500 anni del ghetto ebraico di Venezia

È uno dei più antichi d'Europa, ma la sua comunità si è persa e sfilacciata nel tempo e ora litiga sul senso di celebrare un "simbolo di oppressione"

di Anna Momigliano – Washington Post
Una vista aerea del ghetto di Venezia (Davide Calimani/Gentile concessione del comitato per le celberazioni del 500° annivesario del Ghetto ebraico di Venezia e Coopcultura)

Campo del Ghetto Nuovo è una piazza tranquilla nel cuore del ghetto ebraico di Venezia, a pochi minuti a piedi dalla stazione dei treni. La piazza ospita il Museo ebraico, tre antiche sinagoghe, la casa di riposo della comunità ebraica e nelle vicinanze ci sono un hotel e un ristorante kosher. Negli ultimi vent’anni il ghetto di Venezia – uno dei più antichi quartieri d’Europa in cui gli ebrei erano costretti a vivere segregati dai cristiani, e il primo a essere chiamato “ghetto” – è diventato una meta popolare per i turisti internazionali, soprattutto ebrei americani. Le sinagoghe del ghetto, tuttavia, non sono sede di nessuna congregazione religiosa e nelle case del quartiere ci sono solo una manciata di residenti ebrei ormai anziani. Gli edifici sono soprattutto rivolti ai visitatori e il ghetto è ormai diventato il simbolo di una comunità che si sta riducendo e lotta per sopravvivere.

A Campo del Ghetto Nuovo però ci sono ancora segni di vita. Recentemente la piazza è diventata l’oggetto delle conversazioni su come ricordare il passato e affrontare l’argomento della diversità religiosa, un tema con cui è alle prese gran parte del mondo. Martedì 29 marzo sono iniziati i festeggiamenti per il 500esimo anniversario della creazione del ghetto: nove mesi di eventi che comprenderanno tra gli altri un concerto al Teatro La Fenice di Venezia e la rappresentazione del Mercante di Venezia di Shakespeare, in cui reciterà anche la giudice della Corte Suprema americana Ruth Bader Ginsburg, nel ruolo del giudice che presiede il processo di Shylock contro Antonio. Per alcune persone l’anniversario è un’occasione per rivitalizzare la vita ebraica della città, che sta scomparendo, mettendo in risalto un aspetto capace di stimolare una riflessione: come nel ghetto la comunità ebrea fosse unita e molto attiva, nonostante l’isolamento e la profonda discriminazione. È un argomento molto attuale, in un periodo in cui le minoranze religiose – non solo gli ebrei, ma anche i musulmani – si sentono di nuovo relegati ai margini dell’Europa.

Per altre persone, contrarie alle celebrazioni, il ricordo del ghetto è soltanto doloroso. Come si può “celebrare” un ghetto, simbolo dell’oppressione in Europa? «Non credo ci sia molto da festeggiare. Il ghetto fu creato dai cristiani per segregare gli ebrei», ha detto Riccardo Calimani, uno studioso ebraico veneziano che ha scritto un libro sulla storia del quartiere ed è stato il primo nella sua famiglia a nascere fuori dal ghetto, nel 1946. Non tutti però condividono la sua opinione. «I cancelli del ghetto furono aperti oltre duecento anni fa. Non è esattamente una ferita aperta, e non vedo nessun motivo per non celebrare l’anniversario, soprattutto se potrà portare a qualcosa di buono», ha detto Alisa Campos, una donna di 36 anni originaria della comunità ebraica di Venezia e che oggi vive in Israele.

La presenza della comunità ebraica a Venezia risale al 13esimo secolo. Nel 1516 le autorità cittadine stabilirono che gli ebrei avrebbero dovuto vivere separati dai cristiani costringendoli a trasferirsi in un’area degradata della città, sede di fonderie abbandonate (l’origine della parola ghetto potrebbe derivare dal termine “getto”, usato per indicare una fonderia). I cancelli del quartiere venivano chiusi durante la notte, per evitare che gli ebrei venissero a contatto con i cristiani al di fuori dell’orario di lavoro. Quando Napoleone conquistò Venezia del 1797 i cancelli del ghetto furono aperti e gli ebrei furono lasciati liberi di decidere dove vivere. «Gli ebrei benestanti abbandonarono gradualmente il ghetto, mentre rimasero quelli poveri e iniziarono ad arrivare anche operai cristiani», ha detto Calimani, che ha raccontato come prima della Seconda guerra mondiale il ghetto ospitasse ancora metà della popolazione ebrea di Venezia, che all’epoca era di 1.200 persone. Oggi la comunità ebraica di Venezia è composta ufficialmente da sole 450 persone, quasi tutte residenti fuori dal quartiere. L’Olocausto non è causa di questo declino (solo 230 ebrei veneziani furono uccisi secondo il Centro di documentazione ebraica contemporanea): lo sono però l’assimilazione e l’emigrazione.

ghetto(Campo del Ghetto Nuovo/Andrea Castelli)

L’ebraismo italiano, nonostante sia di stampo ortodosso, per tutto il 20esimo secolo è stato insolitamente aperto verso il mondo esterno e inclusivo nei confronti degli ebrei non osservanti. Negli ultimi 15/20 anni, tuttavia, i rabbini della comunità hanno iniziato a adottare regole più severe, escludendo le famiglie con fedi diverse al loro interno e rendendo più difficile l’integrazione della crescente popolazione di ebrei laici. I rabbini, per esempio, hanno smesso di convertire i figli neonati di donne non ebree (pratica diffusa in Italia fino alla fine anni Novanta, chiamata “ghiur katan”, o piccola conversione) e reso più difficile la conversione dei non ebrei finalizzata al matrimonio con ebrei, ha raccontato Calimani, che è tra le persone che ritengono le autorità ebraiche responsabili di aver involontariamente allontanato le persone dalla comunità, specialmente gli ebrei laici e quelli sposati con partner di credo diverso. «La politica dei rabbini è stata un suicidio: credevano che i membri della comunità sarebbero dovuti essere pochi ma buoni, ma la loro idea non ha funzionato», ha detto Calimani. La dura politica sui matrimoni misti ha portato a un enorme allontanamento da parte dei giovani, ha raccontato Campos. Il tasso di matrimoni misti nella comunità ebrea italiana è sempre stato alto. Fino a 15/20 anni fa, però, per le coppie miste convertire il partner non ebreo o i figli era facile, mentre ora è molto più difficile, e le coppie miste fanno più fatica a integrarsi nella comunità. «Quasi tutti i giovani laici hanno una relazione con una persona non ebrea, e molti di loro abbandonano la comunità perché non si sentono benvenuti. Ma dal momento che trovare un partner ebreo in una comunità così piccola è quasi impossibile, i giovani osservanti si stanno trasferendo in Israele o a Milano, per vivere secondo uno stile di vita ortodosso», ha raccontato Campos, «ogni volta che torno a casa mi rattrista molto vedere come la comunità stia morendo».

La crisi della popolazione ebrea di Venezia riflette una tendenza più ampia nella città. Secondo l’ultimo censimento Venezia, che ha circa 260mila abitanti, sta perdendo in media mille persone ogni anno. La popolazione sta invecchiando e i giovani se ne vanno perché è difficile trovare lavoro in settori diversi dal turismo, a cui l’economia della città è sempre più legata. Sono arrivati ebrei dall’estero, grazie al movimento Chabad-Lubavitch e a Beit Venezia, un ente ebreo laico che offre programmi per la residenza di scrittori e artisti. Per alcuni potrebbe essere un modo per sopperire alla diminuzione della popolazione ebrea nativa. Gli ebrei stranieri però, che nella maggior parte dei casi provengono da Nord America e Israele, difficilmente vengono considerati membri della comunità e di solito non sono coinvolti nelle sue attività, nonostante negli ultimi tempi questa tendenza stia cambiando grazie all’arrivo del nuovo capo rabbino Shalom Bahbout, un uomo cosmopolita che a sua volta è immigrato dalla Libia.

Secondo Calimani celebrare il ghetto, un simbolo di segregazione, è particolarmente inappropriato in un’epoca in cui l’Europa fatica a far sentire le minoranze integrate e la comunità ebrea di Venezia sta diventando più piccola ed elitaria. «Dovremmo lottare per l’apertura e l’inclusione, il contrario di ciò che rappresenta il ghetto», ha detto Calimani, secondo cui l’Europa ha ancora un problema di segregazione geografica, anche se meno evidente che in passato. «Le banlieues sono i ghetti dell’era moderna, un luogo di difficoltà e discriminazione, anche se li chiamiamo in modo diverso», ha setto Calimani riferendosi alle difficili periferie operaie francesi, dove vivono immigrati e minoranze. Gli organizzatori dei festeggiamenti per il 500esimo anniversario del ghetto, tuttavia, sottolineano come il senso della ricorrenza sia celebrare l’apertura e non la segregazione. «È per questo che tutti gli eventi coinvolgono organizzazioni ebraiche e autorità laiche della città. Vogliamo coinvolgere tutti, ebrei e non ebrei, cittadini internazionali e italiani, membri della comunità e non», ha detto Shaul Bassi, il coordinatore del comitato per le celebrazioni dell’anniversario e direttore di Beit Venezia.

Bassi ha raccontato come tra il 1516 e il 1797 il ghetto fosse un «melting pot unico». Gli ebrei arrivavano da tutto il mondo, per sfuggire a condizioni di vita peggiori. Tra queste persone c’erano ebrei aschenaziti dall’Europa centrale, sefarditi dal Levante, marrano (famiglie obbligate a convertirsi al cristianesimo che mantenevano in segreto il loro credo ebraico) dalla Spagna e italiani. «Non celebriamo le mura del ghetto, ma la ricchezza e la diversità delle tradizioni culturali sbocciate al loro interno», ha detto Bassi. Anche Calimani concorda sul fatto che la vita ebraica all’interno del ghetto abbia prodotto «grandi risultati che meritano di essere ricordati, come la diffusione della stampa ebraica». Bassi ha raccontato che il programma dell’anniversario è stato accusato di essere rivolto più ai visitatori stranieri che agli ebrei di Venezia. «A volte capita di sentire degli anziani che ricordano con nostalgia la vecchia comunità ebrea veneziana, dove si parlava ancora il dialetto ebraico locale. Ma la verità è quel mondo non esiste più, e non sono sicura che l’abbiano capito tutti», ha raccontato Campos. «Per alcuni eventi ci sono stati più newyorchesi che veneziani interessati a partecipare. Non è per forza una cosa negativa. Le persone del posto non possono salvare la vita della comunità ebraica di Venezia da sole: non siamo abbastanza», ha detto Bassi, «l’internazionalizzazione è fondamentale per sopravvivere. Il ghetto, poi, nella storia è stato un posto molto internazionale. Sarebbe così negativo se tornasse a esserlo?»

© 2016 – Washington Post

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