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  • venerdì 7 Ottobre 2016

La bufala dei video di al Qaida “girati” dal Pentagono

Se ne è parlato molto in questi giorni: la notizia è vera, ma molti siti e blog hanno frainteso l'inchiesta originale

Questa settimana si è parlato molto di un’inchiesta realizzata dal Bureau of Investigative Journalism in cui si racconta come nei primi anni dell’invasione dell’Iraq una società di comunicazione inglese sia stata ingaggiata dal Pentagono per combattere la propaganda di al Qaida in Iraq, l’organizzazione poi divenuta famosa come ISIS. L’inchiesta è molto documentata e realizzata con cura: si basa in particolare su una lunga intervista a Martin Wells, uno dei dipendenti della società inglese Bell Pottinger, che dal 2004 al 2011 lavorò sotto contratto col Pentagono in Iraq.

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La storia raccontata nell’inchiesta non è una vicenda particolarmente scandalosa e, in larga parte, è stata confermata dal dipartimento della Difesa e dagli allora dirigenti di Bell Pottinger. Ma, come ha notato il giornalista Paolo Attivissimo, molti siti e giornali in Italia hanno ripreso la notizia in maniera sbagliata, ingigantendone o fraintendendone alcuni aspetti (in particolare il Fatto Quotidiano, il Giornale, il Corriere del Ticino). Per esempio diversi siti hanno scritto che la Bell Pottinger “realizzava” i filmati attribuiti poi ad al Qaida, il che sembra lasciar intendere che alcuni video di propaganda del gruppo terroristico fossero stati filmati con attori e comparse dalla Bell Pottinger e quindi successivamente spacciati per video del gruppo terroristico.

In realtà, come spiega l’inchiesta del Bureau, Wells, che lavorò in Iraq tra il 2006 e il 2008, aveva l’incarico di raccogliere filmati effettivamente realizzati da al Qaida, di solito video in cui venivano mostrati attentati o attacchi contro le forze militari americane o irachene. Questi filmati venivano poi rimontati sotto forma di servizi di news nello stile delle televisioni arabe. In altre parole Wells utilizzava i video prodotti da al Qaida per realizzare dei servizi da telegiornale. Alcuni di questi video venivano diffusi ufficialmente dalle forze americane. Altri venivano distribuiti alle stazioni televisive del mondo arabo, ma non veniva rivelato che a realizzarli era una società pagata dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La rete televisiva, semplicemente, li trasmetteva come parte della sua programmazione. Lo scopo dell’operazione era aiutare le emittenti arabe dotate di minori risorse a mettere in cattiva luce al Qaida e a diffondere i video che mostrassero le atrocità compiute dal gruppo terrorista.

Un’altra attività di Wells che è stata fraintesa è quella delle cosiddette “black ops”, o “operazioni sotto-copertura”. Sempre utilizzando materiale prodotto da al Qaida, Wells era incaricato di realizzare filmati di propaganda della durata di dieci minuti che venivano poi riversati su CD. Lo scopo di questi video, però, non era “incastrare” dei cittadini iracheni facendoli ritrovare nelle loro abitazioni, come hanno scritto alcuni siti e blog. Wells ha spiegato che questi CD erano realizzati in modo da rintracciare via internet chiunque li vedesse sul proprio computer. Proprio per questo venivano abbandonati nelle abitazioni dei sospetti terroristi dopo un’irruzione, con la speranza che venissero raccolti da un passante e poi visionati. La cosa più interessante, racconta Wells, era questi CD venivano visualizzati a volte molto lontano dal luogo dove erano stati abbandonati. In alcuni casi alcuni di questi vennero visti in Iran e in un caso persino negli Stati Uniti.

Il Bureau scrive che Wells decise di abbandonare l’Iraq due anni dopo l’inizio del suo incarico, a causa della difficoltà di lavorare in una zona di guerra e dello stress per le ore trascorse a guardare immagini atroci. Oggi il suo atteggiamento verso il lavoro compiuto per il dipartimento della Difesa americano è “ambivalente”, scrive il Bureau. Lo scopo del suo lavoro, dice, era nobile: mostrare le violenze compiute all’epoca da al Qaida in Iraq: «Ma da qualche parte nella mia coscienza mi chiedevo se fosse davvero la cosa giusta da fare».