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  • domenica 12 giugno 2016

Startup e kibbutz

La storia della società che assiste imprese tecnologiche innovative dentro una specie di comune socialista, nel mezzo del deserto israeliano

di Luca Misculin – @lmisculin

Se un osservatore poco attento finisse per sbaglio alla stazione dei pullman di Be’er Sheva, nel sud di Israele, potrebbe pensare che in città è pieno di meccanici o aspiranti tali: la stazione – un piccolo edificio con l’aria condizionata a mille e con dentro vari fast food, una libreria e qualche negozio di aggeggi tecnologici – è piena di uomini e donne vestiti di stoffa talmente scura e uniforme da sembrare una tuta da lavoro, di quelle che si usano appunto in officina. Se l’osservatore poco attento fosse in compagnia di un amico appena più sveglio, quest’ultimo gli farebbe notare che la maggior parte di questi “meccanici” ha sicuramente meno di 25 anni e che almeno la metà tiene un mitra a tracolla.

I ragazzi in questione stanno facendo la leva nell’esercito israeliano, obbligatoria per quasi tutti: frequentano Be’er Sheva perché sono diretti o stanno tornando dalle molte basi militari israeliane sparse nel deserto del Negev, che si estende a sud della città ed è considerato la zona più inospitale di Israele. L’esercito la utilizza a vari scopi – fra cui quello dell’addestramento di nuove reclute – proprio perché è quasi disabitato. Persino i kibbutz, cioè le storiche comunità ebraiche egualitarie, sono rarissime: ce ne sono solo quattro. Per il resto ci sono chilometri e chilometri di dune, rocce e sparuti accampamenti beduini.

20160609_112212 Il tipico panorama del deserto del Negev.

Nonostante possa apparire una zona un po’ sonnolenta, in passato il Negev ha fatto spesso parlare di sé: dal 1958 è attivo a Dimona, un piccolo paese a 40 chilometri da Be’er Sheva, un misterioso centro sulla ricerca nucleare, unanimemente considerato il deposito dell’arsenale nucleare di Israele (che non ha mai ammesso esplicitamente di possedere armi nucleari, però). Le basi militari sono molto attive e svolgono esercitazioni su esercitazioni. A ottobre 2015 proprio nella stazione di Be’er Sheva un uomo eritreo è stato ucciso per sbaglio da una guardia di sicurezza, dopo che un beduino con cittadinanza israeliana aveva accoltellato un soldato e sparato sulla folla.

Ultimamente poi alcuni giornali israeliani e internazionali sono tornati a occuparsi di questa zona, ma per ragioni diverse. A Revivim, uno dei rarissimi kibbutz della zona, ha aperto il primo incubatore di startup – cioè una società che le finanzia e aiuta nelle prime fasi della loro vita – gestito direttamente da un kibbutz, dentro il kibbutz stesso: significa che per tutta la durata del progetto gli imprenditori sono invitati a sviluppare i loro progetti vivendo a Revivim, isolati da tutto il resto e “in società” assieme agli altri abitanti.

Israele viene spesso descritto come un paese di contraddizioni: è uno stato democratico ma anche religioso; è il paese più stabile del Medio Oriente ma anche una potenza occupante; ed è sia la “nazione delle startup”, che sono diffusissime nel paese, sia quella dei kibbutz, cioè delle specie di comuni nelle quali tutti i membri percepiscono lo stesso stipendio e ricevono gratuitamente una casa, un lavoro – spesso nei campi o nelle fabbriche del kibbutz – e decine di altri servizi. Eden Shochat, un socio di un fondo di investimento di Tel Aviv, di recente ha spiegato che lo spirito imprenditoriale tipico delle startup “non è uno dei prodotti tipici dei kibbutz”. In effetti, la stragrande maggioranza dei kibbutz venne fondata come comunità agricola o di piccola industria, con tendenze isolazioniste e anche un po’ hippie, quelle del “ritorno alla terra”. Ancora oggi gli abitanti dei kibbutz – come la protagonista di Zero Motivation, uno dei più apprezzati film israeliani degli ultimi anni – vengono considerati dagli altri israeliani un po’ come degli zotici.

Lion David, il fondatore dell’incubatore di Revivim, spiega che finora in effetti questi due mondi si sono parlati molto poco: “la gente qui non sapeva che Israele è la nazione della startup, come non sa molte altre cose che vengono da fuori”. Ora però l’incubatore è una realtà: ha aperto ufficialmente nel 2015, proprio grazie all’appoggio degli abitanti di Revivim, e si chiama “Madgera”, che in ebraico significa “incubatrice”. Sembra un nome poco originale, ma non è frutto di una scelta precisa: si chiama così perché fino a pochi mesi fa l’edificio che ora ospita gli uffici temporanei delle startup funzionava da incubatrice per le uova delle galline. Dopo un primo bando e un’affollata fase iniziale del progetto, in cui Magdera ha collaborato anche con importanti società come Google e Microsoft, a oggi il kibbutz possiede delle quote in tre delle startup che hanno partecipato al primo ciclo di investimenti. Nel frattempo si è sparsa la voce: il secondo bando ha aperto solo da una settimana, ma sono arrivate già quaranta proposte di partecipazione, e quelli di Magdera se ne aspettano altre centinaia.

Un passo indietro: cos’è un kibbutz?
Il movimento dei kibbutz, cioè delle comuni ebraiche in territorio palestinese, è molto cambiato da quando all’inizio del Novecento furono fondate le prime comunità. Nei primi anni di esistenza dello stato di Israele, fondato nel 1948, i kibbutz erano la colonna pratica e simbolica del progetto ebraico in Palestina: centinaia di famiglie e ragazzi ebrei arrivarono da tutto il mondo – perlopiù dall’Occidente, sfuggendo spesso a persecuzioni – per costruire villaggi, fabbriche e fattorie in una terra molto poco ospitale, in mezzo a mille difficoltà. Nei nuovi villaggi, la vita fu impostata sulla base di un rigido socialismo, che a causa della sua forte componente comunitaria aveva molto attecchito nelle menti dei primi intellettuali sionisti. Le foto di ragazzi in canottiera e pantaloncini che costruiscono cose in mezzo al deserto, circolate molto in quegli anni, rispecchiano l’immagine che Israele voleva dare di sé: un paese giovanissimo, dinamico e fatto da persone che si erano lasciate dietro le loro vite per costruire una società più giusta e sicura.

Early Zionist Pioneers Settle The Holy Land Tre ragazze che abitano nel kibbutz di Ein Harod, fondato nel 1921 e attivo ancora oggi, lavorano nella cava del kibbutz, 1 agosto 1941 (Zoltan Kluger/GPO via Getty Images)

Il modello del kibbutz iniziò ad andare in crisi già negli anni Settanta, a causa soprattutto dei debiti accumulati negli anni e dello sviluppo vorticoso delle prime città israeliane, che attrasse molti dei giovani nati e cresciuti nei kibbutz. Dalla fine degli Ottanta fino ai primi anni Duemila, quando a tutti i kibbutz è stata offerta la possibilità di privatizzare le proprie attività, il numero di abitanti dei kibbutz calò di circa un decimo, dai 129mila registrati nel 1989 a circa 116mila. Negli ultimi anni i numeri sono tornati a crescere: fra il 2005 e il 2010 la popolazione è aumentata del 20 per cento, fino a raggiungere lo storico picco di 143mila abitanti. Nel frattempo però la maggior parte dei kibbutz è diventata qualcosa d’altro: una stima del 2010 dice che sui 262 kibbutz ancora esistenti, 188 sono governati con una nuova formula che prevede salari differenziati per i suoi membri, 9 con un metodo misto e 66 con il modello “classico”. Revivim fa parte dell’ultima categoria.

Revivim
Orli, che ha 31 anni ed è nata e cresciuta nel kibbutz, spiega che qui tutto funziona ancora “alla vecchia maniera”: medici, ingegneri e operai prendono lo stesso stipendio di chi per lavoro piega i vestiti nella lavanderia. A volte, in caso di un raccolto particolarmente buono o di un aumento di produzione della locale fabbrica di plastica, ai membri viene dato un piccolo bonus. Lo stipendio non è altissimo – nel 2010 la maggior parte dei kibbutznik israeliani percepiva meno di 7.000 shekel, circa 1.600 euro – ma va tenuto conto che i membri del kibbutz non devono pagare di tasca loro praticamente niente, neppure l’affitto, la connessione a Internet o l’abbonamento alla piscina. Oggi Revivim ha circa 900 abitanti, più o meno divisi a metà fra membri a pieno titolo o semplici residenti, cioè persone che lavorano dentro al kibbutz ma non ne fanno parte o volontari di passaggio.

Fino a circa venti anni fa i bambini di Revivim non crescevano assieme ai propri genitori, ma venivano “allevati” tutti assieme dai membri del kibbutz incaricati di occuparsi di loro, e vedevano i loro genitori solo per qualche ora al giorno. Chi nasce dentro a un kibbutz non è obbligato a restarci: il problema dei giovani che lasciano la comunità per andare a studiare o lavorare altrove è anzi molto sentito da queste parti.

A chi ci arriva per la prima volta, Revivim sembra un incrocio fra un villaggio turistico e le case degli “Altri” in LostGli abitanti vivono dentro piccole villette di varie dimensioni, ciascuna con un cortiletto. Gli edifici più grandi sono quelli in comune: il teatro, la mensa, la scuola, la piscina, e così via. Dentro al kibbutz ci si sposta in bici o nei golf cart. Molte delle auto vengono lasciate all’ingresso, dove ci sono le due fermate dell’autobus, che passa più o meno ogni due-tre ore e ci mette un’ora per arrivare a Be’er Sheva. A differenza di altri kibbutz, come quello vicino di Mashabei Sadeth, Revivim non è recintato col filo spinato: i suoi confini sono delimitati dagli uliveti, da qualche campo coltivato e dal deserto. Di notte capita spesso di sentire dei rumori sordi, come di un masso che cade in lontananza: sono i suoni provenienti dalle vicine esercitazioni dei carri armati dell’esercito israeliano.

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Revivim è sempre stato un kibbutz un po’ speciale: fu fondato nel 1943 su un terreno dei beduini comprato da ebrei tedeschi e italiani, che per i primi mesi vissero dentro un’antica cisterna bizantina, e che successivamente furono fra i primi a sperimentare l’irrigazione a goccia, necessaria per non sprecare la poca acqua disponibile. Durante la guerra d’indipendenza del 1948 l’aviazione egiziana non lo bombardò, perché scambiò per canne da mitragliatore alcune vecchie tubature che i primi abitanti avevano piantato nei muri della cisterna per rinforzarli. Nel 1971 dentro al kibbutz, ormai abitato da decine di persone, venne fondata Raviv, una società specializzata in componenti per automobili e materiali plastici. Nel 1994, in seguito a un grosso ordine ricevuto da Volkswagen, Raviv aprì una società sussidiaria specializzata in valvole per carburante, chiamanta Raval. Nel 2000, Raval divenne una società indipendente, e dodici anni più tardi ha “ricomprato” Raviv. In pratica le due società si sono fuse: il marchio forte però a questo giro era quello di Raval, che oggi è quotata in borsa, ha fabbriche in Cina e in Russia e sul suo sito dice di essere il primo distributore di valvole per carburante in Europa. Ma a Revivim non c’è solo Raval-Raviv: ci sono anche una stalla e un allevamento di mucche che qui descrivono come uno dei più grandi in Israele.

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Revivim insomma ha sempre avuto un certo spirito imprenditoriale. Forse è anche per questo che ha appoggiato il progetto di David, che ha una quarantina d’anni, è nato vicino a Tel Aviv e ha studiato nell’accademia d’arte Kalisher proprio di Tel Aviv. David, che in passato ha lavorato come designer ed esperto di marketing, spiega di essersi trasferito a Revivim diversi anni fa per fare la vita del kibbutznik: vivere in un posto piacevole e tranquillo, lavorare quanto basta, e così via. Non è rimasto molto con le mani in mano: due anni e mezzo fa ha fondato uno studio di design dentro al kibbutz, e poco dopo ha saputo dell’esistenza di un fondo messo a disposizione dell’imprenditore israelo-americano David Mirage per aziende disposte a investire nel sud di Israele. David propose al fondo di Mirage di creare un incubatore dentro al kibbutz. Inizialmente quelli di Mirage approvarono la sua proposta: stanziarono persino due milioni di dollari. Poi si tirarono indietro. A quel punto David aveva già un progetto pronto, e per ottenere i finanziamenti si rivolse proprio al kibbutz dove si era appena trasferito. David dice che è stato facile ottenere il consenso dai membri della comunità. Raya, che è arrivata qui dalla Russia nel 1999 e oggi lavora con David a Madgera assieme ad altre tre persone, mi dice invece che è stato un po’ complicato, e che ancora adesso molti membri sono un po’ “sospettosi” degli imprenditori che vengono a vivere qui. In ogni caso, David dice di aver ottenuto dal consiglio economico del kibbutz “diverse centinaia di migliaia di dollari” per Madgera, grazie ai quali ha aperto il primo bando pilota.

Come funziona Madgera
Madgera mette disposizione delle proprie startup una lunga serie di servizi: oltre ad avere un piccolo budget operativo di 7.000 euro, gli imprenditori vengono ospitati in piccole villette mono-stanza che gli abitanti di Revivim avevano costruito per i loro figli adolescenti, quando decidevano di voler vivere per conto proprio.

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Per loro la mensa è quasi gratis, così come la piscina e gli altri servizi disponibili per i membri del kibbutz. Madgera mette anche a disposizione gratis i propri consulenti legali ed economici, fra cui c’è anche la nota società di consulenza Deloitte, e un ufficio, l’ex incubatrice.

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Gli imprenditori non pagano niente, nemmeno l’affitto: in cambio, spiega David, devono solo “fare al meglio il loro lavoro”, teoricamente stimolati dalla tranquillità della vita nel kibbutz. Durante la settimana lo staff di Madgera controlla che gli imprenditori stiano effettivamente lavorando al progetto, organizza conferenze e incoraggia dei resoconti pubblici, durante i quali i diversi team si scambiano opinioni sui loro progetti. Alla fine dei tre mesi, le startup possono scegliere fra rimanere a Revivim diventandone membri o spostarsi altrove: in entrambi i casi il kibbutz continua ad assisterle in vari modi. Devono però dimostrare di essere in grado di fare profitti, altrimenti il kibbutz si riserva la possibilità di tirarsi indietro.

David ha spiegato che il bando era rivolto a tutte le startup – indipendentemente dal loro stadio di avanzamento – che proponessero prodotti di light technology: cioè prodotti semplici da realizzare e di uso comune, come applicazioni per smartphone o semplici aggeggi tecnologici. David spiega anche che un criterio importante cui vengono scelte le startup, oltre alla bontà del progetto, è la piacevolezza delle persone che ne fanno parte. L’ammissione a Madgera è una specie di corsia preferenziale per entrare dentro al kibbutz, e i suoi membri sono sempre molto attenti a selezionare persone che possano essere compatibili con lo stile di vita della comunità: quindi aperte, socievoli e disposte a vivere lontano da tutto.

David mi racconta che durante la prima fase sono stati costretti a cacciare il responsabile di un progetto “molto, molto promettente” – un sensore per controllare la crescita delle piantine di marijuana – sostanzialmente perché era antipatico. “Non aveva legato con nessuno”, racconta David, “e non si comportava in maniera rispettosa”. Altre cinque startup hanno mollato di propria spontanea volontà nel corso del programma, forse proprio perché hanno avuto un po’ di tempo per pensare meglio al loro progetto. Al termine del primo giro le startup “sopravvissute” – come le definisce scherzando David – sono state tre: Upscle, un’app per condividere fra sconosciuti i tavoli VIP nelle discoteche, pagando quindi di meno; Wedit, un’app specificamente per israeliani per organizzare meglio il proprio matrimonio, e MyIndie, una piattaforma di condivisione di musica indipendente. Per il momento nessuno si è fermato a Revivim, ma David assicura che tutti sono rimasti in ottimi rapporti con gli abitanti, e che si era creato un ottimo clima.

Quando gli viene chiesto se non teme che le startup falliscano o non riescano a fare profitto a breve termine, David dà due risposte. Primo, gli abitanti del kibbutz “ragionano nell’ordine dei vent’anni”, nel senso che in passato programmavano coltivazioni e nuove imprese stando molto attenti ai soldi necessari e alle risorse del territorio: e quindi sono già abituati a fare investimenti a lungo termine. David spiega anche che nell’imprenditoria israeliana il fallimento è tollerato e anzi ammirato, se fatto nel modo giusto: “se fallisci, abbi il coraggio di farlo, e di farlo in grande”. David spiega anche che in ebraico esiste anche una parola specifica per sintetizzare questo concetto: ḥutspâ, una specie di audacia un po’ incosciente.

David dice che per la prossima fase verranno scelte solo cinque startup, per curarle con maggiore attenzione, e che alle più meritevoli verrà offerto di restare nel kibbutz per altri tre mesi; sottolinea anche che il bando non è aperto alle sole startup israeliane e che presto troverà un modo per pubblicizzarlo anche all’estero. Parallelamente, sta anche pianificando di ristrutturare nuovamente l’incubatrice, rendendola ancora più funzionale alle esigenze delle startup.

David è convinto che la presenza di startup nei kibbutz possa avviare una specie di circolo virtuoso: i kibbutz potrebbero arricchirsi di nuovi membri già noti e abituati alla vita della comunità, e i suoi abitanti più giovani potrebbero essere incentivati a restare per via delle nuove opportunità di lavoro. In Madgera, “c’è in ballo molto più del profitto economico”, mi dice. Gradualmente, qualcosa sembra muoversi sulla stessa lunghezza d’onda di Madgera: nel 2015 i kibbutz hanno investito complessivamente 20 milioni di dollari in startup tecnologiche, e da anni ci sono isolati esempi di startup di successo in altri kibbutz: per esempio la società di sicurezza Sasa Software nel kibbutz di Sasa, vicino al confine col Libano, o la centrale di energia solare del kibbutz di Ketura, parzialmente comprata da Siemens per 15 milioni di dollari nel 2009 e rivenduta alla stessa cifra nel 2014.

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