Donald Tusk e David Cameron durante i colloqui di stanotte. (Olivier Hoslet, Pool Photo via AP)
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  • venerdì 19 Febbraio 2016

I colloqui tra Regno Unito e Unione Europea

A Bruxelles si sta cercando un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell'UE, da sottoporre poi a un referendum tra i britannici, forse già in estate

di Tim Haughton - Washington Post
Donald Tusk e David Cameron durante i colloqui di stanotte. (Olivier Hoslet, Pool Photo via AP)

Il Regno Unito rimarrà nell’Unione Europea? Gli euroscettici all’interno del Partito Conservatore britannico criticano da decenni l’adesione del Regno Unito all’UE, attaccando quelle che considerano norme che interferiscono con l’attività delle imprese, l’erosione della sovranità popolare e l’immigrazione dagli altri stati membri. Per questo motivo, nel tentativo di tenere unito il suo partito, il primo ministro conservatore David Cameron ha promesso una rinegoziazione dell’adesione all’UE del Regno Unito seguita da un referendum.

I negoziati vanno avanti ormai da settimane e questa notte David Cameron ha discusso fino alle 5.30 con Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, allo scopo di trovare un nuovo accordo sulla presenza del Regno Unito che il governo Cameron possa poi sottoporre agli elettori britannici. Lasciando i colloqui nelle prime ore del mattino, Tusk ha detto che «c’è ancora molto lavoro da fare». I colloqui dovrebbero ricominciare oggi alle 9 del mattino. Tusk ha aggiunto che comunque stanotte sono stati fatti dei progressi.

Dopo un intenso periodo di viaggi diplomatici in diversi paesi, Cameron qualche settimana fa aveva annunciato la bozza di un accordo tra il Regno Unito e gli altri 27 stati membri dell’UE sulle nuove condizioni dell’adesione britannica. Cameron spera di concludere l’accordo in questi giorni, cosa che spianerebbe la strada per un referendum quest’estate. Sei fattori saranno decisivi per decidere se il Regno Unito rimarrà nell’Unione Europea.

1. L’elaborata strategia di persuasione di David Cameron

Cameron sta giocando una complicata partita su due fronti. Da un parte deve convincere gli altri capi di governo dell’UE ad accettare un accordo: molti di loro vogliono che il Regno Unito continui a far parte del club, mentre altri si oppongono ad alcune richieste di Cameron, in particolare al progetto di limitare alcuni dei benefici di cui godono i cittadini dell’UE che lavorano nel Regno Unito. Ai vertici europei niente è deciso finché non sono tutti d’accordo. Per questo motivo, in cambio del sostegno a qualsiasi piano di Cameron, uno o più capi di governo proveranno a strappare qualche concessione secondaria su un tema completamente slegato dall’adesione all’UE del Regno Unito, per accontentare qualche gruppo politicamente importante o lobby nei loro paesi. Nel migliore dei casi, la decisione sarà ritardata fino al successivo vertice UE, ma nel peggiore l’intero accordo sarà compromesso.

Sull’altro fronte, una volta firmato l’accordo, Cameron dovrà convincere gli elettori britannici che si tratta di un buon accordo. La sua strategia comprende altri viaggi diplomatici, il vertice UE, e gli accenni delle ultime settimane al fatto che potrebbe non firmare un accordo se non dovesse ottenere sufficienti concessioni dal resto dell’Unione Europea. Il tutto è stato concepito per persuadere gli elettori britannici del fatto che Cameron sia riuscito a strappare concessioni significative: Cameron sta cercando di raccontare la storia di un successo sudato e importante.

2. La coesione del Partito Conservatore

Pubblicamente, Cameron ha detto che gli obiettivi del referendum sono difendere gli interessi nazionali e dare ai cittadini britannici la possibilità di dire la loro sull’adesione all’UE. Ma quando nel 2013 promise per la prima volta di tenere un referendum sulla permanenza nell’Unione Eurpea, Cameron stava tentando di far sì che le divisioni interne nel Partito Conservatore sull’Europa non fossero il tema centrale nel periodo di avvicinamento all’elezione del maggio 2015.

Molti parlamentari conservatori di secondo piano faranno campagna elettorale a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE. Ma i sostenitori dell'”uscita” sperano di poter contare su una stella di prima grandezza. Secondo recenti voci, il segretario di stato per la giustizia Michael Gove, il segretario per gli affari interni, Theresa May, il sindaco di Londra Boris Johnson e altri membri del governo potrebbero fare campagna a favore dell’uscita dall’UE. Il loro obiettivo potrebbe essere anche farsi conoscere allo scopo di diventare leader del partito quando Cameron si dimetterà. Essere la “faccia” della campagna a favore dell’uscita sarebbe per loro una dimostrazione di coraggio e gli permetterebbe di guadagnare consensi tra gli iscritti al partito conservatore, tradizionalmente euroscettico.

Tuttavia, un recente studio condotto da Tim Bale e alcuni suoi colleghi della Queen Mary University di Londra sostiene che la maggior parte dei sostenitori del partito deciderà sulla base dei termini finali dell’accordo che Cameron riuscirà a ottenere a Bruxelles.

3. È un referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE, o su Cameron e il suo governo?

Anche se sulla scheda elettorale ci sarà un quesito specifico, gli elettori useranno il referendum per esprimere la loro frustrazione o soddisfazione verso il governo in carica. Questo, almeno, è quello che è successo con i precedenti referendum sull’UE in Europa. Questo referendum è strettamente legato a Cameron, soprattutto perché sarà lui a ottenere un accordo con i suoi omologhi dell’UE.

Il Partito Laburista all’opposizione dovrebbe essere a stragrande maggioranza favorevole alla permanenza in UE, ma gli elettori tradizionali del partito potrebbero essere meno inclini ad andare alle urne per votare a favore dell’accordo di Cameron.

Prima delle ultime elezioni, Cameron aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato a un terzo mandato. Quasi sicuramente una sconfitta al referendum metterebbe prematuramente fine alla permanenza di Cameron a Downing Street. La consapevolezza che il destino di Cameron è legato al successo o al fallimento del referendum potrebbe convincere alcuni degli oppositori all’interno del suo partito a votare a favore dell’uscita dall’UE, per rimuoverlo dall’incarico.

4. L’opinione pubblica può essere volubile

Cameron ha affidato la decisione finale sulla permanenza del Regno Unito nelll’UE agli imprevisti di una campagna per un referendum. L’opinione pubblica, forse alimentata dalle critiche della stampa sulla sua bozza di accordo, sembra essere orientata a favore dell’uscita dall’UE. Ma l’opinione pubblica è volubile. Quando la campagna elettorale vera e propria inizierà, la tendenza potrebbe invertirsi velocemente, soprattutto quando una serie di politici moderati e importanti imprenditori inizieranno a mettere in guardia gli elettori dalle conseguenze ignote e spaventose legate all’uscita dall’UE.

Gli elettori britannici sono tra i più euroscettici dell’Unione Europea. A esclusione di alcuni eurofobici irriducibili, la grande maggioranza è composta da quelli che Paul Taggart e Aleks Szczerbiak della Sussex University definiscono “euroscettici soft”: non amano molto l’UE, ma allo stesso tempo un’uscita dall’UE non è in cima alle loro priorità. Molto dipenderà quindi da quanto i sostenitori della permanenza in UE saranno bravi a mobilitare gli elettori “tiepidi” il giorno del referendum.

5. Eventi

Si dice che quando un giornalista gli chiese quale fosse la più grande difficoltà che dovesse affrontare, l’ex primo ministro britannico conservatore Harold MacMillan rispose: «Gli eventi, ragazzo mio, gli eventi».

Vista la grande fluidità dell’opinione pubblica, il risultato potrebbe dipendere da una serie di eventi esterni. L’arrivo di un altro grande flusso di migranti in Europa, un attacco terroristico, un rallentamento dell’economia globale, un peggioramento della crisi dell’Eurozona, persino il brutto tempo il giorno del voto. Uno qualsiasi di questi eventi potrebbe risultare decisivo. Se il referendum si terrà il 23 giugno, come largamente atteso, il destino dell’adesione del Regno Unito all’UE potrebbe addirittura dipendere dai risultati dell’Inghilterra ai prossimi campionati europei di calcio, come ha fatto notare Dan Hough della Sussex University: gli inglesi giocheranno infatti una partita potenzialmente decisiva contro la Slovacchia solo tre giorni prima. Se l’Inghilterra dovesse abbandonare gli europei, anche le possibilità che il Regno Unito abbandoni l’UE aumenterebbero.

6. Tempismo

Il tempismo potrebbe essere cruciale. Cameron preferirebbe tenere il referendum il prima possibile. Vorrebbe che il suo governo si dedicasse ad altre questioni, e vorrebbe mettere da parte definitivamente le divisioni all’interno del suo partito. Più tardi si terrà il referendum, più i conservatori euroscettici prenderanno l’abitudine di criticare il loro leader in pubblico, e più probabile sarà che un evento imprevisto possa far deragliare la campagna.

La prima ministra della Scozia, Nicola Sturgeon, ha criticato la possibilità di tenere il referendum a giugno, lamentandosi del fatto che un voto in quel periodo interferirebbe con le elezioni per il parlamento scozzese di maggio. Sturgeon in sostanza sostiene che il Regno Unito non rispetti abbastanza le elezioni scozzesi. Ma è una mossa strategica: gli scozzesi secondo i sondaggi al referendum voteranno per rimanere nell’UE. Se il resto del Regno Unito li dovesse sovrastare votando per l’uscita, Sturgeon potrà sostenere che Londra non si interessa della Scozia, e spingere per un altro referendum sull’indipendenza scozzese, che i nazionalisti vincerebbero sicuramente.

La promessa di Cameron di tenere un referendum è stata un azzardo, pensato per favorire la sua vittoria alle elezioni politiche del 2015. Ora ha legato il suo futuro e quello del Regno Unito in Europa al risultato del referendum. Il referendum potrebbe provocare diverse rotture: tra Regno Unito e Europa, all’interno del Partito Conservatore e addirittura la rottura del Regno Unito. La posta in gioco non potrebbe essere più alta.

© 2016 – Washington Post