La collezione di Marni, Milano, 25 settembre 2016 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for MARNI)
  • Moda
  • martedì 27 Settembre 2016

Le sfilate di Milano sono andate male?

Secondo alcuni esperti la moda italiana sta vivendo una rinascita, per altri gli stilisti emergenti sono ripetitivi e poco originali

di Enrico Matzeu – @enricomatzeu
La collezione di Marni, Milano, 25 settembre 2016 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for MARNI)

Lunedì 26 settembre si è conclusa Milano Moda Donna, la Settimana della moda italiana iniziata mercoledì 21 settembre, che come da tradizione viene dopo quelle di New York e Londra, ma prima di Parigi. Si è parlato molto dei festeggiamenti per i 50 anni di Bottega Veneta, celebrati con una sfilata all’Accademia di Brera a Milano, e poi della collezione molto eccentrica, con una giostra gigante al centro della passerella, dello stilista tedesco Philipp Plein, che ha anche detto che dal prossimo anno non sfilerà più a Milano ma a New York. I giornali hanno scritto a lungo anche della cena molto lussuosa organizzata da Dolce & Gabbana per 400 persone, a una tavola allestita all’aperto in via Montenapoleone, la strada famosa per i negozi di lusso.

D&G
La sfilata di Dolce & Gabbana, Milano, 25 settembre 2016 (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

A parte questo non ci sono state grandi novità, se non il dibattito aperto dalla stampa sulla moda milanese. Secondo alcuni è un momento molto buono per gli stilisti italiani, soprattutto quelli più giovani, mentre per altri – soprattutto i critici di moda americani – le cose non stanno proprio così. Business of Fashion, la famosa e autorevole rivista di moda diretta da Imran Amed, ha pubblicato già dal primo giorno di sfilate un articolo che sosteneva che la moda italiana stava andando molto bene, soprattutto per merito dello stilista Alessandro Michele e per il modo in cui sta rilanciando Gucci. L’attenzione attorno al suo lavoro, secondo BoF, ha riportato l’interesse di esperti e giornalisti anche sugli altri marchi italiani, come MSGM di Massimo Giorgetti – che è anche direttore creativo di Emilio Pucci – e sullo stilista Marco de Vincenzo, che sfila da un po’ di anni ma che solo ultimamente ha un buon riscontro anche nelle vendite. Sono gli stessi nomi, ma non i soli, messi invece in discussione dai critici di moda di Vogue America.

Alessandro Michele
La sfilata di Gucci disegnata da Alessandro Michele, Milano, 21 settembre 2016 (AP Photo/Luca Bruno)

La giornalista Nicole Phelps, conosciuta per la schiettezza delle recensioni, ha per esempio criticato alcune scelte fatte da Giorgetti per la collezione della primavera/estate 2017: in particolare le gonne a balze con stampe di frutta molto colorata abbinate a camicie con altrettante balze, che Phelps ha definito «ridicole» perché anziché alleggerire e rendere sportiva la figura, la appesantiscono.

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Una foto pubblicata da Massimo Giorgetti (@massimogiorgetti) in data:

Phelps ha invece apprezzato il lavoro di Marco de Vincenzo, e gli ha consigliato di proporre anche nella versione femminile, con taglie più piccole, alcune magliette della collezione uomo, dimostrando come la stampa americana sia molto attenta agli aspetti commerciali della moda e, secondo alcuni, meno a quelli creativi.

Marco De Vincenzo
Una modella sfila per Marco de Vincenzo alla Settimana della moda di Milano, 23 settembre 2016 (AP Photo/Antonio Calanni)

Nicole Phelps è stata abbastanza severa anche con Rodolfo Paglialunga, che da due anni disegna gli abiti di Jil Sander, un marchio famoso per lo stile molto minimalista. Anche Jil Sander, come Giorgetti, ha proposto giacche da donna gessate, molto ampie e con le spalle sproporzionate, che secondo Phelps sono state copiate dallo stile proposto di recente da Demna Gvasalia, lo stilista di Vetements e Balenciaga. Effettivamente c’erano molte cose che ricordavano la collezione invernale 2017 di Balenciaga, a partire dalle spalline e dai tagli anni Ottanta. Anche gli abiti plissettati disegnati da Paglialunga ricordano quelli della linea Pleats Please dello stilista Issey Miyake.

Jil Sander
Una modella sfila per Jil Sander, Milano, 24 settembre 2016 (AP Photo/Antonio Calanni)

Vogue America non è stato molto entusiasta neanche di Fulvio Rigoni, il nuovo direttore creativo di Salvatore Ferragamo: avrebbe osato poco e i vestiti non avevano un grande impatto. Stessa cosa per le scarpe, che volevano essere un omaggio ai famosi sandali arcobaleno inventati da Ferragamo, ma che secondo Phelps non rispecchiavano al meglio la sua eredità.

Salvatore Ferragamo
Un po’ di scarpe nel backstage di Ferragamo, Milano, 25 settembre 2016 (Tristan Fewings/Getty Images)

In generale sono stati bocciati dalla stampa americana più autorevole i nomi nuovi della moda italiana, mentre è stato espresso grande entusiasmo per le firme più conosciute, come Prada, che ha fatto una collezione che mette insieme alcuni degli elementi più famosi del suo stile, dalle stampe retro all’impiego del nylon nei vestiti. È piaciuta anche la collezione di Versace perché ha continuato la strada di rinnovamento del marchio disegnato da Donatella Versace, che non ha proposto vestiti troppo sensuali, si è concentrata anche sulla praticità e ha sperimentato un po’ realizzando abiti eleganti in nylon, che ricordano i k-way.

prada
Prada, Milano, 22 settembre 2016 (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Un’altra critica fatta alla Settimana della moda di Milano è la ripetitività. A partire da Gucci, c’è il rischio di rivedere sulle passerelle sempre le stesse cose, tanto che il critico italiano Angelo Flaccavento si è chiesto su BoF se abbia ancora senso organizzare le sfilate, con gli stilisti che sembrano più interessati allo spettacolo e alla messa in scena che ai vestiti. I marchi rischiano di riproporre tutti gli stessi elementi e influenzarsi tra di loro, com’è accaduto a Rodolfo Paglialunga con Jil Sander. Secondo Flaccavento, l’unico a distinguersi è stato Marni perché ha ripreso alcuni volumi già visti in giro rielaborandoli in modo nuovo.

Marni
La sfilata di Marni, Milano, 25 settembre 2016 (AP Photo/Luca Bruno)