Gli attori bianchi che interpretano personaggi non bianchi

L'immagine promozionale di un film in cui Scarlett Johansson interpreta una giapponese ha fatto riparlare del “whitewashing”, un vecchio problema di Hollywood

(Da "Ghost in the Shell")

Il 14 aprile è stata diffusa la prima immagine dell’attrice Scarlett Johansson sul set di Ghost in the Shell, un film piuttosto atteso che uscirà nel marzo 2017 ed è tratto da un omonimo manga cyberpunk, uscito per la prima volta nel 1989. Nel film Johansson interpreta Kusanagi, una poliziotta-cyborg che è sulle tracce di un pericoloso hacker. Per ora è uscita solo un’immagine, ma se ne è parlato molto e non solo per l’importanza del film: in molti hanno sostenuto che è sbagliato che Johansson – bianca e statunitense – interpreti un personaggio giapponese. Il film è quindi stato accusato di whitewashing. In generale whitewashing significa “imbiancatura” e, in senso figurato, “mascheramento”; nel contesto cinematografico il whitewashing è la pratica di far recitare attori bianchi in ruoli di personaggi non bianchi.

Prima ancora che se ne parlasse in relazione a Johansson, si è parlato di whitewashing dopo che per il secondo anno di fila nessun attore nero è stato nominato agli Oscar. Il concetto di whitewashing risale però all’inizio del Novecento, quando nei film e nel teatro per interpretare attori neri venivano scelti attori bianchi a cui veniva colorata la faccia in modo caricaturale. Si parla in questo caso di blackface, un tipo di trucco accusato di essere razzista perché spesso impediva ai neri di avere delle parti nei film.

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Con il passare degli anni le cose migliorarono ma continuarono a esserci problemi: nel 1965, per esempio, per interpretare il ruolo di Otello – che nella tragedia di Shakespeare è un generale africano – in un omonimo spettacolo teatrale poi diventato film fu scelto l’attore bianco Laurence Olivier.

Di blackface ha parlato anche Spike Lee in Bamboozled, un film del 2000.

Negli ultimi anni non si vedono più casi di blackface, ma continuano a esserci molte accuse di whitewashing. In altre parole i bianchi non vengono più truccati in modo estremo e razzista, ma in molti casi continuano ad essere assegnati loro ruoli in cui interpretano personaggi di altre etnie. Uno dei casi più discussi è quello che riguarda Exodus – Dei e re, un film del 2014 di Ridley Scott, che è stato accusato per aver scelto attori bianchi per interpretare una storia tratta dall’evento biblico dell’Esodo del popolo ebraico. Scott rispose alle critiche dicendo:

Non posso fare un film di questo budget […] e puntare su un attore protagonista che si chiami Mohammed-qualcosa che viene da qualche-parte. Semplicemente non otterrei i finanziamenti che mi servono. Quindi la questione nemmeno si pone.

La risposta di Scott, forse un po’ brusca nei modi, è però una buona sintesi delle risposte che dà solitamente chi viene accusato di whitewashing: non è colpa dei registi o dei produttori se vengono scelti attori bianchi per interpretare dei personaggi non-bianchi, ma è colpa del mercato cinematografico in generale. Secondo questa tesi, gli attori bianchi sono la maggioranza e, in genere, sono quelli più famosi, quelli capaci di far andare gente al cinema grazie alla loro presenza in un film. Qualche mese fa si è occupato di whitewashing anche Last Week Tonight, il programma tv del comico britannico John Oliver. Last Week Tonight chiese perché, per esempio, per interpretare Esteban e Clara, i personaggi principali del romanzo La casa degli spiriti di Isabel Allende, ambientato in Cile, furono scelti Jeremy Irons e Meryl Streep.

Si è parlato di whitewashing anche dopo che a inizio marzo è uscito il trailer di Nina, un film su Nina Simone, una famosissima cantante, pianista e attivista per i diritti civili morta nel 2003. Per interpretare Simone è stata scelta Zoe Saldana (la co-protagonista di Guardiani della Galassia e Avatar). Il trailer non è però piaciuto all’associazione che controlla i diritti e l’eredità di Simone. Il profilo Twitter dell’associazione ha infatti risposto così a un tweet in cui Saldana citava una frase di Simone: «Bella storia, ma per favore non fare più il nome di Nina, per il resto della tua vita». Le critiche nei confronti di Saldana sono iniziate già dall’annuncio che sarebbe stata lei a interpretare Simone: Saldana è di origine caraibica e ha la carnagione più chiara di Simone. Per assomigliare a Simone, nel film Saldana ha quindi dovuto usare un trucco che le scurisse la pelle e, in più, un naso finto (ottenuto usando una protesi).

Del whitewashing parla anche la quarta puntata della prima stagione di Master of None, un’apprezzata serie comedy di Netflix, il cui protagonista è Aziz Ansari, un attore di origini indiane. La puntata spiega come anche in quei rari casi in cui i non-bianchi riescono ad avere dei ruoli succede che quei ruoli siano spesso caricaturali e quasi mai da protagonisti.