Piercamillo Davigo, a Pisa nel 2016 (ANSA / FRANCO SILVI)
  • Italia
  • sabato 23 Aprile 2016

Perché si riparla di Piercamillo Davigo

Era uno dei magistrati di "Mani Pulite", oggi è presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati e sta dando interviste molto dure contro i politici e il governo

Piercamillo Davigo, a Pisa nel 2016 (ANSA / FRANCO SILVI)

Da diversi giorni è tornato sulle prime pagine di molti giornali italiani il nome di Piercamillo Davigo, magistrato 65enne noto per le sue posizioni spesso radicali e che negli anni Novanta lavorò alle inchieste di “Mani Pulite”. Da alcune settimane Davigo è il nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, l’organo di rappresentanza sindacale dei magistrati, e in occasione della sua nomina ha dato diverse interviste a importanti giornali e televisioni, usando toni molto polemici sulla politica italiana.

Martedì 19 aprile Davigo è stato intervistato da Giovanni Floris su La7, dove ha detto che «nessuno viene messo dentro per farlo parlare; viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa». Venerdì 22 è uscita una sua dura intervista sul Corriere della Sera, in cui fra le altre cose Davigo ha spiegato che i politici «non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi» e in cui ha criticato parecchio il governo di Matteo Renzi. La sera di venerdì 22 ha tenuto un discorso all’università di Pisa dicendo fra le altre cose: «Dire che i magistrati devono parlare solo con le loro sentenze equivale a dire che devono stare zitti».

Le dichiarazioni di Davigo sono state criticate da molti partiti italiani, fra cui il Partito Democratico, Forza Italia, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica. Sono invece state difese dal Movimento 5 Stelle, dalla sinistra radicale e dalla Lega Nord. In un articolo di Fabio Martini pubblicato oggi sulla Stampa, a Matteo Renzi è stato attribuito un virgolettato in cui dice: «Oggi io non parlo, farei il suo gioco: perché una replica avrebbe l’effetto di infiammare uno scontro che vuole soltanto lui».

Ma chi è Davigo?
Davigo ha 65 anni ed è nato a Candia Lomellina, in provincia di Pavia. Si è laureato in Giurisprudenza all’università di Genova e nel 1975 è entrato nella magistratura. È diventato molto noto negli anni Novanta per aver fatto parte dei magistrati che si sono occupati di “Mani Pulite”, le note inchieste giudiziarie sulla corruzione politica ed imprenditoriale in Italia, assieme a Antonio Di Pietro, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo. Dopo “Mani Pulite”, Davigo è diventato consigliere per la Corte di Appello di Milano e per la Corte di Cassazione. In quegli anni ha scritto tre libri – fra cui una specie di manuale intitolato La corruzione in Italia, uscito per Laterza nel 2007 – ed è uscito dal “sindacato” moderato dei magistrati, Magistratura Indipendente, per fondarne uno nuovo, Autonomia e Indipendenza.

Davigo è noto da anni per le sue dichiarazioni molto nette e controverse: nell’intervista al Corriere della Sera ad Aldo Cazzullo, ad esempio, ha confermato di aver detto in passato che «non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti» (anche se dice che spesso la frase viene citata fuori contesto) e che «non ci sono troppi prigionieri; ci sono troppe poche prigioni».

Cos’ha detto di recente
Davigo ha dato le due interviste più significative di questi giorni al Corriere della Sera e al Fatto Quotidiano. Al Corriere, Davigo ha fatto intendere che ancora oggi ritiene la corruzione uno dei più gravi problemi irrisolti in Italia: ha spiegato che la situazione «è peggio di allora [riferita a “Mani Pulite”]», e che i politici «rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti». Per esporre meglio la sua preoccupazione, Davigo ha detto:

È come in quella barzelletta inventata sotto il fascismo. Il prefetto arriva in un paese e lo trova infestato di mosche e zanzare, e si lamenta con il podestà: “Qui non si fa la battaglia contro le mosche?”. “L’abbiamo fatta — risponde il podestà —. Solo che hanno vinto le mosche”. Ecco, in Italia hanno vinto le mosche. I corrotti.

In un passaggio successivo, Davigo ha detto che in passato sia i governi di destra sia quelli di sinistra hanno cercato di ostacolare la magistratura – «l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato» – e che l’attuale governo Renzi «fa le stesse cose. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito; ma lei ha mai visto un pensionato che gira con tremila euro in tasca?». Davigo a un certo punto ha usato un’altra metafora per far capire che i problemi italiani di corruzione non sono stati risolti da “Mani Pulite”: «Noi eravamo stati come i predatori che migliorano la specie predata: avevamo preso le zebre lente, ma le altre zebre erano diventate più veloci. Avevamo creato ceppi resistenti all’antibiotico. Perché dovemmo interrompere la cura a metà».

Nell’intervista al Fatto Quotidiano, uscita il 20 aprile, Davigo aveva usato più o meno gli stessi toni:

Se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per pedofilia, io mia figlia di sei anni non gliel’affido quando vado a far la spesa. Poi, se verrà scagionato, si vedrà. La giustizia è una virtù cardinale: ma anche la prudenza! […] è una vecchia storia, questa del ‘giustizialismo’ e del ‘conflitto’. Non c’è nessuna guerra. Noi facciamo indagini e processi. Se poi le persone coinvolte in base a prove e indizi che dovrebbero indurre la politica e le istituzioni a rimuoverle in base a un giudizio non penale, ma morale o di opportunità, vengono lasciate o ricandidate o rinominate, è inevitabile che i processi abbiano effetti politici.

In un altro passaggio, Davigo faceva intendere che ci fossero poche differenze fra il governo Renzi e i governi passati riguardo al rapporto con la magistratura.

Nota differenze fra questo governo e quelli precedenti nel rapporto con la magistratura e la legalità?
Qualche differenza di linguaggio, ma niente di più: nella sostanza, una certa allergia al controllo di legalità accomuna un po’ tutti.

Le critiche
Le dichiarazioni di Davigo sono state molto criticate soprattutto dai due principali partiti che formano la maggioranza di governo (PD e Nuovo Centrodestra) e da e Forza Italia. Il segretario del PD Matteo Orfini ha detto che «le classi dirigenti dovrebbero aiutare a distinguere, a far capire le differenze ai cittadini e non a generalizzare come si fa al bar». Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini ha accusato Davigo di generalizzare, ma ha precisato: «Stimo Davigo e lo incontrerò, per fare alcune battaglie insieme». Il partito che in queste ore ha difeso più Davigo è il Movimento 5 Stelle: oggi il Corriere della Sera ha pubblicato un’intervista a Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e uno dei politici più noti del M5S, in cui Di Maio ha spiegato: «Gli esprimo la mia solidarietà. Il Pd attacca un magistrato che nessuno può smentire».