I primi libri pubblicati dalle case editrici italiane

La prima scelta spesso è un manifesto: racconta cosa volevano diventare e cosa sono effettivamente diventate poi

di Marco Verdura – @ilverdura

Il primo titolo pubblicato da una casa editrice ha quasi sempre un valore simbolico e programmatico, come una specie di manifesto: dice molto della sua identità, del progetto editoriale e dello spazio che vuole occupare nell’editoria. A distanza di tempo, quella scelta racconta molto anche del percorso di una casa editrice: se è rimasta vicina all’intento originario o se lo ha stravolto completamente, se e quanto è cresciuta, se a un certo punto si è rivolta a un pubblico diverso.

Per esempio la scelta di Mondadori di esordire con Tutte le opere di Matteo Bandello, uno scrittore del Cinquecento, mostra la volontà programmatica di essere la casa editrice italiana della narrativa per eccellenza. Einaudi dà l’idea di essere nata come una piccola casa editrice e senza un progetto definito  (la grafica ricalca quella di Frassinelle e la copertina non era ancora bianca), Feltrinelli si presenta subito come impegnata e a sinistra, ancorata al dopoguerra, il primo libro di Chiarelettere – Italiopoli di Olivero Beha e prefazione di Beppe Grillo – esprime da subito l’intenzione di denunciare scandali.

I primi libri di alcune famose case editrici:

Il progetto di Fazi, il cui primo libro è un poema del poeta romantico inglese John Keats, era puntare su classici fuori catalogo – se funzionano sono molto convenienti perché spesso fuori diritti: in editoria si dice repêchage – rivolgendosi a un pubblico attento ai classici dell’Ottocento, mentre oggi si è spostata decisamente verso il minimalismo americano. Il primo titolo di Edizioni e/o, dedicato alla crisi dell’Unione Sovietica, è programmatico e in qualche modo profetico, e mostra l’intenzione della casa editrice di far conoscere la letteratura dei Paesi socialisti dell’est europeo; dopo il crollo dell’URSS ha dovuto cambiare linea editoriale, concentrandosi per esempio sul noir e comunque sulla narrativa.

Un altro aspetto rilevante è l’evoluzione grafica delle copertine: quelli delle case editrici più longeve spesso sono molto minimali e pulite, spesso prive di colore e illustrazioni, contrariamente a quanto accade ora. Iperborea è quella rimasta più simile a se stessa (il primo restyling grafico è del 2015) e forse la più riconoscibile grazie al formato cosiddetto del mattone di cotto, ispirato a quello della casa editrice francese Actes Sud. Tra le scelte più originali c’è quella di ISBN, che uscì con il codice a barre stampato in copertina, anziché dietro, per sottolineare che l’elemento che definisce il libro, oggi, è la sua appartenenza al mercato.

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