Ridateci il politically correct

Se la battaglia contro i suoi eccessi genera Trump, i fautori della battaglia hanno perso

di Barton Swaim – The Washington Post
Il candidato presidente del Partito Repubblicano Donald Trump durante un comizio a Pensacola, in Florida, il 2 novembre 2016(AP Photo/ Evan Vucci)

È vero che il sostegno a Donald Trump ha poco a che vedere con le sue idee, ma non è vero che le persone che lo sostengono non abbiano ragioni razionali o convincenti per motivare la loro preferenza. Dal mio punto di vista si sbagliano, ma non sono stupide: a noi piace credere che la loro preferenza per Trump sia semplicemente la testimonianza dell’esistenza di dinamiche economiche che queste persone non capiscono, ma ci stiamo illudendo.

Se i sostenitori di Trump che ho incontrato e che conosco sono una buona rappresentazione della mentalità della totalità, l’elemento che li unisce è un profondo odio per il politically correct. Niente di nuovo: Trump si è lamentato del politicamente corretto diverse volte e ama esprimersi in modi che possono ragionevolmente essere definiti politicamente scorretti. Sarà anche un intollerante e un bullo, ma di certo non è politicamente corretto, dicono. Personalmente non rigetto questo punto di vista. La cultura del politicamente corretto, nonostante ispiri battute e satira da 25 anni e forse anche di più, non è meno presente di prima nella nostra cultura. I sostenitori di Trump non sbagliano a odiarla.

Ma cos’è, esattamente, il politicamente corretto?

Il politicamente corretto non è soltanto un’ossessione nei confronti delle sensibilità razziali o sessuali, benché queste ne siano la radice. Il politicamente corretto, se posso azzardare una mia definizione in effetti un po’ cinica, ha a che vedere con il divieto di usare espressioni e abitudini comuni perché nella nostra società pluralistica potrebbero offendere qualcuno. Riduce la vita politica a una serie di segni e simboli giudicati come buoni o cattivi in base alla loro tendenza a includere o escludere persone lese o emarginate dalla vita comune. Il politicamente corretto nasce, forse, da un impulso di generosità: evitare di offendere le persone, quando possibile, è una cosa giusta. Ma è da tempo una piaga e una minaccia. Ci obbliga a pensare costantemente a una manciata di argomenti – che riguardano prevalentemente le identità razziali o sessuali, ma anche di altro tipo – ma ci rende impossibile parlare in modo aperto e onesto di quegli argomenti. Bisogna soppesare ogni sfaccettatura della vita alla luce delle sensibilità razziali e sessuali o di qualche tipo di imperialismo culturale; ma è meglio non parlare apertamente di nessuna di queste cose, a meno che non si sia pronti a disquisire delle loro sottili complessità e non si sia aggiornati su tutte le ultime tendenze in materie di espressioni bandite.

Il politicamente corretto è un codice non scritto e in continua evoluzione del linguaggio e delle pratiche proibite, di cui la maggior parte degli americani percepisce l’ingiustizia. Credo che questa percezione si sia accentuata negli ultimi anni, quando tre controversie politiche sono coincise in modo tale da far sembrare vietata qualsiasi interpretazione che non fosse di centrosinistra o progressista: i rapporti etnici come conseguenza del comportamento della polizia a Ferguson, in Missouri, e a Baltimora, in Maryland; la legalizzazione dei matrimoni gay dopo la sentenza della Corte Suprema americana nel caso Obergefell contro Hodges; e i diritti delle persone transgender dopo le rivelazioni di Caitlyn Jenner e l’ordine esecutivo dell’amministrazione Obama sui bagni nelle scuole pubbliche. Su questi tre argomenti gli americani hanno una serie di opinioni ragionevoli e divergenti, ma sono tutti temi sui quali, a seconda della natura della loro opinione, molte persone sono molto restie a parlare in pubblico in maniera sincera.

Gli americani non sopporteranno ancora per molto questa sensazione di delegittimazione e di incapacità di esprimere le proprie convinzioni senza attirarsi accuse di intolleranza e arretratezza. Molti di loro si sentono imbavagliati e irritati, e Trump è stato capace di dare un nome alla cosa che disturba queste persone: il politicamente corretto. Molte persone ci sono cascate, e cascandoci hanno commesso due errori disastrosi. Innanzitutto, promuovendo il politicamente scorretto come rimedio ai tabù che giustamente odiano, ci hanno dato un uomo così detestabile da far quasi sembrare quei tabù sensati. L’ironia più amara di questo stranissimo anno elettorale è che i sostenitori di Trump sono riusciti a rafforzare la credibilità del politicamente corretto. Messo di fronte alla scelta tra il politicamente corretto e le invettive intolleranti di un vecchio osceno, sceglierò il politicamente corretto.

In secondo luogo, quelli che sostengono Trump sulla base del fatto che respingerebbe il politicamente corretto non sono riusciti a capire che non si può cambiare una cultura dall’alto. Non è la politica che determina la cultura, ma la cultura che determina la politica e la trasforma. Un presidente può cambiare la cultura del politicamente corretto tanto quanto, per esempio, quella della promiscuità nei campus universitari. O quella sull’uso delle oscenità in contesti formali. O il calo dell’apprezzamento della poesia. Si possono anche disapprovare tutte e tre queste cose (come nel mio caso) ma dal momento che per loro natura non sono cose della politica, la politica non le può arginare e nemmeno influenzare. Il politicamente corretto è una presenza insidiosa nella vita americana, vero, ma per opporvicisi ci vuole il lavoro lungo e paziente di un’intera generazione e non l’elezione di un pagliaccio a presidente.

©2016 – Washington Post

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