(AP Photo/Richard Drew)
  • Cultura
  • mercoledì 29 Giugno 2016

I libri brevi di Adelphi fatti da articoli lunghi

Funzionano perché leggerli davanti a uno schermo è faticoso e perché sono più corti dei soliti libri, racconta l'editor Matteo Codignola a Studio

(AP Photo/Richard Drew)

Uno dei fenomeni di internet degli ultimi anni è la diffusione dei longform, articoli lunghissimi accompagnati spesso da una forte componente narrativa, che vengono condivisi, inviati, iniziati e solitamente abbandonati. Internet ne ha da un lato favorito il successo – grazie all’assenza dei limiti di lunghezza delle riviste cartacee – dall’altro la sua natura dispersiva ne ha resa faticosa e spesso impossibile la lettura. Sull’ultimo numero della rivista Studio, Cristiano de Majo ha intervistato sull’argomento Matteo Codignola, editor e traduttore di Adelphi, che pubblica da anni Biblioteca minima, una collana che comprende brevi saggi e lunghi articoli, in alcuni casi reperibili online o sulle riviste, ma che nella forma circoscritta del libro diventano più agili e semplici da leggere.

Abbiamo molto parlato negli ultimi due o tre anni del longform e di come la scrittura su Internet, e in particolare quella forma di racconto della realtà che sta al confine tra letteratura e giornalismo, avesse trovato una nuova prateria in cui espandersi, grazie soprattutto all’assenza di gabbie e di limiti di lunghezze che siti e riviste on line consentivano. All’incirca nello stesso periodo, però, abbiamo sperimentato come la sproporzionata offerta di contenuti e, più in generale, tutte le interessanti distrazioni che ci capitano davanti agli occhi, rendesse complicato se non impossibile concentrarsi per il tempo, spesso lungo, necessario a leggere questi pezzi di venti, trenta o quaranta cartelle. Quante persone leggono un longform dall’inizio alla fine?

In queste settimane mi sono capitate davanti agli occhi due cose che mi hanno fatto riflettere sul presente e il futuro di questo formato: la prima è l’incredibile pezzo di giornalismo letterario fornito da Gay Talese sul New Yorker, ovvero la storia del voyeur nel motel; la seconda è il reportage di Carrère da Calais, uscito prima su giornali e magazine di mezza Europa, da noi sulla Lettura, e poi pubblicato a stretto giro da Adelphi nella collana Biblioteca minima. Ho letto il pezzo di Talese prima sul sito del New Yorker, poi mi sono deciso a stamparlo, poi mi è capitato tra le mani una copia della rivista e l’ho finito lì, ma è stata un’esperienza di lettura scomoda, a tratti faticosa, nonostante la bellezza del pezzo. Ho letto A Calais, di Carrère, invece, sul libricino stampato da Adelphi, me lo sono portato appresso in tasca, pensando che fosse un tascabile nel senso più giusto del termine, e mi è piaciuto tenerlo in mano come oggetto, ho fissato parecchie volte la bella copertina (foto di Jérôme Sessini), e l’ho finito dopo due o tre viaggi in metro, senza nessuna fatica. Ho pensato: non è che ci siamo sbagliati sulla forma lunga? E che l’editoria tradizionale potrebbe puntare di più su questo formato che si presenta da un lato, per la sua permanenza nella nostra memoria, assimilabile alla letteratura dei romanzi, dall’altro, per la sua comodità, la velocità di lettura, la sua trasversalità rispetto ai generi, è decisamente congeniale all’era delle grandi distrazioni? In Italia, una collana come Biblioteca minima esiste solo da Adelphi.

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