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  • lunedì 30 Maggio 2016

Il declino di Salon

Com'è possibile che un giornale online americano che una volta era paragonato al New Yorker sia diventato "una barzelletta"?

Un lungo articolo dell’edizione americana di Politico ha raccontato il declino di Salon, uno storico magazine online americano di sinistra che si occupa prevalentemente di politica e di esteri. Salon è stato fondato nel 1995 e per molti anni è stato un punto di riferimento per l’elettorato più di sinistra dentro il Partito Democratico: impiegava diversi giornalisti e commentatori che in seguito sarebbero andati a lavorare per giornali e riviste più famose e istituzionali, e a un certo punto era stato persino soprannominato “la versione molto di sinistra e interattiva del New Yorker“. Oggi ha perso molta della sua autorevolezza, per usare un eufemismo: pubblica articoli che sembrano caricaturali della sinistra americana, sui social network usa sempre più un linguaggio acchiappa-clic e da tempo ha smesso di pubblicare inchieste e analisi approfondite.

Ma Salon non è sempre stato così scarso. Fondato da David Talbot, un ex redattore del San Francisco Examiner, un articolo di Rolling Stone pubblicato nel suo periodo migliore lo descriveva così: «il cuore di Salon batte ancora al ritmo del vecchio mondo: articoli lunghi, interviste con scrittoroni tipo Salman Rushdie, John Updike e David Foster Wallace. Alcuni pezzi sono scritti in maniera eccellente: quelli di Joyce Millman sulla cultura sono uno spasso, per esempio. Un recente articolo dello scrittore Denis Johnson sui motociclisti cristiani sarebbe potuto uscire per Harper’s». Anche Politico ricorda che negli anni Salon ha sempre sfornato ottimi giornalisti, che in seguito sono finiti a lavorare per giornali più importanti: hanno scritto per Salon l’attuale direttore di Gawker Alex Pareene, il conduttore televisivo di MSNBC Steve Kornacki e la giornalista e scrittrice Rebecca Traister; in tempi più recenti ci scriveva anche Glenn Greenwald, il blogger che nel 2013 ha aiutato il collaboratore della NSA Edward Snowden a diffondere documenti segreti.

Salon divenne definitivamente parte del giro dei media “mainstream” nel 1998, quando pubblicò un articolo sulla relazione extraconiugale di Henry Hyde, uno dei Repubblicani che più si spesero pubblicamente per l’impeachment contro Bill Clinton per il caso Lewinsky. Joan Walsh, che venne assunta da Salon poco dopo l’uscita dell’articolo su Hyde e che ne è stata direttrice dal 2005 al 2010, ha raccontato a Politico che quel pezzo «ci cambiò assai le cose. Ricevemmo un sacco di attenzioni: alcune – molte, onestamente – furono negative, ma ci facemmo conoscere come gente senza paura e disposta a sgomitare».

L’anno successivo Salon si quotò in borsa e seguì le primarie e le elezioni di quegli anni come i giornali tradizionali, assumendo persone per seguire i candidati e pubblicare analisi. Kerry Lauerman, che è stato direttore di Salon dal 2010 al 2013 e oggi è un esperto redattore del Washington Post, ha ricordato a Politico che «furono due anni di sperimentazione che Salon non si potrà più permettere: avevamo gente che seguiva per noi la campagna elettorale sul campo, cosa che è incredibilmente costosa. Stavamo facendo quello che fanno i giornali più importanti».

Poi qualcosa si è inceppato. Già nel 2000, Salon fu costretta dalla cosiddetta “bolla delle dot com” – cioè il crollo del valore azionario di alcune prime società di tecnologia, il cui valore fu sopravvalutato – a licenziare alcuni dipendenti. Negli anni successivi sperimentò diversi meccanismi per reggersi in piedi economicamente: l’unico che sembrò funzionare, cioè l’introduzione di un paywall totale sul sito che portò nel 2004 ad avere 89mila iscritti, paradossalmente finì per ostacolare lo sviluppo del giornale. Lauerman spiega infatti che Salon mise a pagamento i suoi articoli «proprio nel momento d’oro dei blog e della grande “democratizzazione” del web: e improvvisamente ci trovammo dietro questo cancello. Impiegammo molto tempo a riprenderci».

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Ci si misero anche problemi di dirigenza: dal 2005, in seguito all’abbandono di Talbot, al 2011 Salon cambiò quattro volte CEO, senza che nessuno restasse per più di tre anni. Nel 2012 Talbot tornò a essere il CEO e direttore del sito, ma venne cacciato dopo soli mesi dopo perché finanziò una serie di costosi progetti che si rivelarono fallimentari, come una redazione video. Dal 2012 fino a poco tempo fa la CEO di Salon è stata Cindy Jeffers, che prima aveva lavorato allo sviluppo del sito dello Huffington Post. Una fonte anonima citata da Politico spiega che sin dal suo arrivo Jeffers «si concentrò moltissimo sullo stabilire obbiettivi per il traffico online, aumentando il numero di articoli e stabilendo obbiettivi su base mensile».

Nel 2013 il direttore di Salon diventò David Daley. Diversi dipendenti ed ex dipendenti di Salon contattati da Politico hanno spiegato che Daley assegnava articoli da fare specificamente per portare traffico, e che molti di loro sono stati di fatto scoraggiati a scrivere articoli originali, cosa che li avrebbe sottratti da compiti più remunerativi in termini di traffico come l’aggregazione di contenuti da altri siti e la pubblicazione di brevi video dei programmi televisivi. Andrew Leonard, ex collaboratore di Salon, ha detto che nel 2014 il suo caporedattore gli disse di «pubblicare qualcosa entro un’ora» perché il traffico quel giorno era scarso: «cosa che tradotto», spiega Leonard, «significava: “vai su Twitter, trova qualcosa con cui prendertela – Uber, Mark Zuckerberg o il Tea Party – e poi lamentati in un pezzo”». A volte il risultato erano articoli come quello intitolato “Addio, mio ex organo preferito: ho deciso di lasciare ufficialmente il mio pene“.

Il traffico del sito è effettivamente migliorato, passando dai 7 milioni di visitatori unici a dicembre del 2011 ai 19,6 del giugno 2015, ma secondo moltissimi la qualità degli articoli del sito è precipitata. In questo momento in homepage di Salon ci sono: un articolo di sei paragrafi con un’analisi molto di sinistra e un po’ complottista sul successo di Trump, un altro su Hillary Clinton intitolato “Hillary è di nuovo dalla parte sbagliata della storia” e uno il cui titolo inizia così: “gli animali sono “persone”?”. Negli ultimi mesi alcuni editorialisti hanno dato il loro sostegno a Bernie Sanders, sfidante di Hillary Clinton alle primarie dei Democratici, a volte con titoli tipo: “Non voterei per Dick Cheney quindi non voterei per Hillary Clinton“, “Per favore, FBI, siete la nostra unica speranza” e implicando in generale che una vittoria di Trump sarebbe migliore di una vittoria di Clinton per rivitalizzare la sinistra americana. Neera Tanden, presidente di un think tank di sinistra che si chiama Center for American Progress, ha raccontato a Politico di aver seguito Salon «quasi religiosamente» durante gli anni della presidenza Bush, ma che ultimamente ha la percezione che il sito «abbia saltato lo squalo un sacco di volte. Sono diventati – ed è triste – una specie di barzelletta».