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  • martedì 19 luglio 2016

Quattro cose sulle Olimpiadi

Per fare conversazione e mostrare di saperla lunga, in queste poche settimane di attesa

di Giulia Arturi
La bandiera olimpica alle Olimpiadi di Seul, in Corea del Sud, l'1 febbraio 1988 (Getty Images/Getty Images North America)

Dal 5 al 21 agosto 2016 si terrà la trentunesima edizione delle Olimpiadi moderne, a Rio de Janeiro, in Brasile. Sarà la prima edizione dei Giochi Olimpici a svolgersi in Sudamerica. In attesa delle gare e delle trasmissioni televisive si possono ripassare alcune cose importanti sulle Olimpiadi, come che cos’è il CIO, perché è sbagliato dire “piscine olimpioniche” e come siamo arrivati alla trentunesima edizione. Dei cinque cerchi che rappresentano le Olimpiadi invece il Post aveva scritto qui.

Com’è la storia di “l’importante è partecipare”?

“L’importante non è vincere, ma partecipare”: questa frase viene comunemente ed erroneamente attribuita al barone Pierre de Coubertin (1863-1937), il fondatore dei Giochi Olimpici moderni. La citazione è in realtà il risultato di una catena di rimandi e travisamenti. Fu infatti pronunciata dal barone a conclusione del banchetto di commiato tenutosi alla fine del programma atletico dei Giochi di Londra, il 24 luglio 1908 alle Grafton Galleries. Nel suo discorso la riportò come citazione di un vescovo anglicano della Pennsylvania: «L’importante in questi Giochi non è vincere ma prendervi parte» (“The important thing in the Olympic Games is not so much the winning but taking part, for the essential thing in life is not conquering but fighting well“). Il vescovo in questione era Ethelbert Talbot, della diocesi di Bethlehem, Central Pennsylvania. La frase era stata inserita in un’omelia per gli atleti, scritta per la V Conferenza Pan-anglicana che si era svolta a Londra, l’estate della terza Olimpiade: «I Giochi in sé valgono più delle gare e dei premi. San Paolo ci dice quanto insignificanti siano i premi… anche se uno solo si cinge d’alloro, tutti condividono la gioia di gareggiare».

Però San Paolo a sua volta non intendeva proprio questo. Nella prima Lettera ai Corinzi risulta l’opposto: «Quando si corre nello stadio, tutti gareggiano, ma uno solo riceve il premio. Chi vuole competere deve rinunciare a tutto il resto. Gli atleti rinunciano a tutto per una corona terrena, noi lo facciamo per una inalterabile». De Coubertin aveva però già caro il concetto. In occasione di un precedente viaggio in Grecia, nel 1894 indirizzandosi agli atleti greci aveva detto: «Disonorevole qui sarebbe non l’essere sconfitti, ma non essersi battuti». Qui il riferimento fu alle Metamorfosi di Ovidio, quando Acheloo, sconfitto da Eracle dice: «Non è stato tanto disonorevole essere sconfitto quanto è onorevole essersi battuto». Alla fine il barone comunque declamò il motto a ogni cerimonia di apertura dei Giochi, guidata da lui personalmente fino a Berlino 1936.

Cosa sono le “piscine olimpioniche”?

Ecco, non esistono piscine olimpioniche, a termini di etimologia. E per la stessa ragione, gli atleti che hanno partecipato a edizioni dei Giochi, ma senza aggiudicarsi la medaglia d’oro, non possono essere definiti olimpionici. Nemmeno se hanno vinto medaglie d’argento o di bronzo. Il termine infatti deriva dall’unione delle parole in greco antico “Olympia” – la sede degli antichi Giochi – e “Nike”, che significa vittoria: dunque “Olympionikai”, olimpionici, significa unicamente “vincitori dei Giochi”. Per altro per gli antichi greci non aveva alcuna importanza chi fossero gli atleti dal secondo in giù, tanto è vero che non ci sono noti i loro nomi. Al contrario conosciamo con una certa precisione l’elenco degli antichi olimpionici (cui andava una corona di ulivo, non di alloro) grazie soprattutto ai due saggi, Iscrizioni agonistiche greche e Olympionikai, i vincitori negli antichi agoni olimpici di Luigi Moretti (1922-1991), grande grecista – e padre del regista Nanni. L’aggettivo giusto per riferirsi a qualsiasi cosa inerente ai Giochi è olimpico: le piscine hanno dimensioni olimpiche, gli atleti partecipanti ai Giochi sono olimpici, eccetera.

Le Olimpiadi “disperse”

Sappiamo che quella di Rio de Janeiro sarà la XXXI edizione dei Giochi Olimpici. Eppure, facendo un rapido conto, è facile determinare che fino ad ora sono ne sono state disputate solo 28. Nel 1916, nel 1940 e nel 1944 i Giochi non furono infatti tenuti causa delle guerre mondiali. Avrebbero dovuto aver luogo rispettivamente a Berlino, Tokyo e Londra. La numerazione ufficiale olimpica ne tiene però egualmente conto perché nell’antica Grecia il termine Olimpiade non designava precisamente la singola manifestazione bensì il periodo di 4 anni che intercorreva tra un’edizione e l’altra. La cadenza per i greci era in sostanza un’indicazione di calendario, per la datazione degli eventi. La definizione più corretta è dunque Giochi Olimpici. A Olympia se ne disputarono 292 edizioni, dal 776 a.C. al 393 d.C..

Di chi sono le Olimpiadi?

Quando si parla di Olimpiadi, spesso spunta la sigla CIO, che significa Comitato Olimpico Internazionale. I Giochi “appartengono” proprio a questa organizzazione no profit, non governativa con lo status di persona giuridica di durata illimitata. Ha sede a Losanna e la Svizzera le ha concesso alcune prerogative di extraterritorialità, con decreto del Consiglio Federale del 17 settembre 1981. Fu fondata a Parigi il 23 giugno 1894, al termine del Congresso sul dilettantismo organizzato alla Sorbona di Parigi dal barone Pierre de Coubertin. Il suo obiettivo è promuovere il movimento olimpico e impegnarsi affinché i Giochi abbiano il loro regolare svolgimento. I suoi membri sono scelti per cooptazione: vengono cioè chiamati a discrezione dell’organo stesso.

Il CIO è molto ricco, a causa del crescente business che circonda ogni edizione dei Giochi. Le Olimpiadi furono trasmesse in una versione sperimentale della televisione per la prima volta a Berlino, nel 1936: 70 ore di gare visibili solo in luoghi pubblici o in qualche abitazione privata. Le ore di copertura televisiva sono diventate 2.572 a Seoul 1988 fino ad arrivare alle circa 5mila di Londra 2012. A Rio la OBS (Olympic Broadcasting Services) produrrà oltre 7mila ore di copertura in alta definizione. I primi Giochi in Sudamerica saranno anche i primi ad avere una copertura più estesa sulle piattaforme digitali che sulla TV. A Roma nel 1960 le broadcast revenue, cioè gli introiti per la vendita dei diritti televisivi, secondo l’Olympic Marketing Fact File del 2016, furono di 1.2 milioni di dollari. Sono poi cresciuti fino al 2012 (Londra) diventando 2 miliardi e 569 milioni. Altri importanti introiti sono generati anche dalla vendita di sponsorizzazioni; il TOP (Olympic Partners Program), creato nel 1985 per gestire le partnership commerciali, ha aumentato per il triennio 2013- 2016 gli incassi dalle sponsorizzazioni ad oltre 1 miliardo di dollari, il 7.6 per cento in più del triennio precedente. Il 90 per cento di tutti i ricavati viene ridistribuito a tutto il movimento sportivo.

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