Jennilyn Olayres piange sul corpo del marito, Michael Siaron, ucciso a Manila lo scorso 23 giugno (NOEL CELIS/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 3 Agosto 2016

Le Filippine con Duterte

Da quando è stato eletto presidente più di 400 persone sono morte in sommarie operazioni della polizia o di cittadini auto-organizzati

Jennilyn Olayres piange sul corpo del marito, Michael Siaron, ucciso a Manila lo scorso 23 giugno (NOEL CELIS/AFP/Getty Images)

Da quando poco più di un mese fa Rodrigo Duterte è diventato il nuovo presidente delle Filippine con un programma molto autoritario in larga parte impostato sulla lotta al crimine, almeno 420 persone sono state uccise dalla polizia o da privati cittadini che hanno partecipato a operazioni di polizia auto-organizzate: lo dicono i conteggi basati sui rapporti della polizia citati da alcuni media locali e ripresi da diversi giornali internazionali. Duterte, che è conosciuto anche con il soprannome “Il Punitore”, è famoso per i suoi metodi molto spicci e violenti nella lotta al crimine e dopo la sua elezione aveva detto di “voler dare una medaglia” ai cittadini che avessero ucciso degli spacciatori. Da quando è diventato presidente sembra che i metodi usati dalla polizia siano effettivamente cambiati e che qualche cittadino abbia preso sul serio il suo invito: diversi attivisti per i diritti umani hanno fatto notare che molte delle persone uccise – senza accuse precise o un processo – erano solo poveri che poco avevano a che fare con il traffico di droga o la criminalità organizzata.

La maggior parte delle 420 persone citate nei rapporti è rimasta coinvolta in scontri con gli agenti di polizia, mentre 154 persone sono state uccise da vigilanti non identificati. All’inizio di giugno Duterte aveva chiesto alla popolazione civile di unirsi alla sua campagna per combattere la criminalità organizzata e il traffico di droga e durante un comizio trasmesso dalla televisione nazionale aveva invitato i cittadini a catturare gli spacciatori dei loro quartieri. La scorsa settimana, parlando al Congresso, Duterte ha ribadito il suo approccio e ha ordinato alla polizia di triplicare gli sforzi contro la criminalità: «Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo signore della droga, l’ultimo truffatore e l’ultimo spacciatore non si saranno arresi o non saranno stati messi dietro le sbarre o sottoterra, se lo desiderano». Phelim Kine, responsabile dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch in Asia, ha detto che le persone uccise nell’ultimo periodo non erano «i ricchi e potenti signori della droga» che hanno il controllo del mercato per le strade delle Filippine.

I gruppi attivi nel paese per la difesa dei diritti umani, gli attivisti cattolici e alcune famiglie hanno detto che la maggior parte delle persone uccise erano poveri cittadini che molti non avevano nulla a che fare con il traffico di droga. Per loro non c’era un’accusa formale, non era stato fatto alcun processo. Gli attivisti riportano anche altri dati: dicono che negli ultimi tre mesi sono state uccise più di 700 persone e che la polizia sta usando la campagna anti-droga come pretesto per altri fini.

I critici della campagna del nuovo presidente citano il caso di Michael Siaron, un uomo di 29 anni che faceva il conducente di risciò a Manila e che è stato ucciso lo scorso giugno, di notte, da uomini armati non identificati mentre stava pedalando alla ricerca di un cliente. Quando sua moglie è arrivata sul posto, un fotografo ha scattato un’immagine che è stata ripresa in tutto il mondo: mostra la donna a terra mentre piange vicino al corpo del marito accanto al quale c’è un cartello con scritto “Io sono uno spacciatore”. I familiari di Michael Siaron insistono sul fatto che Siaron non fosse mai stato coinvolto nel traffico di droga, anche se hanno ammesso che qualche volta ha fatto uso di metanfetamina. Duterte ha risposto alle critiche dicendo che i diritti umani «non possono essere utilizzati come scudo» per interrompere la lotta alla criminalità.

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Jennilyn Olayres piange sul corpo del marito, Michael Siaron, ucciso a Manila lo scorso 23 giugno, (NOEL CELIS/AFP/Getty Images)

La campagna di Duterte, scrive il New York Times, sembra aver colpito soprattutto il piccolo crimine. È vero che Duterte ha recentemente accusato cinque responsabili della polizia di proteggere i signori della droga – senza peraltro presentare alcuna prova specifica a sostegno della sua tesi – ed è vero che ha anche pubblicamente accusato un sindaco, suo figlio e un importante uomo d’affari di essere coinvolti in un giro di traffico e spaccio; ma le persone uccise per strada dalla polizia tendono ad essere più come Siaron, il conducente di risciò, che è diventato per i critici di Duterte una specie di simbolo nazionale.

La scorsa settimana, l’International Drug Policy Consortium, una rete di organizzazioni non governative che si occupa di traffico di droga, ha pubblicato una lettera invitando le agenzie di controllo sul traffico di droga delle Nazioni Unite «a chiedere la fine delle atrocità attualmente in corso nelle Filippine» e ad affermare in modo inequivocabile che le uccisioni extragiudiziali «non possono essere giustificate come misure di controllo nella lotta alla droga».

Duterte, 71 anni, ex sindaco della città di Davao, ha vinto le elezioni presidenziali a maggio. Nel paese, è famoso per i suoi modi autoritari e brutali e in passato è stato accusato di aver costituito gruppi di paramilitari e di aver compiuto uccisioni extragiudiziali motivate con la lotta al crimine. Duterte è famoso anche per le sue dichiarazioni estremamente inopportune: dice di avere due mogli e due “fidanzate”, ha chiamato Papa Francesco un “figlio di puttana” (circa l’83 per cento dei 100 milioni di filippini sono cattolici), ha ammesso in televisione di aver ucciso personalmente diverse persone e dopo che una missionaria australiana era stata stuprata e uccisa durante una rivolta della prigione di Davao City, nel 1989, lui ha detto di essere rimasto deluso perché in quanto sindaco sarebbe dovuto essere il primo a stuprarla. Per i suoi modi, in un articolo su Time gli venne affibbiato un soprannome con cui è noto ancora oggi: The Punisher, “il Punitore”, come il supereroe “cattivo” della Marvel che uccide i criminali a sangue freddo.

Duterte ha vinto le elezioni con il 39 per cento dei voti e parte del suo risultato è stato dovuto proprio alla dura campagna che ha condotto contro la criminalità e che ha portato la sua città, Davao, a diventare una delle più sicure delle Filippine, al prezzo però di migliaia di uccisioni negli ultimi anni. Duterte ha promesso di applicare le stesse politiche e gli stessi metodi a livello nazionale, promettendo anche di uccidere 100mila criminali nei primi sei mesi di mandato. Un recente sondaggio nazionale fatto dopo la sua elezione e poco prima del suo insediamento diceva che l’84 per cento dei filippini ha “molta fiducia” in lui.