Come sono nate le vacanze al mare?

Oggi le consideriamo normali, ma una volta le spiagge erano viste come un posto sinistro: a cambiare le cose furono la Gran Bretagna, l'industrializzazione e alcune strambe teorie mediche

di Ana Swanson – The Washington Post
Una spiaggia di Blackpool, in Inghilterra, nel 1903 (London Stereoscopic Company/Getty Images)

Come il motore a vapore, il telefono meccanico e il primo vaccino, anche le vacanze in spiaggia in realtà furono inventate in Gran Bretagna. Passare le ferie in spiaggia potrebbe sembrare la cosa più naturale del mondo: spostarsi sulla costa, giocare tra le onde e distendere gambe e braccia sulla sabbia. La spiaggia, però, non è sempre stata considerata un posto dove rilassarsi e divertirsi: in fondo, può essere troppo fredda o troppo calda, troppo sabbiosa, bagnata, cupa o scomoda. E poi c’è sempre la prospettiva di annegare in mare. L’idea delle vacanze in spiaggia divenne popolare nel Settecento in Gran Bretagna, da dove poi si diffuse in tutto il mondo. Il che non significa che prima di allora le persone evitassero la spiaggia: passarci le vacanze, però, non era un fenomeno culturale. Le origini delle vacanze in spiaggia sono legate al modo in cui l’industrializzazione stava cambiando la Gran Bretagna dell’epoca, oltre che ad alcune teorie mediche che si diffusero in quel periodo e che oggi sembrano bizzarre.

Come scrive Daniela Blei in un eccellente saggio pubblicato su Smithsonian.com – la rivista dello Smithsonian Institution – non esistono molti resoconti che parlano di persone che si rilassavano in spiaggia risalenti a periodi precedenti. Dall’antichità fino al Settecento, la spiaggia «suscitava paura e agitazione nell’immaginario popolare», ed era «sinonimo di natura selvaggia e pericolosa. Era il posto dove naufragavano le navi e accadevano le catastrofi naturali», scrive Blei. Alcuni dei primi e più importanti riferimenti al mare nella cultura Occidentale vengono dalla Bibbia, dove l’oceano viene descritto come un posto misterioso e distruttivo: genera il Diluvio universale e nella Genesi è definito come un «grande abisso». «Questo elemento indomabile era la prova che la Creazione non era ancora terminata», scrive Alain Corbin nel suo libro L’invenzione del mare. L’occidente e il fascino della spiaggia (1750-1840), che Blei cita nel suo articolo. I poeti e filosofi romani Orazio, Ovidio e Seneca detestavano il mare e ne parlavano come di una forza «poco sociale» che separava gli uomini, racconta Corbin. Nelle opere di Shakespeare, il mare si presenta sotto forma di tempeste, viaggi caotici e naufragi.

Nel Seicento e nel Settecento, però, il mare iniziò a comparire nella poesia francese sotto una luce più lusinghiera, dice Corbin. Nel Settecento, i dipinti di paesaggi marini olandesi cominciarono a portare nelle città di mare i turisti che volevano ammirare gli stessi panorami osservati dai pittori. Ma la profonda consapevolezza dei benefici legati al passare del tempo in spiaggia ebbe origine in Gran Bretagna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in gran parte grazie alle prescrizioni mediche del tempo. Molti dottori dell’epoca credevano che farsi il bagno nel mare freddo potesse portare benefici per patologie come la malinconia e il cosiddetto spleen, un presunto eccesso di bile nera che rendeva le persone introverse, depresse, circospette e lunatiche. La malattia derivava dall’idea dei quattro umori, una teoria medica di base che risale a Ippocrate e agli antichi greci. Robert Burton, uno studioso inglese che nel 1621 scrisse l’opera L’anatomia della malinconia, descriveva la malinconia come una delle principali malattie dell’uomo, un malanno dell’anima e del corpo associato allo spleen. Per combattere la malinconia, però, la strategia di Burton non prevedeva esattamente le vacanze in spiaggia: Burton pensava che le persone affette dalla malinconia dovessero rimanere in posti asciutti. Spiega però Corbin che alla fine le sue teorie, in un modo o nell’altro, portarono alla diffusione delle vacanze al mare. Burton pensava che la cura migliore per la malinconia fosse cambiare ambiente, e consigliava quindi di viaggiare, variare paesaggio e trovare un posto che permettesse di ammirare l’orizzonte.

Nei due secoli successivi, le prescrizioni di Burton ispirarono altri medici che cominciarono a consigliare ai pazienti di andare verso la costa, nella convinzione che immergersi in acque fredde, salate e agitate provocasse uno shock che aveva effetti benefici sulla salute. Nelle prescrizioni dei medici dell’epoca venivano descritti nei dettagli la durata, la frequenza e le condizioni in cui fare il bagno, e si moltiplicarono i trattati accademici che elencavano le migliori spiagge per una serie di malattie diverse. Corbin racconta che le donne britanniche spesso ricorrevano a degli “assistenti balneari”, che le aiutavano a capire quale fosse il momento e il metodo giusto per fare il bagno: per esempio con quale parte del corpo entrare in contatto con le onde. «Gli “assistenti” immergevano le pazienti nell’acqua nel momento esatto in cui si infrangevano le onde, facendo attenzione a tenere la loro testa sott’acqua per aumentare la sensazione di soffocamento», scrive Corbin. Come per la tempera dell’acciaio, questi bagni freddi periodici erano considerati un metodo per rafforzare i pazienti, come le giovani donne il cui colorito pallido era considerato pericoloso.

La scoperta dell’ossigeno da parte di Antoine Lavoisier nel 1778 portò alla grande diffusione di teorie popolari sui benefici per la salute dell’aria di mare, che si pensava essere più ossigenata e pura, racconta Corbin. Nel frattempo, per di più, l’acqua e l’aria delle città britanniche stavano diventando più inquinate. In tutta la Gran Bretagna – il primo paese a industrializzarsi – stavano spuntando fabbriche. Il turismo e l’industrializzazione andarono di pari passo e diedero alle persone sia il desiderio che la possibilità – dal punto di vista economico e dei mezzi di trasporto – di evadere. Col tempo, andare al mare diventò una specie di attività agonistica nell’alta società britannica. Nel 1783, il principe del Galles – che sarebbe poi diventato re Giorgio IV – visitò Brighton dopo che gli venne detto che fare dei bagni in mare avrebbe migliorato la sua gotta.

Nei decenni successivi, la moda si diffuse in tutte le élite. Nel romanzo di Jane Austen Emma, che fu pubblicato nel 1815, per esempio, il padre ipocondriaco della protagonista discute continuamente con i suoi amici dell’alta società di come le diverse spiagge britanniche portino benefici per la salute. L’abitudine di andare al mare si diffuse poi a tutti i livelli della società. Le ferrovie che furono costruite in tutta la Gran Bretagna all’inizio dell’Ottocento resero i viaggi verso l’oceano accessibili anche per le classi più basse. Alla fine dell’Ottocento, Blackpool era diventata la prima città di mare del mondo per la classe lavoratrice. «Nel 1840 la spiaggia aveva ormai un nuovo significato per gli europei. Era diventata un posto a consumo umano: una “fuga” ambita dalla città e dalla routine della vita moderna», scrive Blei.

Come per molte altre cose dell’epoca, le vacanze al mare diventarono una delle esportazioni culturali della Gran Bretagna, e si diffusero grazie al passaparola e agli emigranti britannici. All’inizio dell’Ottocento erano già spuntate località di villeggiatura in Normandia – nel nordovest della Francia – nel nord della Germania e in Scandinavia, racconta Walton, ed entro la fine del secolo erano arrivate anche negli Stati Uniti, prima sulla costa del New England, e poi gradualmente nella regione atlantica centrale e nel sud. Negli anni Sessanta, la grande popolarità dei pacchetti turistici con i voli aerei portò al declino di tradizionali località di villeggiatura come Brighton e Coney Island. Ma per chi vuole visitarle, un bagno in mare probabilmente è ancora un buon rimedio per la malinconia.

© 2016 – The Washington Post

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