Thiago Silva, Dani Alves, Elias e Philippe Coutinho dopo l'eliminazione ai quarti di finale della Coppa America del 2015 (YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)
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  • domenica 31 Luglio 2016

Perché il Brasile non è più il Brasile?

La nazionale di calcio più famosa e vincente del mondo sta vivendo un lungo periodo negativo, e non è più lo squadrone che tutti temevano: cos'è successo?

di Pietro Cabrio
Thiago Silva, Dani Alves, Elias e Philippe Coutinho dopo l'eliminazione ai quarti di finale della Coppa America del 2015 (YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)

Dallo scorso giugno Adenor Leonardo Bacchi, soprannominato “Tite”, è il nuovo allenatore della nazionale brasiliana di calcio. Nell’ultima stagione Tite ha allenato il Corinthians, la squadra più importante del campionato brasiliano, ed è stato scelto dalla federazione calcistica nazionale (CBF) per sostituire Carlos Dunga dopo la deludente partecipazione alla Copa America Centenario, in cui il Brasile è stato eliminato nella fase a gironi dopo la sconfitta contro il Perù. Dunga stava allenando il Brasile per la seconda volta nella sua carriera, ed era stato richiamato dopo il disastroso Mondiale del 2014 in cui la squadra, allenata da Felipe Scolari, era stata eliminata nelle semifinali in seguito alla clamorosa sconfitta per 7 a 1 contro la Germania.

L’andamento incostante della nazionale brasiliana va avanti ormai da dieci anni, ovvero dall’eliminazione ai quarti di finale dei Mondiali in Germania. Dal 2006 ad oggi la CBF ha cambiato allenatore sei volte, ottenendo solamente pochi risultati rilevanti e soprattutto non riuscendo mai a gestire la nazionale con continuità: nel 2006, dopo i Mondiali, esonerò Carlos Parreira e ingaggiò Dunga, che nel 2010 venne sostituito da Mano Menezes. Menezes durò appena due anni e qualche mese dopo le Olimpiadi di Londra venne sostituito da Felipe Scolari, che con il Brasile vinse la Coppa del Mondo del 2002. Scolari però venne esonerato diciassette mesi dopo il suo ingaggio e a quel punto la federazione richiamò Dunga, che infine è stato sostituito da Tite. Praticamente nessuno di questi allenatori è mai riuscito a creare una vera e propria squadra e a ogni cambio in panchina, la nazionale brasiliana è dovuta ripartire sempre da capo.

Negli ultimi dieci anni il Brasile ha avuto la possibilità di convocare tanti ottimi giocatori e diversi campioni, non come nel passato ma comunque ai livelli delle nazionali più forti. È passato dal giocare con Kakà, Roberto Carlos, Ronaldinho e Adriano nel 2006 a Thiago Silva, Neymar, Marcelo, Julio Cesar e Dani Alves nel 2014. È naturale anche che una nazionale che ha raggiunto così tanti successi nella sua storia attraversi un momento di transizione, in cui i giocatori chiamati a sostituire quelli che hanno vinto i più importanti tornei internazionali non sono ancora pronti, o non giocano insieme da abbastanza tempo per poter vincere un torneo. Tuttavia, se c’è una nazionale che ci si aspetta di vedere sempre nei primi posti nei tornei a cui partecipa, è proprio il Brasile, che nelle sue venti partecipazioni alla Coppa del Mondo ha ottenuto cinque vittorie, due quarti, due terzi e due secondi posti e tre eliminazioni ai quarti di finale.

Se si escludono le ultime due edizioni della Coppa America, i risultati raggiunti dal Brasile dal 2006 a oggi non sembrano così deludenti. Se però si guarda come sono arrivati, è facile pensare che ci sia qualcosa che non funziona da molti anni, nella gestione della squadra e nelle scelte della federazione. Agli ultimi Mondiali il Brasile è arrivato quarto, che tutto sommato è un buon risultato, ma ci è arrivato giocando in casa, dopo aver subito una delle sconfitte più incredibili nella storia del calcio internazionale e dopo aver perso 3 a 0 la “finalina” per il terzo posto contro l’Olanda. Nelle precedenti due edizioni dei Mondiali, nel 2010 e nel 2006, il Brasile è stato eliminato sempre ai quarti e da due finaliste dell’edizione in corso, Olanda e Francia. In entrambi i tornei era sembrato ben lontano dalla squadra temuta da tutti che era una volta, piena di talento e con uno stile di gioco spettacolare.

Ronaldo, Nike e i Mondiali del 2006
Nel 2006 il Brasile arrivò in Germania da campione del mondo in carica e da favorito. Era allenato da Carlos Alberto Parreira, probabilmente l’allenatore brasiliano più esperto in circolazione, che nella sua carriera aveva vinto quasi ogni torneo per squadre nazionali: la Coppa del Mondo del 1994, la Coppa d’Asia nel 1980 e nel 1988, una Coppa America e una Confederations Cup. Nel 2006 Parreira allenava il Brasile da tre anni e poteva contare su di una rosa sulla carta ben più forte di tutte le sue rivali: c’era il Pallone d’Oro Ronaldinho, nel miglior momento della sua carriera, e c’era Kakà, che il Pallone d’Oro lo avrebbe vinto l’anno successivo. Poi c’erano Robinho, Ronaldo, Adriano, Roberto Carlos, Emerson, Lucio, Cafù e Dida. Partì da favorita ma non convinse mai nelle cinque partite che giocò prima di essere eliminata ai quarti dalla Francia (il gol della vittoria venne segnato da Thierry Henry mentre Roberto Carlos, che avrebbe dovuto marcarlo, rimase inspiegabilmente fermo al limite dell’area di rigore).

Durante i Mondiali in molti si chiesero perché Ronaldo, allora ancora al Real Madrid, giocasse titolare nonostante fosse già evidentemente in sovrappeso e fuori forma. In quel Mondiale Ronaldo segnò comunque tre reti e divenne il miglior marcatore nella storia della Coppa del Mondo, ma con lui in campo la squadra faticava comunque a finalizzare molte delle sue azioni offensive. Dopo le prime partite, per provare a sistemare la squadra, Parreira cambiò qualche giocatore ma non Ronaldo, che partì sempre titolare. In molti sospettarono che nella decisione di schierare titolare Ronaldo avesse influito in qualche modo l’azienda di abbigliamento sportivo Nike, sponsor della nazionale brasiliana e di Ronaldo, che proprio in quel periodo era uno dei testimonial della campagna pubblicitaria “Joga Bonito” con Adriano e Ronaldinho, fra gli altri.

Più volte negli ultimi vent’anni Nike è stata accusata di interferire troppo nella gestione della nazionale brasiliana. L’azienda di abbigliamento statunitense diventò sponsor del Brasile nel 1996 pagando alla CBF circa 160 milioni di dollari, che in quegli anni fu il più grosso accordo di sponsorizzazione per una nazionale di calcio. In cambio la CBF accettò di stipulare una serie di condizioni che vennero rese noto solo qualche anno dopo. Queste condizioni prevedevano, tra le altre cose, l’organizzazione di almeno cinque amichevoli all’anno, oltre agli incontri ufficiali, in cui far giocare sempre non meno di otto titolari. Al termine della Coppa del Mondo del 1998, dove il Brasile perse la finale contro al Francia per 3 a 0, venne addirittura creata una commissione parlamentare per indagare su ciò che portò alla sconfitta e sul ruolo di Nike. Durante il periodo di indagini vennero convocati 125 testimoni e alcuni parlamentari accusarono Nike di aver costretto Ronaldo a giocare la finale del torneo nonostante i problemi di salute che il giocatore ebbe la notte precedente alla partita. La commissione, come prevedibile, non portò a nessun risultato, se non a quello di rendere nota l’influenza, concessa dalla CBF, di Nike nella nazionale brasiliana.

Si tornò a parlare del rapporto tra CBF e Nike anche nel 2006, quando Estadao, giornale di San Paolo, pubblicò le copie di alcune pagine del contratto di sponsorizzazione in cui si poteva leggere che Nike aveva ottenuto come condizione quella di far convocare in nazionale solo giocatori appetibili per il marketing. Sia CBF che Nike negarono l’autenticità del contratto ma per molti questo bastò per motivare le mancate modifiche alla formazione di Parreira durante la Coppa del Mondo.

Gli anni di Dunga e Menezes
Dopo l’eliminazione ai Mondiali del 2006, Parreira venne esonerato e diversi giocatori che fecero parte della rosa convocata per la Germania, fra cui Ronaldo, non giocarono più in nazionale. Venne ingaggiato Dunga, che in precedenza aveva allenato solamente la nazionale olimpica. La CBF decise di chiamarlo per via del suo stile incentrato sulla compattezza e sull’organizzazione della squadra, due cose che erano mancate durante i Mondiali. Dunga rivoluzionò completamente il Brasile chiamando molti esordienti e molti giocatori di “sostanza”. Nel 2007 riuscì a vincere la Coppa America e due anni dopo anche la Confederations Cup impostando il gioco della squadra sul contropiede e sull’organizzazione difensiva. Le due vittorie però nascosero i tanti punti deboli della squadra: nella Coppa America del 2007 tutte le nazionali che incontrò il Brasile si dimostrarono nettamente inferiori, compresa l’Argentina, battuta in finale 3 a 0. Nella Confederations del 2009 fu lo stesso: per vincere il torneo al Brasile bastò battere Stati Uniti, Egitto, un’Italia in piena difficoltà, il modesto Sudafrica e di nuovo gli Stati Uniti, in finale.

Poi, ai Mondiali dell’anno successivo, vennero fuori tutti i problemi della squadra. Nella prima partita dei gironi, giocata contro la squadra più debole del torneo, la Corea del Nord, il Brasile vinse a fatica per 2 a 1. Nella partita contro la Costa d’Avorio vinse con tre gol realizzati in contropiede e poi concluse il girone con uno 0 a 0 contro il Portogallo. Quello allenato da Dunga fu probabilmente il Brasile più lontano dall’idea del Brasile spettacolare e divertente creatasi con le vittorie iniziate più di mezzo secolo prima. I verdeoro vinsero senza convincere le partite da vincere, come gli ottavi di finale contro il Cile per 3 a 0, ma contro l’Olanda arrivò la seconda eliminazione consecutiva ai quarti di finale di un Mondiale causata dalla fragilità della squadra, che andò in vantaggio ed ebbe diverse occasioni per segnare di nuovo ma si fece rimontare facilmente e con due goffi errori difensivi (uno dei quali causato del centrocampista Felipe Melo, che poi venne anche espulso).

Fu l’ultima partita di Felipe Melo con la nazionale brasiliana.

Secondo molti giornalisti sportivi brasiliani la gestione di Dunga ebbe ripercussioni sulla nazionale anche negli anni successivi, per via del gioco “anti-brasiliano” imposto alla squadra e per i criteri usati per le convocazioni dei giocatori. Dunga infatti non diede particolare fiducia ai giovani, e preferì chiamare calciatori esperti – non necessariamente i più forti per ogni ruolo – in grado di creare una squadra compatta sotto ogni aspetto, cosa che poi non si verificò. Come Parreira, Dunga venne esonerato poche settimane dopo l’eliminazione nella Coppa del Mondo, e in questo modo il Brasile si trovò a dovere iniziare da capo un nuovo corso, con quattro anni di tempo per presentarsi ai Mondiali in casa.

L’ex allenatore di Gremio e Corinthians Mano Menezes iniziò ad allenare il Brasile nel periodo in cui si cominciò a parlare moltissimo di Neymar, 18enne attaccante del Santos già considerato come la futura stella della nazionale brasiliana. Menezes lo convocò e Neymar, nei mesi successivi, confermò tutto quello che di lui si era detto prima, segnando un sacco di gol con il Santos e giocando molto bene anche con la nazionale. Fin dai primi giorni alla guida del Brasile, Menezes disse che per creare una squadra unita e competitiva e per valutare i tanti giovani a sua disposizione avrebbe impiegato quattro anni, e lo disse anche alla federazione nei colloqui avuti prima dell’ingaggio. Menezes iniziò subito ad allenare la squadra provando nuovi giocatori e convocando diversi giovani, tra cui Neymar, Pato, Ganso e Lucas. Per tutto il 2011 la squadra non brillò particolarmente per il proprio gioco, non ottenne grandi vittorie, arrivò solo ai quarti di finale della Coppa America, perse e pareggiò in molti occasioni. Però la squadra stava crescendo, come notarono molti commentatori, e il lavoro di Menezes si poté in qualche modo notare.

Nell’estate del 2012 Menezes prese la gestione della nazionale under 23 brasiliana in vista del torneo olimpico, a cui il Brasile puntò moltissimo e a cui arrivò da grande favorita. Sulla carta, la squadra titolare del Brasile avrebbe potuto competere con qualsiasi nazionale maggiore, perché composta da giocatori come Neymar, Thiago Silva, Hulk, Marcelo, Oscar, Alex Sandro e Leandro Damiao. Arrivò fino alla finale ma la perse 2 a 1 contro il Messico. Fu una sconfitta inaspettata, perché il Brasile era la squadra più forte del torneo, ma con qualche attenuante: le squadre under 23 si formano solamente ogni quattro anni, quindi si allenano per un breve periodo, e in più si possono aggiungere anche tre fuori quota, cioè tre giocatori con più di 23 anni. Menezes prese quella squadra con l’obiettivo di vincere l’unico titolo assente nella storia del calcio nazionale brasiliano, l’oro olimpico, ma era già impegnato a mettere in piedi una squadra in grado di puntare alla vittoria dei Mondiali del 2014. Fu comunque molto criticato ma il suo posto non sembrò mai veramente a rischio. Fino a quando, a novembre, la CBF comunicò il suo esonero, notizia che in Brasile sorprese un po’ tutti.

La CBF motivò la decisione dicendo che c’era bisogno di un cambio nei metodi di gestione della squadra, anche se mancavano meno di due anni ai Mondiali ed erano passati più di due mesi dalle Olimpiadi. Per di più, tra il 2011 e il 2012 la nazionale brasiliana, pur non entusiasmando, aveva dato l’impressione di avere dei grandi margini di miglioramento, cosa che non si vedeva da quasi dieci anni. La ragione più probabile che causò il licenziamento di Menezes fu il cambio alla presidenza della CBF. A inizio 2012 infatti, l’allora presidente Ricardo Teixeira venne coinvolto in uno degli scandali sulla corruzione nella FIFA, e accusato di aver pagato delle tangenti per ottenere l’assegnazione dei Mondiali. Texeira venne rimpiazzato da Jose Maria Marin, che decise di esonerare Menezes probabilmente per via del suo passato al Corinthians, club che secondo alcuni, compreso Marin, aveva troppa influenza sulla nazionale. A diciassette mesi dall’inizio dei Mondiali in casa la federazione chiamò Luis Felipe Scolari, già allenatore della nazionale brasiliana dal 2001 al 2002.

Prima e dopo il “Mineirazo”
Con l’ingaggio di Scolari la CBF tentò di andare sul sicuro, viste le circostanze e il tempo per preparare la squadra: e infatti i risultati ottenuti nei primi sei mesi del 2013 furono più che incoraggianti. Nella Confederations Cup di giugno il Brasile sembrò di nuovo una squadra da temere. Vinse il torneo dopo aver battuto in finale i campioni del mondo in carica della Spagna con un netto 3 a 0, e vincendo tutte le partite del torneo, giocate contro Giappone, Messico, Italia e Uruguay. Tutto sembrava girare alla perfezione: il ritorno dell’esperto allenatore con cui il Brasile vinse i Mondiali del 2002, la ripresa della squadra e le grandi prestazioni di Neymar, già considerato l’erede di Pelé e degli altri grandi campioni brasiliani del passato. Questo stato di grazia continuò anche nei mesi successivi, fino ad arrivare ai Mondiali in casa.

Come era previdibile, il Brasile ci arrivò da favorita ma fin dalla partita inaugurale i giocatori brasiliani diedero l’impressione di essere sempre in bilico tra la crisi di nervi e l’invincibilità: in tutte le partite disputate, durante l’inno nazionale molti giocatori sembrarono sempre molto agitati, alcuni piansero, altri invece sembrarono particolarmente carichi. Nel primo incontro, con la Croazia, il Brasile scese in campo con Julio Cesar in porta, Dani Alves, David Luiz, Thiago Silva e Marcelo in difesa, Hulk, Paulinho, Neymar, Luiz Gustavo e Oscar fra centrocampo e trequarti e Fred unica punta. Fin dai primi minuti entrambe le squadre ebbero delle occasioni per fare gol ma al decimo minuto il Brasile andò in svantaggio con uno sfortunato autogol di Marcelo. A quel punto il Brasile iniziò ad attaccare ma non prese il sopravvento sugli avversari. Riuscì a pareggiare con un bel tiro da fuori area di Neymar e andò in vantaggio grazie a un calcio rigore assegnato per un fallo inesistente. La partita si concluse 3 a 1 per il Brasile ma il risultato non rispecchiò quanto si era visto in campo.

Tanti giocatori con gli occhi chiusi, le lacrime di Julio Cesar e lo sguardo posseduto di David Luiz

Contro il Messico, in quel momento squadra più in forma della Croazia, il Brasile pareggiò 0 a 0 mentre nell’ultima partita del girone, giocata contro il Camerun, vinse 4 a 1. Agli ottavi di finale contro il Cile, vinti ai rigori dopo aver rischiato seriamente di perdere, si capì che la strada per arrivare in finale sarebbe stata lunga e difficile, più di quanto in tanti si aspettavano. Il Brasile vinse anche ai quarti contro la Colombia, per 2 a 1, nonostante la pressione che si era creata attorno alla squadra. Durante la partita però Thiago Silva, diffidato, venne ammonito e fu costretto a saltare per squalifica la semifinale. Anche Neymar, giocatore fondamentale per la squadra e soprattutto per il reparto offensivo, non poté giocare la semifinale dopo aver ricevuto una violenta ginocchiata sulla schiena dal colombiano Camilo Zuniga. Senza i due giocatori più importanti della squadra, che tenevano in piedi la difesa e l’attacco, il Brasile si trovò ad affrontare la Germania, una squadra molto unita e senza particolari punti deboli.

La semifinale, giocata allo stadio Mineirao di Belo Horizonte, si rivelò una partita incredibile, che entrò immediatamente nella storia dei Mondiali e del calcio in generale: il Brasile cominciò discretamente, all’attacco, ma prese gol dopo undici minuti per via di una grave distrazione difensiva su un calcio d’angolo battuto dalla Germania. A quel punto si disintegrò, tatticamente e psicologicamente: la Germania segnò quattro gol in cinque minuti, con Klose, Kroos e Khedira, e con una facilità disarmante. Nel secondo tempo il Brasile attaccò un po’ di più, impegnando un paio di volte il portiere tedesco Neuer, e la Germania andò appositamente piano, come in seguito dissero alcuni giocatori tedeschi, ma prima del fischio finale segnò altri due gol, portando in risultato finale a 7 a 1: la sconfitta con più gol di scarto subita da una squadra ospitante nella storia dei Mondiali.

Il giorno dopo quasi tutti i giornali brasiliani usarono la parola “vergogna” nei loro titoli, con articoli molto pesanti nei confronti dei giocatori e del loro allenatore Luiz Felipe Scolari. Il 7 a 1 significò molte cose, tranne che il Brasile fosse veramente una squadra così debole rispetto alla Germania. Molto probabilmente tutto il carico di pressioni sopportate dai giocatori da almeno due anni crollò dopo i primi due gol della Germania e i giocatori brasiliani andarono completamente nel pallone, per giunta senza due giocatori fondamentali come Thiago Silva e Neymar. Già dalla sera stessa si iniziò a riferirsi a quella partita con il termine “Mineirazo”, nome che si rifaceva al più famoso “Maracanazo”, che ai brasiliani ricorda l’inaspettata sconfitta nell’ultima partita della Coppa del Mondo del 1950, giocata al Maracanà di Rio de Janeiro contro l’Uruguay.

Cosa successe dopo? Arrivarono un sacco di critiche e accuse a tutta la nazionale, in special modo a Scolari, a cui si rimproverò il fatto di aver escluso dai convocati Joao Miranda, Filipe Luis, Kakà e Lucas, a cui preferì Maxwell, Henrique, Fernandinho, Willian e Bernard. Il nuovo presidente federale, Marco Polo Del Nero, dopo le dimissioni di Scolari richiamò Carlos Dunga, definendolo “un uomo sperimentato, sia come atleta che come tecnico”. Di fatto però, oggi la nazionale brasiliana deve ancora risollevarsi dopo la tragica Coppa del Mondo giocata in casa e anzi, sembra aver fatto anche dei passi indietro: nella Coppa America del 2015 è stata eliminata ai quarti dal Paraguay ai calci di rigore, dopo aver concluso i tempi regolamentari con un solo tiro nella porta avversaria. È andata ancora peggio nel torneo per il centenario della Coppa America, giocato lo scorso giugno, dove il Brasile è stato eliminato nella fase a gironi dopo aver pareggiato contro l’Ecuador e perso contro il Perù.

In questo momento, il Brasile non sembra né in una posizione migliore né peggiore di quella in cui si ritrovò dieci anni fa e, di fatto, la situazione è rimasta la stessa. Nelle ultime competizioni a cui ha partecipato, la squadra di Dunga non è mai stata inserita fra le favorite e non è nemmeno considerata vicina al livello delle due nazionali sudamericane più forti del momento, ovvero Cile e Argentina. Gli ultimi due presidenti federali sono stati entrambi coinvolti negli scandali della FIFA degli ultimi anni e la CBF è tutto fuorché un’organizzazione stabile e credibile. Ad agosto la nazionale under 23 allenata da Tite tenterà nuovamente di vincere l’unico importante trofeo che gli manca, l’oro olimpico. Avrà occasione di farlo ancora una volta in casa e ancora una volta con una delle rose più forti del torneo, composta tra gli altri dal difensore del Paris Saint-Germain Marquinhos, dal centrocampista della Lazio Felipe Anderson, dall’ala del Bayern Monaco Douglas Costa e da Neymar. Nel torneo olimpico ci si potrà fare un’idea di quali giocatori potranno andare nei prossimi anni con la nazionale maggiore, ma dal punto di vista gestionale, non c’è nessuna certezza.