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  • giovedì 17 Marzo 2016

La morte è un evento definitivo

E a farci i conti è una dei protagonisti del nuovo romanzo di Jonathan Coe Numero undici

Esce oggi per Feltrinelli Numero undici. Storie che testimoniano la follia, il nuovo romanzo di Jonathan Coe, lo scrittore inglese autore di molti libri di successo fra i quali La famiglia Winshaw, La casa del sonno, La banda dei brocchi e Disaccordi imperfetti.

Coe, utilizzando come di consueto la sua scrittura leggera e la capacità di descrivere la realtà britannica di questi anni, ambienta il libro (tradotto in italiano da Mariagiulia Castagnone) in Gran Bretagna fra il 2003 e il 2015, affrontando temi legati a questo periodo, come la guerra in Iraq, la crisi economica, i social network, i reality televisivi, lo sfruttamento dei lavoratori immigrati. Le protagoniste sono due ragazze, Rachel e Alison, e accanto a loro ricompaiono anche alcuni personaggi di La famiglia Winshaw, di cui questo libro rappresenta una specie di sequel.

Il libro sarà presentato, con la presenza dell’autore, a Firenze giovedì 17, alle grotte di Castellana (BA) venerdì 18, a Roma sabato 19, a Milano lunedì 21 e a Torino martedì 22 marzo.

Questo è il capitolo in cui a dieci anni Rachel, che si trova per qualche giorno in vacanza con Alison a casa dei nonni, descrive le sue sensazioni alla notizia della morte di David Kelly (lo scienziato britannico morto suicida nel 2003 dopo aver espresso dubbi sulla fondatezza delle prove esposte dal governo sul possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno e di conseguenza sulla necessità dell’intervento militare in Iraq), un evento che rappresenta per Rachel un momento di passaggio verso l’età adulta.

***

La morte è un evento definitivo. Può essere un’osservazione banale, ma quello che sto cercando di dire è che fu a Beverley, quella settimana, che per la prima volta capii davvero cosa volesse dire. Sì, dev’essere stata questa la vera ragione per cui non ho mai dimenticato la morte di David Kelly. Prima di allora non mi era mai capitato di pensare alla morte come a una realtà. In un certo senso, fu quello il primo decesso nella mia famiglia.
Fino a quel momento non sapevo niente della guerra con l’Iraq, ma ora era chiaro che qualcosa era cambiato, come se una linea di demarcazione fosse stata oltrepassata. Una persona di valore era morta e niente poteva riportarla in vita. E il nostro primo ministro (era a lui che il nonno aveva alluso, ora lo capivo) aveva le mani sporche di sangue.
“Si può dire tutto di lei,” mi confidò il nonno. “Ma la signora Thatcher non avrebbe mai permesso che capitasse una cosa del genere. Era una gran donna.”
“Ancora con quell’arpia?” commentò la nonna, mentre stavamo lavando i piatti. “Come vorrei che cambiasse musica.”
Per una ragione o per l’altra stava sempre a criticare il nonno, eppure sembravano molto più legati di quanto non fossero mai stati mia madre e mio padre. A quell’epoca, i miei genitori si erano già separati. La vacanza che avevano fatto senza di me, quando mio fratello e io eravamo stati mandati a Beverley, era stato l’ultimo disperato tentativo di rappezzare la situazione. Inutile dire che non aveva funzionato, tanto che poco dopo le loro strade avevano preso direzioni diverse. Mi colpiva il fatto che il nonno non perdesse di vista un attimo la nonna e protestasse quando la vedeva impegnata in qualche attività a suo giudizio troppo faticosa.
“Ma la nonna è stata malata?” gli chiesi una volta, all’inizio del nostro soggiorno.
“Perché me lo domandi?” disse, senza alzare gli occhi dal cruciverba del “Telegraph”.
“Non so. Non le lasci fare mai niente. Anche la mamma era così con me l’anno scorso, quando ho avuto la varicella.”
A questo punto mi guardò. “Qualche settimana fa ha avuto… un piccolo malore e il dottore mi ha detto di tenerla d’occhio.”
Questo modo di mettere le cose era tipico del nonno, ora lo so. Quello che aveva definito “un piccolo malore” era stato in realtà una crisi epilettica, in seguito alla quale la nonna era finita in ospedale (dopo un’attesa di quattro settimane) per sottoporsi a una Tac al cervello. Ora stavano aspettando i risultati, ma entrambi sapevano che avrebbero potuto ricevere cattive notizie. La spiegazione più plausibile della crisi epilettica era la presenza di un tumore alla testa, un glioma che spesso portava alla morte nel giro di sei mesi.
Ovviamente a quel tempo tutto questo mi sfuggiva. Non sapevo che l’ombra della morte, con tutta la sua terribile inevitabilità, era arrivata all’improvviso, senza essere invitata, e incombeva su di loro. Ma di qualcosa mi ero accorta: avevo notato che il nonno e la nonna sembravano più vicini di qualsiasi altro adulto di mia conoscenza, e questa loro intimità si manifestava non solo sotto forma di un bisogno costante di contatto fisico, del rifiuto di perdere di vista l’altro per un solo attimo, ma anche come uno stato perenne di – mi si conceda il termine – affettuosa irritazione. Quasi tutto quello che l’una diceva all’altro toccava un nervo scoperto, provocava uno spasmo di petulanza, il che era solo la dimostrazione dello stato d’ansia quasi insopportabile in cui entrambi vivevano, della rinnovata consapevolezza di un amore a cui la prospettiva della perdita aveva ridato vigore.
Come ho detto, allora non mi rendevo conto di niente, limitandomi a cogliere solo quello che saltava all’occhio. Quello che mi infastidiva di Alison, durante i primi giorni del nostro soggiorno, era vederla così insensibile a ciò che le succedeva attorno. Un pomeriggio in cui i miei nonni stavano prendendo il tè in giardino, con le mani allacciate nello spazio tra le sedie che occupavano, lei osservò: “Guarda quei due. Speriamo di non diventare come loro”. Inoltre, non perdeva mai occasione di sottolineare quanto le sembrassero decrepiti.
Mi resi conto ben presto che non avevamo molto in comune; erano le nostre madri a essere davvero amiche, non noi due. A scuola non stavamo insieme tanto spesso da innervosirci, ma qui, dove dividevamo non solo la casa, ma persino la camera da letto, il nostro rapporto si era fatto teso. Un’altra cosa che mi esasperava era il modo che aveva di captare quello che provavo e farlo suo. La morte di David Kelly ne era un esempio.
“Che cosa stai facendo?” mi chiese il sabato mattina dopo la prima colazione, scovandomi in soggiorno mentre cercavo di decifrare il “Daily Telegraph” del nonno.
Non ci voleva molto a capire quello che stavo facendo. “Sto leggendo il giornale.”
“Da quand’è che ti interessi a quello che succede nel mondo?”
“Ma tu lo sapevi che c’è stata una guerra negli ultimi mesi?”
“Certo,” rispose Alison. “Ma di guerre ce ne sono sempre. La mamma dice che le guerre sono stupide e che il mondo è pieno di gente stupida.”
“Be’, questa volta non abbiamo avuto scelta. Siamo stati obbligati a farla perché l’Iraq aveva puntato verso di noi delle armi nucleari che avrebbero potuto distruggerci in quarantacinque minuti.”
“Ma smettila. Chi l’ha detto?”
“Tony Blair.”
Per la prima volta Alison rivelò un barlume di interesse. Indicò la prima pagina del giornale e disse: “E questo tizio chi è, allora?”.
Le spiegai chi era David Kelly – almeno per quanto sapevo – riassumendole le circostanze della sua morte. A metà del racconto, peraltro piuttosto ingarbugliato, mi accorsi che, ancora una volta, Alison stava perdendo interesse. E tuttavia percepiva che ero turbata da quella storia e voleva condividere la mia inquietudine, sia per sentirsi più vicina a me, sia per appropriarsene, per farla diventare sua. Così si concentrò su un particolare: la scoperta del corpo di Kelly appoggiato al tronco di un albero in quell’angolo remoto di una collina boscosa.
“Wow, che fifa!” esclamò, travisando l’intera faccenda, almeno dal mio punto di vista. “Pensa un po’. Una mattina esci a fare una passeggiata, che so, magari porti a spasso il cane, e all’improvviso… ti trovi davanti quello, giusto dove stai passando.”
“Nessuno sa perché l’ha fatto,” osservai. “Il nonno dice che è colpa di Tony Blair, ma lui comunque detesta Tony Blair…”
A Alison, però, questo risvolto non interessava. Lei voleva solo parlare di quell’unica immagine, che nella sua mente si era trasformata nella scena di un film horror.
“Cazzo,” disse. “Potrei morire di paura. Trovarsi davanti un cadavere, lì, in mezzo al nulla.”
La guardai, assalita da un’improvvisa ondata di odio. Aveva pronunciato ancora quella parola e in casa dei nonni, per giunta. Volevo dire qualcosa ed ero furiosa perché non mi venivano le parole. Ero una vigliacca. Una cacasotto.

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