(Justin Sullivan/Getty Images)

Un ripasso sulle elezioni americane

Sei cose essenziali per chi è stato distratto fin qui, ora che mancano due mesi

di Chris Cillizza – The Washington Post
(Justin Sullivan/Getty Images)

Per le persone normali, le elezioni presidenziali americane cominciano adesso. Negli Stati Uniti la festa del Labor Day – che cade il primo lunedì di settembre – segna tradizionalmente l’inizio degli ultimi due mesi circa della campagna elettorale, un periodo in cui anche chi si interessa saltuariamente alla politica comincia a fare attenzione alle elezioni di cui i giornalisti e gli impallinati di politica scrivono da oltre due anni.

Visto che per molte persone le elezioni presidenziali sono appena iniziate, quindi,vale la pena ripassare le cose che sappiamo.

1. La favorita è Hillary Clinton

A meno di 70 giorni dal voto dell’8 novembre, solo Hillary Clinton può perdere le elezioni. Clinton ha raccolto più soldi, è meglio organizzata e ha un gradimento più alto rispetto a Trump, seppur di poco. È anche la candidata che beneficia delle trasformazioni demografiche negli Stati Uniti (ma ci torniamo) e delle conseguenti trasformazioni nei collegi elettorali. Nonostante sia la favorita però, Clinton – un po’ sorprendentemente – non ha convinto una fetta consistente dell’elettorato, che continua ad avere grossi dubbi sulla sua onestà e affidabilità. La sua risposta impacciata allo scandalo sul suo uso di un server di posta elettronica privato durante il suo mandato da segretario di Stato non ha fatto che aggravare questi problemi. Ciononostante, se doveste scommettere, lei è la scelta più sicura.

2. Trump non è cambiato

Da quando Trump ha stravinto le primarie dell’Indiana del 3 maggio contro Ted Cruz – assicurandosi di fatto la candidatura alle elezioni per il Partito Repubblicano – si parla dell’imminenza di una sua svolta: del momento in cui avrebbe dovuto abbandonare parte della sua sfacciataggine e retorica reazionaria per convincere gli elettori indecisi del fatto che è caratterialmente all’altezza della presidenza. Sono passati quattro mesi e, ogni volta, Trump ha fatto un passo in avanti e due indietro. Un piccolo segreto: non esiste un “nuovo” Trump, o un Trump “diverso”. C’è solo Trump, prendere o lasciare.

3. Gli americani non vogliono nessuno dei due

Al momento Clinton ha un vantaggio netto – seppur in lieve calo – nei confronti di Trump nei sondaggi, sia in quelli dei principali stati in bilico sia in quelli nazionali. La cosa che però emerge in modo lampante è che gli elettori – in particolar modo quelli Repubblicani – non stanno prendendo una decisione sulla base di chi preferiscono, ma sulla base di chi non vogliono vedere diventare presidente. L’avversione verso Clinton della base dei Repubblicani è talmente grande che ci sono elettori del partito che sostengono Trump nonostante abbiano grossi problemi con gran parte di quello che dice e continuino ad avere dubbi su quanto sia effettivamente dedito alla causa dei conservatori. I Democratici, dall’altra parte, sono spaventati e allibiti all’idea che Trump si possa anche solo avvicinare alla Casa Bianca.

4. I Repubblicani hanno un problema demografico

Dopo la sconfitta del Partito Repubblicano alle elezioni del 2012, un gruppo di strateghi del partito fece un’analisi di cosa andò storto e di come sistemarlo. Uno dei consigli principali fu che i Repubblicani dovevano trovare il modo di sostenere un’ampia riforma dell’immigrazione, se non volevano perdere – forse per sempre – i voti delle persone di origini latinoamericane, un gruppo in grande crescita nell’elettorato statunitense. Sono passati quattro anni, il partito ha nominato un candidato la cui proposta principale è costruire un muro sul confine meridionale degli Stati Uniti, da far pagare al Messico, ed espellere tutti gli irregolari. Il sostegno dei latinoamericani per Trump è più basso del 27 per cento ottenuto da Mitt Romney, il candidato alla presidenza del Partito Repubblicano nel 2012. Per il futuro del partito, anche oltre questa elezione, è un disastro.

5. I Repubblicani hanno un problema anche con la mappa elettorale

Il Partito Repubblicano ha di fronte una strada in salita per ottenere i 270 voti dei grandi elettori necessari per vincere le elezioni, che è resa ancora più complicata dall’incapacità di allargare il suo bacino elettorale al di là dei voti dei bianchi. Benché ci sia la tendenza ad attribuire la responsabilità a Trump, la colpa non è tutta (e nemmeno principalmente) sua: nel 2012 solo una persona su dieci che aveva votato per Romney non era bianca.

In termini pratici, questo vuol dire che stati tradizionalmente Repubblicani come Georgia, Arizona, North Carolina, Virginia e Colorado stanno passando, a diverse velocità, al Partito Democratico. Allo stesso tempo, non c’è uno spostamento simile verso il Partito Repubblicano (a ogni elezione che passa Minnesota e Wisconsin diventano un po’ più Repubblicani, ma è un cambiamento molto lento). Considerate questo dato: dalle elezioni presidenziali dal 1992, 17 stati più il Distretto di Columbia hanno sempre votato per il candidato Democratico, per un totale di 242 grandi elettori. Gli stati che hanno votato per il candidato Repubblicano in tutte e sei le elezioni dal 1992 sono tredici. Sommati fanno 102 grandi elettori: è semplice matematica.

6. Il primo dibattito tra Trump e Clinton sarà da pazzi

Segnatevi sul calendario il 26 settembre: è il giorno del primo dibattito delle presidenziali tra Trump e Clinton. Anche se non siete appassionati di politica americana, sarà un momento di televisione imperdibile. Il dibattito sarà moderato dal giornalista di NBC Lester Holt e quasi certamente sarà il più seguito della storia degli Stati Uniti. Visto che probabilmente Trump ci arriverà in svantaggio e avrà bisogno di fare qualcosa di notevole, potenzialmente potrebbe succedere di tutto. Mi entusiasmo solo a pensarci.

© 2016 – The Washington Post