Perché software e smartphone diventano più complicati da usare

Perché li abbiamo riempiti di decine di funzioni nel corso del tempo: è normale, ma è un problema

di Hayley Tsukayama - Washington Post
Una scena del film "Minority Report"

In questo momento milioni di persone sono alle prese con un problema semplice. O meglio, sono alle prese con un problema di semplicità, per via del grande aumento dei prodotti smart e delle loro funzioni. Ci ho ripensato di recente durante un evento di Apple, quando ho cercato di fare una foto frettolosamente con il mio smartphone. Il mio Galaxy S6 aveva la tastiera bloccata, e quindi ho cercato di schiacciare due volte il tasto “home” per aprire la fotocamera: ma ho tenuto premuto il tasto un istante di troppo, attivando per sbaglio il lettore delle impronte digitali, che ha sbloccato telefono e mi ha fatto perdere l’attimo per fare la foto. L’irritazione è durata solo qualche momento, ma l’episodio −  alla veneranda età di trent’anni −  mi ha fatto sentire un po’ di nostalgia dell’epoca in cui i tasti avevano una sola funzione, e mi ha fatto capire perché per molte persone usare dispositivi tecnologici − o anche semplici software −  sta diventando troppo complicato.

Sono in molti a pensarla così. Uno studio del 2016 di Accenture, per esempio, ha scoperto che il 16 per cento dei clienti che avevano provato a comprare un dispositivo della cosiddetta Internet delle cose lo avevano trovato troppo difficile da usare e, ancora peggio, che il 18 per cento non era nemmeno riuscito a collegarlo a internet. Secondo invece uno studio del 2015 tratto dal rapporto di J.D. Power sui veicoli interattivi il venti per cento delle persone che guidavano una certa auto con il cruscotto smart non aveva mai provato a usare 16 delle 33 funzioni di base del software dell’auto, come per esempio quella per il parcheggio automatico. Non si parla di rallentare l’innovazione o il progresso tecnologico: queste funzioni sono state sviluppate e integrate all’interno di prodotti finiti. Se la maggior parte delle persone non capisce ancora come usarle è un problema di progettazione. «Siamo entrati in un’era in cui la diffusione capillare e la complessità degli strumenti tecnologici superano la capacità di sfruttarli nel modo giusto», ha detto Jason Mayden, membro della facoltà di design di Stanford che in passato è stato il responsabile della progettazione per il Jordan Group di Nike e ha lavorato allo sviluppo di Fuel Band, il braccialetto di Nike che registra e analizza i dati sull’attività sportiva di chi lo indossa, «non possono avere l’aspetto di complicati progetti scientifici. Le persone non vogliono tecnologie alla  Star Trek: vogliono quelle di Minority Report».

Invece di diventare più facili però i software sono sempre più complicati da usare. Per anni Apple è stata al primo posto in quanto a semplicità dei prodotti, difendendo ferocemente il suo stile di progettazione “pulito” che non dà più informazioni di quelle strettamente necessarie.  «Stiamo uscendo da una fase durata otto/dieci anni in cui secondo il pensiero dominante, promosso inizialmente da Apple, la priorità doveva essere data alla semplicità», ha detto il progettista John Underkoffler di Oblong Industries, l’uomo che ha ideato gli schermi futuristici di Minority Report. Oggi però anche il primato di Apple mostra dei segni di cedimento. Prendete il caso di iTunes, che era partito come un programma semplice per comprare, salvare e scaricare musica e si è trasformato in un software molto più grande dove oggi si possono trovare programmi televisivi, film, podcast, app, musica in streaming e strumenti di gestione dei dispositivi. A volte dà l’impressione di essere un palazzo che è stato ripetutamente ampliato e restaurato, ogni volta con uno stile architettonico diverso. O, per dirla con le parole di Underkoffler, «iTunes all’inizio era un bel bungalow. Ora gli hanno aggiunto delle torrette, un garage, e una piazzola per l’atterraggio degli elicotteri in cima».

Negli ultimi tempi Apple ha ricevuto molte critiche da parte dei suoi sostenitori di vecchia data, come l’autorevole giornalista americano esperto di tecnologia Walt Mossberg. Secondo Mossberg Apple avrebbe smesso di sviluppare programmi semplici che si limitano a funzionare bene. Potrebbe avere ragione, ma è impossibile aspettarsi che usare iTunes sia semplice come quando fu lanciato da Apple: il mondo in cui viviamo non è più lo stesso di allora. Società come Apple e Google stanno espandendo l’offerta dei loro prodotti. Non vendono più un solo tipo di hardware o di software, ma piuttosto una combinazione delle due cose, spesso aggiungendoci anche diversi servizi cloud. Apple non è più un’azienda che si focalizza solo su iPod e Mac, e perciò iTunes è diventato molto di più di un semplice modo per ottenere musica digitale. Google (o Alphabet) non si limita più a essere solo un motore di ricerca in una pagina web: oggi è un intero ecosistema di informazioni e di software, e un universo di dispositivi in espansione. Lo stile di progettazione semplice dei vecchi prodotti di queste società non è mai stato pensato per adattarsi al numero di dispositivi che oggi i clienti richiedono.

Le società offrono maggiori funzionalità ai loro clienti, ma non le presentano in modo che la maggior parte di noi possa usarle. Anche quando i prodotti sono progettati per essere essenziali, spesso non sono abbastanza chiari. Rimuovere il testo superfluo, per esempio, potrebbe essere un modo per rendere più diretti i prodotti. Spesso ricevo email di lettori che mi chiedono il significato dei simboli sui loro telefoni, che non riescono a capire (i più citati, nella mia esperienza, sono le icone per fare copia-e-incolla su Android e l’icona per la condivisione di iOS). Il che ci porta al problema successivo: progettare prodotti in modo semplice è tutt’altro che semplice. Secondo Underkoffler una parte del problema è che chiediamo ai nostri dispositivi, soprattutto agli smartphone, di gestire un carico di lavoro molto superiore a quello per cui erano stati progettati. «Quello che Apple e altre società cercano di dirci è che possiamo dimenticarci del computer portatile e del desktop: ci servono soltanto i nostri piccoli dispositivi», ha detto Underkoffler, che ha ricordato il famoso paragone di Steve Jobs secondo cui PC e tablet sarebbero come le auto e i camion: non tutti hanno bisogno di un mezzo pesante per fare tutto. Oggi però lavoriamo di più con i nostri telefoni, e secondo Underkoffler è una cosa senza senso: «È come se le persone oggi avessero uno skateboard o un monociclo. Non si può portare a casa la spesa con quelli».

In altre parole, la semplicità fine a sé stessa non può essere sempre l’obiettivo, ha detto Underkoffler. «Progettare dispositivi così semplici che chiunque sia in grado di usarli è pericoloso, perché poi non ci si può fare molto e non c’è molto che si possa imparare. Una volta che si parte da questo presupposto, ci si mette nell’angolo da soli finendo grossomodo dove siamo oggi», ha aggiunto.

Problemi come questi sono destinati a peggiorare, mentre le interfacce digitali spuntano nei posti più inaspettati, e a volte su superfici addirittura più piccole dello schermo dei nostri smartphone. Ottenere una comunicazione efficace diventerà un fattore ancora più determinante ora che le società devono trasmettere informazioni su orologi, termostati, o − ancora più importante quando si parla di chiarezza −  sul cruscotto delle nostre auto. La speranza è che le società sfruttino quest’occasione per reimpostare le progettazione dei loro dispositivi. Underkoffler ha indicato la recente presentazione di prodotti come l’iPad Pro come esempio di come correggere il tiro: i nuovi tablet di Apple sono tornati alla loro forma precedente e ora hanno un supporto per la tastiera, il trackpad e il pennino: vanno incontro al comportamento degli utenti invece di crearne di nuovi. Per Underkoffler questa è la strada giusta: «A Oblong pensiamo che le cose dovrebbero essere il più semplice possibile, ma non più semplici di così».

Con così tante variabili in gioco e altri cambiamenti all’orizzonte, c’è qualcuno che riesce a progettare prodotti in modo chiaro e semplice? Per Mayden la risposta è semplice: Tesla. La casa automobilistica secondo Mayden sta dando le risposte giuste dal punto di vista della progettazione: non si concentra solo sulle nuove tecnologie ma pensa anche a come i suoi prodotti si integrano nelle vite dei clienti, unendo le capacità dei progettisti a quelle degli esperti di tecnologia. Il che al momento ne fa per Mayden la migliore azienda al mondo dal punto di vista della progettazione. «Credo che Tesla sia quella che sta facendo meglio: sono partiti con l’idea di costruire un’auto migliore, che si da il caso sia elettrica. Il loro approccio è risolvere i problemi», ha detto Mayden, «credo che Elon Musk,  il CEO di Tesla, sia come un artigiano: ricorda più Charles Eames che Tony Stark (l’alter ego di Iron Man)»

© 2016 −  Washington Post

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