Carlo De Benedetti. (ANSA/ANGELO CARCONI - CLAUDIO PERI)
  • Media
  • lunedì 6 Giugno 2016

L’intervista del Foglio a De Benedetti

Di cui si sarà parlato assai a Capalbio nel weekend: le perfidie su suo fratello, su Della Valle e su Romiti, il tatuaggio e quello che "gli pisciava addosso"

Carlo De Benedetti. (ANSA/ANGELO CARCONI - CLAUDIO PERI)

Sabato 4 giugno il Foglio ha pubblicato una lunga intervista di Salvatore Merlo a Carlo De Benedetti, imprenditore ottantunenne che tra le altre cose è presidente e principale azionista del gruppo Espresso e che è stato protagonista di diversi passaggi rilevanti della storia economica e politica italiana. Nell’intervista De Benedetti racconta cose di sé, dà diversi pareri piuttosto tranchants su diverse persone con cui ha e ha avuto a che fare, cita storie sull’editoria italiana e commenta le più recenti e importanti notizie del settore, come l’alleanza tra la Stampa e Repubblica e l’offerta di Urbano Cairo per comprare il Corriere della Sera.

E mentre parla gli occhi assumono un riflesso ironico. Come quando gli si chiede se quelle che indossa sono le scarpe di Della Valle, le Tod’s con i pallini di gomma, e allora lui se ne sfila una, e per un attimo rimane in silenzio, la tiene in mano, un po’ come Kruscev alle Nazioni Unite, consapevolmente lasciando che la sorpresa avviluppi l’ospite come un rampicante. “Non è Tod’s”, sentenzia. E ha bisogno di guardare la marca per sapere che scarpe indossa? “Non è una cosa di cui mi occupo”. Le comprano altri per lei? “No, ma non ci sto attento”.
Via Monserrato, un passo da Palazzo Farnese, ore 8 e 30 d’una mattina schiaffeggiata dal sole. Dentro l’ampio, antico e un po’ asmatico ascensore in noce risalta un fogliettino. E’ abbastanza incongruo. Dove ti aspetti una targa d’ottone, a Roma, anche nel Palazzo più signorile, figura sempre un pezzo di carta appiccicato con lo scotch: “In caso di blocco…”. E’ il carattere della metropoli paesana, l’unica capitale europea con qualcosa di eternamente sbracato, persino in casa dell’Ingegnere. All’ultimo piano compare un maggiordomo di colore e dall’aria perfetta, muto e un po’ inclinato nel suo black tie: fa scorrere la porta dell’ascensore, introduce l’ospite. Ed eccolo finalmente, Carlo De Benedetti, immerso in una poltrona e avvolto d’un atteggiamento autoritario e ottocentesco, che però subito si trasforma in un largo sorriso di benvenuto sotto i capelli argentati e tirati all’indietro, tra i quali si vedono i solchi esatti del pettine. “Ormai vado per gli ottantadue”, dice quando gli si ricorda che alla Fiat, quand’era amministratore delegato, lo chiamavano “la tigre”, perché era implacabile, aggressivo, sprezzante e dal licenziamento facile a tutti i livelli. “Adesso sono al massimo un vecchio leone sdentato”, sorride, ma è chiaro che non ci crede nemmeno lui. Aveva quarantadue anni ai tempi del Lingotto. Cacciò Gian Mario Rossignolo, che lui chiamava “aria fritta”, e accantonò Vittorio Chiusano, che lui chiamava “aria di sacrestia”. Gli uomini Agnelli. “Rossignolo lo licenziai due giorni dopo il mio arrivo in Fiat”.

“Rosignolo era entrato nel mio ufficio esponendomi tutta una fumosa teoria secondo la quale in Europa non c’era più un futuro industriale per l’automobile. Gli dissi: ‘Se sei convinto che l’auto è finita, mi spieghi come diavolo puoi fare il capo delle strategie industriali di un’azienda che produce automobili?’. Lo liquidai. Era un cretino”. Ai tempi, per la verità, come riportano tutte le cronache, disse che era “un coglione”.

(continua a leggere sul sito del Foglio)

– Luca Sofri: De Benedetti e i cani da guardia