(Mario Tama/Getty Images)
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  • sabato 4 Giugno 2016

Il New York Times vuole conquistare il mondo

I lettori americani non bastano a sostenere i costi, quindi sta studiando l'apertura di nuove edizioni in vari paesi stranieri: ma non è per niente semplice

(Mario Tama/Getty Images)

Lo scorso aprile la New York Times Company, la società editrice che pubblica il New York Times, ha annunciato un piano per investire 50 milioni di dollari nei prossimi tre anni per “espandere il proprio pubblico digitale e aumentare i ricavi fuori dagli Stati Uniti”. La società ha creato un’apposita divisione, la NYT Global, con il compito di guidare questa espansione. I giornalisti Joe Pompeo e Alex Spence hanno raccontato sull’edizione europea di Politico qual è la strategia dietro gli investimenti del New York Times per espandersi internazionalmente, in un periodo in cui la maggior parte dei giornali riduce i costi e licenzia, e precedenti esperimenti di espansione all’estero si sono rivelati poco redditizi.

Il New York Times è il giornale più importante e rispettato al mondo. Ogni giorno feriale vende circa 590mila copie, un numero sceso di quasi il 7 per cento tra il 2014 e il 2015. Secondo le cifre diffuse dal giornale, il New York Times ha perso circa 14 milioni di dollari nei primi tre mesi del 2016; i ricavi nello stesso periodo sono stati di 380 milioni di dollari. Il sito del New York Times, uno dei siti di news più letti al mondo, ottiene circa 70 milioni di visitatori unici al giorno. A differenza di quelli dei suoi principali competitori, come l’Huffington Post, il Washington Post o il Daily Mail, il sito del New York Times non è gratuito ma sfrutta un sistema di paywall che richiede un abbonamento per leggere più di dieci articoli al mese. Esistono tre tipi di abbonamenti, che permettono di leggere il sito del giornale da desktop e da smartphone, da desktop e da tablet o da tutti e tre i dispositivi: hanno un costo che va dagli 1,38 dollari a settimana ai 3,25 dollari a settimana. In totale il sito del New York Times ha 1,2 milioni di iscritti: di questi però solo il 13 per cento vive fuori dagli Stati Uniti.

Mark Thompson, attuale CEO della New York Times Company ed ex direttore generale di BBC, ha spiegato a Politico che secondo i dirigenti del giornale ci sono molti lettori stranieri disposti a pagare per leggere il New York Times. L’ipotesi sul fatto che i lettori siano disposti a pagare per leggere le news riguarda da qualche anno ogni discussione sul futuro del giornalismo: il successo del paywall del New York Times suggerisce che nel suo caso particolare i lettori americani siano disposti a pagare per leggere i suoi articoli. Ma come molti altri importanti giornali internazionali, il New York Times ritiene che i lettori del proprio paese non siano sufficienti per mantenere i costi enormi di gestione del giornale, e che per questo una delle principali soluzioni sia di espandersi all’estero.

Una simile strategia di espansione internazionale – ma senza paywall – è stata adottata negli ultimi anni dall’importante quotidiano britannico del Guardian, che sotto la direzione di Alan Rusbridger ha aperto un’edizione americana e una australiana. Il Guardian aprì a partire dal 2011 dieci redazioni nei due paesi e assunse 50 nuovi giornalisti, nell’ambito di una più ampia espansione digitale che costò decine di milioni di euro e che secondo molti esperti non ha reso quanto previsto. Il Guardian recentemente ha cambiato direttore e ha annunciato tagli per il 20 per cento il budget annuale del giornale nei prossimi tre anni, per un totale di 340 milioni di euro e 250 posti di lavoro in meno.

Dal 1887 il New York Times ha una versione cartacea internazionale, l’International New York Times, che tra il 1967 e il 2013 si è chiamata International Herald Tribune. La sua sede è a Parigi. Ogni giorno ne vengono stampate oltre 200mila copie, distribuite in più di 160 paesi del mondo. Circa un mese fa, però, la New York Times Company ha annunciato che la redazione del giornale di Parigi sarà parzialmente chiusa e che 70 dipendenti su 113 saranno licenziati o ricollocati a New York o a Bangkok, in Thailandia, dove saranno spostate le operazioni. A Parigi rimarrà solo la redazione locale e la sezione che si occupa della pubblicità per l’International New York Times.

Lo scorso febbraio il New York Times ha aperto un’edizione online in spagnolo con sede a Città del Messico, rivolta soprattutto al mercato sudamericano: secondo i progetti dovrebbe pubblicare dai 10 ai 15 articoli al giorno, tra traduzioni di pezzi originariamente in inglese e contenuti inediti. Il direttore dell’edizione in spagnolo è il giornalista Elias Lopez, la redazione è composta da sei persone. Nel 2012 il New York Times ha aperto un’edizione in cinese, per la quale sono stati assunti 30 giornalisti che pubblicano una trentina di articoli al giorno, due terzi dei quali scritti da giornalisti cinesi o freelance. A partire dal 2015 il New York Times pubblica anche un giornale cartaceo mensile di 24 pagine in cinese, distribuito nelle edicole, negli hotel di lusso e negli aeroporti. Nel 2011 invece era stata aperta una pagina speciale dedicata all’India.

Per ora l’edizione in spagnolo del New York Times è gratuita, ma secondo Politico il piano è quello di introdurre un sistema di abbonamenti digitali a pagamento. Stephen Dunbar-Johnson, presidente della divisione internazionale del New York Times, ha spiegato a Politico che il giornale vuole espandersi anche in altri paesi. Per il progetto NYT Global sono stati individuati dieci mercati: oltre al Canada, all’Australia e al Regno Unito – edizioni quindi che se aperte saranno in lingua inglese – gli obiettivi vanno «dall’Europa continentale, come la Germania e i paesi nordici, al mercato asiatico, come l’India e il Giappone». I responsabili del progetto prevedono di annunciare con più precisione in quali paesi si espanderà il New York Times alla fine del 2016. I 50 milioni di dollari investiti per il momento in NYT Global serviranno in pratica a sondare il terreno: saranno fatte ricerche, sondaggi ed esperimenti, e saranno assunti i primi dipendenti.

Oggi un terzo dei lettori del sito del New York Times vive fuori dagli Stati Uniti: Dunbar-Johnson ha detto che un altro degli obiettivi di NYT Global è renderli lettori abituali. «Crediamo che ci sia un vuoto che siamo ben attrezzati per riempire. L’Economist si rivolge ai suoi lettori come se fossero aspiranti capi di stato. Il Financial Times e il Wall Street Journal provano a rivolgersi a loro come se fossero capitani d’industria. I nostri lettori sono persone profondamente curiose del mondo, non necessariamente perché vogliono governarlo, ma perché vogliono capirlo e renderlo migliore». A differenza del Guardian, che ottiene i suoi ricavi online dalla pubblicità, il New York Times guadagna soprattutto con gli abbonamenti: il paywall introdotto nel 2011 però è stato promosso per ora soprattutto negli Stati Uniti, e l’obiettivo è convincere anche i lettori stranieri ad abbonarsi. L’obiettivo del New York Times è quello di raggiungere gli 800 milioni di dollari all’anno di ricavi dal digitale: l’anno scorso erano stati 400 milioni.

Oltre al problema della generica disponibilità dei lettori a pagare per leggere le notizie, e all’enorme aumento dell’influenza di Facebook nella distribuzione dei contenuti dei siti di news, c’è un altro punto che ha sollevato qualche perplessità tra gli esperti di giornalismo sulla nuova strategia internazionale del New York Times. Rasmus Kleis Nielsen, direttore della ricerca al Reuters Institute for the Study of Journalism, ha spiegato a Politico che leggere il New York Times negli Stati Uniti «fa parte dell’essere un certo tipo di persona», cioè americani con idee generalmente di sinistra. Per il momento, però, fuori dagli Stati Uniti è meno chiaro quale sia «il problema delle persone che il Times si propone di risolvere, e se le aiuti a essere parte di comunità di cui vogliono o hanno bisogno di fare parte». Joe Kahn, caporedattore degli esteri al New York Times, ha ammesso che è un problema, e che il giornale sia percepito più americano di quanto il GuardianBBC o il Daily Mail siano percepiti come britannici, giornali che secondo Kahn «hanno cominciato molto tempo fa a capire che i loro mercati interni non fossero abbastanza per sostenere il loro business».

Il principale motivo di questa percezione del New York Times che hanno i lettori non statunitensi è che i suoi contenuti sono spesso molto americani. Lydia Polgreen, ex corrispondente del New York Times che ora cura la parte editoriale del progetto NYT Global, ha spiegato a Politico: «Il nostro brand è straordinariamente riconosciuto nel mondo, ma non ha molta rilevanza. (…) Ogni singolo prodotto che abbiamo, sono tutti davvero fantastici, è pensato con i lettori americani in testa. (…) Immaginate di essere un lettore francese che arriva sull’homepage del New York Times: è completamente dominata da quello che un lettore straniero percepisce davvero come notizie di politica americana poco rilevanti».

Polgreen ha fatto l’esempio degli articoli scritti dal New York Times sulla recente visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Cuba: neanche uno è entrato tra i dieci più letti dell’edizione spagnola del giornale. Il pezzo in spagnolo più letto di quella settimana era invece quello della visita di Obama in Argentina, che era avvenuta pochi giorni dopo ma che aveva generato molto meno interesse tra i lettori americani. A tutto questo va aggiunto il problema della concorrenza dei giornali dei paesi stranieri: David Alandete, managing editor di El País, il principale quotidiano spagnolo, ha detto a Politico che sta osservando molto da vicino l’espansione del New York Times in Sud America, e che sono state prese contromisure per fargli concorrenza.