidente. Funes diceva di ispirarsi a Lula e Obama e fu eletto con lo slogan «sì, se puede» centrando il proprio programma politico sulle riforme sociali, sul welfare e l’istruzione. Nel 2011, all’età di 29 anni, Bukele si presentò come candidato sindaco per il suo ex cliente a Nuevo Cuscatlán, un piccolo centro alla periferia della capitale dove le cosiddette élites vivevano chiuse in palazzi di lusso, mentre il resto della popolazione viveva in condizioni al di sotto della soglia di povertà. Nuevo Cuscatlán era stata per lungo tempo la roccaforte del partito conservatore Alianza Republicana Nacionalista (ARENA). Candidare Bukele era poco rischioso politicamente per l’FMLN, poter aggiungere alle proprie fila un imprenditore sarebbe poi stato positivo per la reputazione del movimento di ex guerriglieri e la campagna elettorale non sarebbe costata niente visto che Bukele aveva i mezzi per finanziarsela da solo. Da subito, scrive il Guardian, Bukele si impegnò per la creazione del brand “Nayib Bukele”. La sua popolarità – associata a un programma specifico per i poveri che prevedeva istruzione, assistenza sanitaria, accesso all’acqua e ai servizi pubblici – cominciò a crescere, ma non nei sondaggi. Bukele decise allora a sfruttare a suo favore il paradosso che una città così povera continuasse a votare ARENA, un partito storicamente vicino alle élites del paese. Ai comizi cominciò ad attaccare il suo pubblico dicendo che se le persone avessero continuato a votare per un partito che non faceva i loro interessi, poi non avrebbero avuto alcun diritto di lamentarsi. «La sua campagna sembrava destinata al suicidio». Invece il messaggio fece effetto e nel marzo 2012 Bukele vinse contro il sindaco uscente Álvaro Rodríguez di ARENA. Nel 2015 si candidò e vinse a El Salvador.

Anche qui, e anche dopo la vittoria, la visione di Bukele ha continuato ad essere sostenuta da una forte campagna mediatica e di autopromozione. La città è piena di cartelli con scritti i suoi slogan, ne ha ridisegnato lo stemma, un gruppo di fotografi lo seguono costantemente e alimentano la costruzione del suo personaggio. Bukele è amato soprattutto fra i giovani, avendo anche fatto la scelta di prendere sempre di più le distanze dal suo vecchio partito di cui spesso critica la leadership. I due giornali più diffusi nel paese, La Prensa Grafica and El Diaro de Hoy, non lo amano molto: raramente si occupano dei suoi progetti, ma danno largo spazio alle critiche nei suoi confronti e ai presunti scandali in cui sarebbe coinvolto. Hanno scritto per esempio che, vista la sua importanza all’interno del partito, la famiglia di Bukele ha avuto dei vantaggi nell’assegnazione di una serie di contratti federali e che sono state fatte una serie di nomine clientelari a suo favore in posti di governo (per una di queste nomine effettivamente Bukele è stato sanzionato da un tribunale). Bukele è però molto importante per l’FMLN. Nel 2015 annunciò pubblicamente che si sarebbe dimesso se il suo partito avesse riconfermato procuratore generale del paese Luis Martínez, che per Bukele è «un gangster, molto corrotto, il peggio del peggio». L’FMLN acconsentì, sostituendo Martínez con un nuovo procuratore generale (in agosto Martínez è stato arrestato e giudicato colpevole di diversi reati).

Bukele utilizza moltissimo i social network per pubblicizzare il suo lavoro e la sua immagine. Su Instagram pubblica foto con i suoi calzini colorati o immagini del centro storico di San Salvador illuminato. «La forza di Bukele», dice Lauren Markham, «si basa su una forma di populismo di sinistra che ha radici profonde a El Salvador»: l’obiettivo è essere amato dai ricchi e dai poveri, raccogliere sostegno sia dagli elettori delle città che da quelli delle campagne, dai vecchi e dai giovani.

Bukele

A San Salvador restano comunque molti problemi, ma Bukele si dice molto ottimista: «Tutto è possibile», dice. Alcuni osservatori pensano che Bukele si ispiri alle origini dell’FMLN, quando i guerriglieri salvadoregni attraverso messaggi e canzoni riuscivano ad appassionare migliaia di persone alla loro lotta. Chi lavora con lui dice che quello che stanno cercando di fare è in effetti «ispirare le persone ancora una volta, come avevano fatto i guerriglieri con una chitarra e una canzone. Non siamo degli eroi, ma abbiamo chitarre migliori». In molti sostengono infine che la corsa di Bukele per le presidenziali del 2019 sembra inarrestabile.

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