• Moda
  • giovedì 30 giugno 2016

Come ha fatto Uniqlo a diventare Uniqlo

Il suo fondatore Tadashi Yanai ha trasformato il negozio di famiglia nella quarta catena di abbigliamento al mondo, diventando l'uomo più ricco del Giappone

Il negozio di Uniqlo di Oxford Street a Londra, il 18 marzo 2016 (Neil P. Mockford/Getty Images for UNIQLO)

Uniqlo è un’azienda giapponese di fast fashion come Zara e H&M ma che anziché inseguire al moda del momento punta sullo stile minimale e funzionale, al pari di un’altra famosa azienda giapponese, Muji. In Giappone Uniqlo ha più di 800 negozi, ma è diffusissimo anche all’estero: negli Stati Uniti ce ne sono 44, in Cina 449, in Regno Unito 10 e lo stesso in Francia (in Italia invece non ce n’è ancora nessuno), per un totale di 1.600 negozi in tutto il mondo. Giulia Pompili ha raccontato sul Foglio la storia di Tadashi Yanai, il fondatore e amministratore di Uniqlo, che è partito dalla piccola azienda di abbigliamento di famiglia e ha finito per diventare l’uomo più ricco del Giappone.

«Lui è l’uomo più ricco del Giappone, tra i primi cinquanta del mondo, con un patrimonio calcolato intorno ai quindici miliardi di dollari. Eppure Tadashi Yanai, 67 anni, fondatore e ceo del colosso Fast Retailing che possiede il marchio Uniqlo, nei giorni feriali indossa uno Swatch da duecentocinquanta dollari. Tipico dei giapponesi: il denaro non va ostentato, non si adatta alla tradizione confuciana della ricchezza interiore. Yanai, però, il fascino dei soldi lo subisce eccome. Lo dimostra la sua abitazione nel cuore di Tokyo, sulla quale circolano parecchie leggende. Nel 2000 Yanai acquistò 8.500 metri quadri di terreno a Oyamacho, nel quartiere di Shibuya. Ci costruì sopra una casa abbastanza grande da contenere la moglie, i due figli e la sua enorme passione per il golf – si parla di un paio di campi privati – e oggi l’intera area è valutata 74 milioni di dollari. (Ma Yanai possiede anche due resort golfistici alle Hawaii, per le vacanze). Del resto il fondatore di Uniqlo è in buona compagnia, perché fa parte dei milionari che vengono dalla regione dell’Asia Pacifico, il cui numero è cresciuto nel 2015 del dieci per cento.

Se non avete mai sentito parlare della marca di abbigliamento Uniqlo, probabilmente non siete mai stati in Giappone. C’è un negozio Uniqlo in ogni strada, in ogni angolo, fermi a qualunque semaforo, vi basterà volgere lo sguardo a destra o sinistra, e di sicuro riconoscerete l’inconfondibile scritta rossa. Ci sono più di ottocento negozi in tutto il territorio giapponese, che nel mese di maggio del 2016 hanno fatto un +7,6 per cento di vendite. Ma Uniqlo è anche all’estero: dieci negozi in Inghilterra, altrettanti in Francia, tre a Berlino e due in Belgio (no, in Italia non è mai arrivato). Quarantaquattro negozi in America, e 449 in Cina. E poi Hong Kong, Taiwan, Singapore, Malesia, Corea, Indonesia. Un numero complessivo di mille e seicento negozi in sedici diversi mercati. Se la Brexit non si mette di mezzo, e se l’Abenomics non costringerà le grandi aziende a delocalizzare, la strategia di Uniqlo è quella di arrivare al 2020 con 50 miliardi di dollari di vendite, dieci miliardi di dollari di profitti. Del resto Uniqlo – quarta catena d’abbigliamento al mondo – è dappertutto, ed è, su stessa ammissione del suo fondatore, il vero rivale del gruppo spagnolo Inditex (quello che possiede marchi come Zara) e della svedese H&M. Con delle differenze, però. Trent’anni fa Tadashi Yanai ha trasformato una piccola bottega in un colosso internazionale, senza mai perdere il suo carattere esplicitamente giapponese con continui – a volte inconsapevoli – rimandi alla tradizione».

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