Che cos’è la gentrificazione

È il fenomeno per cui in un quartiere povero arrivano nuovi abitanti ricchi, cacciando quelli che c'erano prima: ma è sempre un male?

Brick Lane a Londra. (NIKLAS HALLE'N/AFP/Getty Images)

Sull’ultimo numero del New Yorker c’è un articolo intitolato La gentrificazione è davvero un problema?, che propone una visione piuttosto insolita su un fenomeno recente e molto discusso, soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Italia: quello dei quartieri delle città storicamente abitati dalle fasce più povere della popolazione nei quali si trasferiscono in massa persone delle fasce più agiate, provocando un aumento degli affitti e spesso una drastica trasformazione dell’identità del posto. Kelefa Sanneh, autore dell’articolo ed ex vice direttore di Transition, una rivista di un centro di ricerca dell’Università di Harvard che si occupa di questioni razziali, ha provato a parlare della gentrificazione basandosi su studi e dati recenti, per verificare se davvero il fenomeno costringa gli abitanti storici dei quartieri a trasferirsi, e se, anche nei casi in cui questi spostamenti si verificano, siano davvero un male. Ma cominciamo dall’inizio.

Cos’è la gentrificazione e da dove arriva
Il termine “gentrificazione” è un’italianizzazione della parola inglese gentrification, inventata nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per descrivere quello che stava succedendo a Londra in quartieri operai come Islington, dove a partire dagli anni Sessanta si trasferirono molte persone delle classi più agiate. La parola deriva da gentry, che in inglese significa “piccola nobiltà”. Nei decenni successivi, la gentrificazione è stata un fenomeno sempre più comune ed evidente, che ha interessato molte grandi città europee ed americane. È stata ampiamente studiata da urbanisti e sociologi, che hanno proposto spiegazioni diverse e complesse, che però spesso sono diverse da nazione a nazione e da città a città. Gli esperti concordano nel ritenere che negli Stati Uniti, dove la gentrificazione è presto diventata molto discussa e attuale, il fenomeno è una conseguenza diretta del rinnovato interesse per la vita in città che ha interessato le classi medie negli ultimi anni. Negli anni Sessanta e Settanta, i centri urbani americani (ma in generale quelli occidentali) persero popolazione, perché lo sviluppo dei trasporti urbani e la diffusione delle automobili consentì alle persone di trasferirsi in case più ampie appena fuori città, in quartieri periferici e residenziali. Soprattutto le famiglie bianche e agiate preferivano lasciare il centro delle città, per le crescenti preoccupazioni legate alla criminalità, all’immigrazione, al basso livello delle scuole e all’inquinamento. I grandi quartieri di case-bianche-con-il-prato-e-il-vialetto-per-l’auto che si vedono sempre nei film arrivano da lì, per intenderci.

Negli ultimi vent’anni, però, le cose sono cambiate: la maggior parte delle città è stata resa più sicura, e soprattutto negli Stati Uniti c’è stata una sempre crescente – per quanto incompleta e imperfetta – integrazione razziale. Le persone più giovani hanno iniziato a sposarsi più tardi, e i figli sono stati un fattore progressivamente meno influente nelle loro decisioni: molte coppie giovani hanno dimostrato di preferire vivere in appartamenti in città, invece che in villette a schiera in periferia. Anche i lavori sono cambiati: se a lungo nel Novecento la maggior parte dei posti di lavoro erano nelle fabbriche nelle periferie delle città, dagli anni Ottanta i settori più in crescita sono stati quelli finanziari, dei servizi, delle aziende di tecnologia, che quasi sempre si trovano fisicamente nel centro delle città.

La richiesta di case nei centri delle città quindi è aumentata, spesso senza che l’offerta fosse sufficiente. Le case nei centri delle città sono poche, e spesso molto care. È per questo che chi vuole abitare in città ha iniziato a considerare i quartieri dove vivevano le fasce più povere della popolazione. Tradizionalmente, le prime persone a trasferirsi in questi quartieri erano artisti, intellettuali e persone in generale identificate come “bohemien”, attratte dai prezzi più bassi, dall’autenticità dei luoghi e dalla scelta anticonformista di andare a viverci. Con l’aumento delle persone che si trasferivano in questi quartieri, arrivò anche chi voleva guadagnarci: le case, spesso vecchie e in cattive condizioni, vennero ristrutturate, edifici industriali in disuso vennero trasformati in appartamenti, e vennero costruiti nuovi palazzi. Il prezzo delle case in questi quartieri iniziò a salire. Arrivarono anche nuovi negozi, dai supermercati a quelli più piccoli e alla moda dedicati specificamente ai nuovi abitanti del quartiere.

Molti quartieri gentrificati sono diventati con il tempo vittime del loro stesso successo. I primi “nuovi abitanti” dei quartieri, gli artisti, sono stati spesso i primi a lasciarli: le nuovi costruzioni, l’aumento dei nuovi residenti e dei nuovi negozi, e la scomparsa di quelli vecchi, hanno portato la maggior parte dei quartieri gentrificati a perdere la loro nuova autenticità e la loro identità originale, che era stata uno dei motivi a innescare il fenomeno. Tra gli esempi più famosi di quartieri gentrificati ci sono, ad esempio, Williamsburg, a Brooklyn (New York), Shoreditch a Londra, Pigalle a Parigi, Kreuzberg a Berlino, Isola a Milano, Testaccio a Roma e San Salvario a Torino.

E in Italia?
In Italia si è cominciato a parlare di gentrificazione circa quarant’anni dopo gli Stati Uniti. La prima occorrenza del termine sul Corriere della Sera, stando all’archivio del giornale, risale al 2003. Irene Ranaldi, ricercatrice di sociologia alla Sapienza di Roma, è stata una delle prime persone che ha studiato il fenomeno in Italia. In un’intervista data a Studio nel 2014, Ranaldi ha detto, parlando delle differenze tra la gentrificazione negli Stati Uniti e in Italia:

Un elemento di diversità da tenere in considerazione è quello della mobilità. In Italia, in media, nelle grandi città, si cambia quartiere una, due, tre volte massimo, mentre negli Stati Uniti questo avviene molto più di frequente. Anche i trasferimenti da una città all’altra sono molto più comuni che da noi. In Italia siamo anche molto più legati all’identità del quartiere. A Roma ci sono per esempio i testaccini, i trasteverini e via così. In parte questo accade anche negli Stati Uniti, ma soltanto per alcuni quartieri e non in maniera così definita.

Un’altra differenza tra la gentrificazione negli Stati Uniti e in Italia riguarda i quartieri che ha interessato. Negli Stati Uniti, spesso i quartieri più poveri delle città erano i cosiddetti ghetti, dove vivevano quasi esclusivamente afroamericani. In Italia, poiché l’immigrazione è stato un fenomeno molto successivo, le differenze tra gli abitanti storici dei quartieri e quelli che si sono trasferiti dopo, più che etnica, è sempre stata sociale. E la gentrificazione in Italia è stata un fenomeno più contenuto, che ha interessato molte meno città.

I problemi della gentrificazione
Il primo effetto della gentrificazione è l’aumento degli affitti, dovuto all’aumento della richiesta di case. L’aumento spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, che o si trasferiscono o vengono sfrattati. Se chi vive in affitto in un quartiere gentrificato, quindi, deve progressivamente pagare sempre di più, chi ci possiede una casa ha generalmente la possibilità di venderla a un prezzo molto alto. A essere trasformata è anche però l’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica. Le abitazioni diventano più piccole, e adatte a ospitare coppie invece che famiglie. Nei quartieri gentrificati vengono costruiti anche appartamenti di lusso, che solitamente prima non esistevano. L’identità urbanistica del quartiere viene quindi trasformata, anche in maniera molto evidente. Oltre agli abitanti, sono le attività economiche di questi quartieri a subire importanti conseguenze: se riescono ad adeguarsi alle esigenze dei nuovi abitanti, possono aumentare i propri affari, ma in molti casi devono chiudere per l’aumento del prezzo degli affitti e della concorrenza, e per la progressiva scomparsa della loro clientela abituale. Spesso i primi abitanti a lasciare i quartieri che vengono gentrificati sono quelli che appartengono a minoranze etniche, provocando una trasformazione demografica. Un buon esempio di questo aspetto del fenomeno è lo storico mercato coperto di Brixton, a Londra: fino a pochi anni fa era occupato da negozi legati alla comunità giamaicana che storicamente abitava nel quartiere, ora ospita quasi interamente bar alla moda, ristoranti e negozi di vestiti usati.

La gentrificazione fa davvero solo danni?
Soprattutto negli ultimi dieci anni, il fenomeno della gentrificazione è stato molto criticato, e oggetto di proteste e campagne di organizzazioni per il diritto alla casa, che sostengono in sostanza che sia una pratica speculativa che porta gravi danni a chi, nei quartieri gentrificati, ci viveva già prima del trasferimento delle persone più agiate. I più ricchi che, per moda, costringono i più poveri ad andarsene dalle proprie case. Gli effetti della gentrificazione, in realtà, sono abbastanza complessi e contraddittori: generalmente, un quartiere gentrificato viene riqualificato e attrezzato con infrastrutture più moderne e funzionanti. Il tasso di criminalità, giocoforza, diminuisce. La maggior parte degli studiosi è d’accordo però nel ritenere che problema principale della gentrificazione è che a beneficiare di tutti questi miglioramenti sono soprattutto – se non esclusivamente – i nuovi abitanti, quelli più ricchi, e non quelli storici, più poveri.

Nel 2004 l’economista Frank Braconi e l’urbanista Lance Freeman, che gestivano il Citizens Housing and Planning Council, un’organizzazione che si occupa di questioni abitative e urbanistiche a New York, pubblicarono un articolo sulla gentrificazione a New York negli anni Novanta che parzialmente smentisce l’idea per cui la gentrificazione causi sempre un danno alle fasce più povere della popolazione. Braconi e Freeman, partendo da dati statistici, considerarono sette quartieri gentrificati di New York: Chelsea, Harlem, il Lower East Side, Morningside Heights, Fort Greene, Park Slope e Williamsburg. Arrivarono alla conclusione che in questi quartieri le persone delle fasce basse della popolazione avevano il 19 per cento di probabilità in meno di doversi trasferire altrove rispetto a quelli che vivevano in altri posti. Braconi e Freeman spiegarono questo dato dicendo che le persone più povere, in generale, traslocano con più frequenza di quelle più ricche, perché nei quartieri più poveri gli sfratti sono una pratica piuttosto comune. Braconi e Freeman notarono anche come non necessariamente l’aumento degli abitanti in un quartiere obbliga i residenti storici a trasferirsi: le abitazioni nei quartieri gentrificati aumentano, non rimangono uguali. La tesi dell’articolo era che i miglioramenti alle infrastrutture collegate alla gentrificazione possono essere un incentivo per gli abitanti storici a cercare di rimanere nel quartiere. Questi abitanti di New York, poi, sono stati aiutati da una serie di politiche per la casa pensate per impedire un aumento eccessivo degli affitti, e dall’offerta di case popolari.

Nel 2006 Kathe Newman e Elvin Wyly, due urbanisti della Rutgers University, pubblicarono un articolo dal titolo “Il diritto di stare fermi, rivisitato: gentrificazione e resistenza al dislocamento a New York”. Newman e Wyly sostenevano che gli effetti della gentrificazione a New York, per quanto effettivamente minori di quanto in molti pensassero, non potevano essere trascurati: «diecimila persone dislocate in un anno, seppure in una città di otto milioni di abitanti, non dovrebbero essere ignorati». La domanda principale dell’articolo, però era: chi vive in affitto ha il diritto, umano o politico, di rimanere nella propria casa? Sul New Yorker, Sanneh ha suggerito che spesso gli abitanti storici di un quartiere devono trasferirsi perché le regolamentazioni urbanistiche e le campagne dei movimenti anti-gentrificazione impediscono di costruire nuove case, o edifici più alti.

Per cercare di preservare quello che Ruth Glass chiamava la “personalità sociale” di un quartiere, gli attivisti anti-gentrificazione fanno eco al linguaggio usato un tempo per difendere i contratti d’affitto che imponevano delle restrizioni a seconda dell’etnia degli inquilini. I discorsi sulla gentrificazione sono in realtà discorsi su chi merita di vivere in una città, e la nozione di diritto di rimanere nella propria casa a volte stride con un altro, forse più fondamentale diritto: il diritto a spostarsi.

Il discorso di Sanneh è molto concentrato sulla gentrificazione negli Stati Uniti, che ha interessato spesso i ghetti neri delle grandi città. La tesi di Sanneh è che per le persone che vivono in quartieri dove c’è stata per anni una forte segregazione razziale e che sono stati abbandonati a se stessi dalle amministrazioni, forse andarsene è meglio che rimanere. Per spiegarsi meglio, Sanneh cita una riflessione del giornalista Kevin D. Williamson sulla National Review dello scorso marzo: Williamson, parlando delle isolate comunità bianche di lavoratori della classe media tra le quali il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump è molto popolare, ha sostenuto che «meritano di scomparire», e che i loro abitanti «hanno bisogno di vere opportunità, il che significa che hanno bisogno di un vero cambiamento: cioè hanno bisogno di U-Haul [un’azienda americana che si occupa di traslochi, ndr]». Sanneh scrive che in certi casi per i quartieri-ghetto l’alternativa alla gentrificazione è isolamento e maggior segregazione: «L’opposto della gentrificazione non è un’enclave bizzarra e affascinante che rimane per sempre economica; l’opposto della gentrificazione è una diminuzione dei prezzi che riflette la trasformazione di un quartiere un tempo attraente in uno che sembra ogni giorno di più un ghetto».

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