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  • martedì 11 Marzo 2014

Il ballottaggio al Salvador è finito quasi pari

La sinistra sembra avanti di poche migliaia di voti, ma i conservatori si dicono vincitori e parlano di brogli

Domenica a El Salvador, piccolo stato dell’America centrale, si è tenuto il secondo turno delle elezioni presidenziali: il vincitore prenderà il posto di Mauricio Funes, in carica dal marzo 2009. I due candidati arrivati al ballottaggio sono Salvador Sanchez Ceren, del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), e Norman Quijano, del partito conservatore Alianza Republicana Nacionalista (ARENA). Lunedì entrambi hanno annunciato di aver vinto, nonostante il risultato al 100 per cento delle schede scrutinate sia leggermente a favore del FMLN: 50,11 per cento contro il 49,89 per cento di ARENA, 6.634 voti di differenza su un totale di 2.981.654 schede. Il partito conservatore, che nel 2009 con l’elezione di Funes perse il suo tradizionale predominio politico nel paese, ha denunciato brogli nella conta dei voti. Lunedì è cominciato il riconteggio ed entro giovedì dovrebbero arrivare i risultati definitivi, ha fatto sapere la commissione elettorale.

Lunedì sera Quijano – 67 anni, candidato di ARENA – ha fatto un discorso molto duro di fronte ai suoi sostenitori: «Non c’è tribunale che valga che possa strapparci la vittoria. Non permetteremo brogli di stile chavista come in Venezuela, qui siamo a El Salvador». Quijano ha aggiunto che ARENA e i suoi sostenitori sono decisi a difendere la vittoria anche con la loro vita. Su Twitter ha ribadito il concetto più di una volta, scrivendo, tra le altre cose: «Cari compatrioti, dobbiamo difendere tutti questa vittoria che ci appartiene, siamo al 100 per cento convinti che abbiamo vinto le elezioni».

 

Salvador Sanchez Ceren – 69 anni, candidato di FMLN, ex comandante della guerriglia salvadoregna e vicepresidente durante il governo dell’attuale presidente Funes – ha parlato ai suoi sostenitori dopo le 23 di lunedì, dicendo che ora si «deve rispettare la volontà del popolo salvadoregno». Ceren ha aggiunto: «Voglio dire a tutti quelli che incitano alla violenza che stanno sbagliando: questo popolo ha già deciso di continuare per la via del cambiamento, e non si può fermarlo, non si può».

Una vittoria così risicata del FMLN è stata un’assoluta sorpresa, e probabilmente anche per questa ragione il clima politico negli ultimi due giorni è stato molto teso e nervoso. Nel primo turno delle presidenziali dello scorso 2 febbraio il FLMN aveva ottenuto il 49 per cento dei voti mentre ARENA il 39: ci si aspettava quindi che il partito di sinistra ottenesse un secondo mandato presidenziale con largo margine.

El Salvador è un paese estremamente diviso dal punto di vista politico. Il FMLN, prima di istituzionalizzarsi come partito politico nel 1992 e vincere le sue prime elezioni presidenziali nel 2009, faceva la guerriglia marxista nella guerra civile degli anni Ottanta contro i settori ultraconservatori della élite politica, militare e imprenditoriale salvadoregna. Negli ultimi cinque anni, con la presidenza di Funes (che non è un vero e proprio chavista, e nel 2009 diceva di ispirarsi a Lula e Obama e fu eletto con lo slogan «sì, se puede»), il FMLN ha centrato il suo programma politico sulle riforme sociali, sul welfare e l’istruzione. Il programma elettorale di ARENA si è basato invece prevalentemente sullo sviluppo del mercato. Quijano ha usato una retorica piuttosto aggressiva nei confronti del FMLN, facendo soprattutto riferimento alla rivoluzione bolivariana del Venezuela, descrivendo le elezioni come «una scelta tra libertà e dittatura» e promettendo politiche molto dure nei confronti del narcotraffico e delle bande criminali.

La situazione economica e sociale di El Salvador è piuttosto complicata: dei suoi 6 milioni e 200mila abitanti, il 34,5 per cento vive in povertà, e la percentuale di coloro che non hanno un’istruzione è molto elevata. A livello di crescita economica nazionale, il lavoro del FMLN non è stato particolarmente incisivo negli ultimi cinque anni: nel 2013 la crescita è stata dell’1,7 per cento, l’indice più basso di tutta l’America centrale e latina. Nel 2012 aveva fatto notizia il fatto che per un giorno nel paese non fosse stato ucciso nessuno: non accadeva da tre anni.

Foto: Salvador Sanchez Ceren dopo i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali, il 2 febbraio 2014 (JOSE CABEZAS/AFP/Getty Images)