Il patriarca di Mosca Kirill nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, il 7 gennaio 2016. (Natalia Kolesnikova/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 8 Febbraio 2016

Perché l’incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill è importante

Per la prima volta un pontefice incontrerà un patriarca della chiesa russa, a Cuba: ma sul significato dell'incontro circolano opinioni opposte

Il patriarca di Mosca Kirill nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, il 7 gennaio 2016. (Natalia Kolesnikova/AFP/Getty Images)

Il 12 febbraio Papa Francesco incontrerà il Patriarca di Mosca Kirill, cioè il capo della Chiesa ortodossa russa. L’incontro avverrà all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana, a Cuba, dove il Papa farà scalo nel suo viaggio verso il Messico e il Patriarca sarà in visita ufficiale. È la prima volta nella storia che un pontefice incontra un patriarca di Mosca: il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto che sono serviti due anni di dialoghi per preparare l’evento e che Cuba è stata scelta perché rappresenta un luogo “neutro” ma significativo per entrambe le chiese, lontano dai territori europei dove sono avvenuti i conflitti tra le diverse confessioni cristiane.

Il Papa e il Patriarca avranno un colloquio privato di due ore, firmeranno una dichiarazione congiunta e poi saranno raggiunti dal presidente cubano Raúl Castro, che accompagnerà Bergoglio all’aereo per Città del Messico. Il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha detto che Francesco e Kirill parleranno in particolare della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e in alcune regioni dell’Africa.

Che cosa sono i patriarcati ortodossi

La divisione ufficiale tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa risale al 1054, quando avvenne quello che nella storiografia occidentale è chiamato “Scisma d’Oriente” e dagli ortodossi è detto “Scisma dei latini” o “Scisma d’Occidente”. Anche se da tempo i riti delle due Chiese si erano differenziati, fu con la scomunica che papa Leone IX lanciò al patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario – e con il reciproco anatema – che i cristiani occidentali e quelli orientali si separarono. La principale ragione della divisione era che la Chiesa ortodossa non riconosceva il primato del vescovo di Roma, cioè il papa, sui quattro patriarcati orientali che si dividevano i territori dell’Impero romano d’Oriente.

Secondo la tradizione, nel 988 Vladimiro, Gran Principe di Kiev, si convertì al cristianesimo. Con lui divennero cristiane le popolazioni che abitavano il regno della Rus’ di Kiev, corrispondente a parte delle attuali Ucraina, Bielorussia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia, e della Russia europea. Dopo lo Scisma d’Oriente, questi cristiani restarono legati al Patriarcato di Costantinopoli (l’odierna Istanbul). Nel 1589 Mosca divenne sede di un patriarcato che si aggiunse a quelli di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme. Ognuno di essi è “autocefalo”: i patriarchi non riconoscono autorità religiose a loro superiori, anche se il Patriarcato di Costantinopoli detiene un primato d’onore e il titolo di “ecumenico”. Nei secoli sono nati altri quattro patriarcati legati a quello di Costantinopoli: quello di Georgia, quello dei Serbi, quello di Romania e quello di Bulgaria. Esiste un patriarcato anche in Montenegro, ma il Patriarcato dei Serbi non lo riconosce.

Oggi il Patriarcato russo-ortodosso è quello che conta il maggior numero di fedeli: due terzi dei circa duecento milioni di cristiani ortodossi nel mondo. Kirill è patriarca dal 2009, quando è succeduto ad Alessio II. Da metropolita (titolo superiore a quello di arcivescovo nella Chiesa russa) Kirill ha consacrato le prime chiese russo-ortodosse di Roma e di Cuba. Nel 2006 e nel 2007, quando era ancora metropolita, Kirill incontrò papa Benedetto XVI a Roma.

Le ragioni di contrasto tra la Chiesa cattolica e il Patriarcato di Mosca

Nonostante l’adesione della Chiesa russa alla dottrina ortodossa dopo lo Scisma d’Oriente, alcune comunità che abitavano i territori un tempo sotto il regno della Rus’ di Kiev restarono legate alla Chiesa cattolica, in particolar modo nelle zone sotto l’influenza polacca. Per tenere legate a sé queste Chiese, che seguono il rito liturgico orientale nelle celebrazioni religiose, il papato creò lo statuto speciale di “Chiese sui iuris”; oggi esistono 23 diverse Chiese di questo tipo, tra cui anche la Chiesa cattolica copta, presente in Egitto e in Sudan.

Per indicare i cattolici della Chiesa greco-cattolica ucraina e della Chiesa greco-cattolica rutena – anch’essa si trova in Ucraina – fu coniata l’espressione “uniatismo”: il termine deriva da una decisione presa nel 1596, l’Unione di Brest, con cui un metropolita ucraino ruppe le relazioni con il Patriarcato di Costantinopoli per sottomettersi alla giurisdizione del papa. Successivamente, il termine assunse una connotazione negativa, dato che gli ortodossi ritenevano i fedeli di queste Chiese dei traditori.

Giovanni Paolo II, che era polacco, appoggiò molto i cattolici orientali ucraini durante il suo pontificato, e inasprì le relazioni con il Patriarcato di Mosca anche fondando alcune diocesi cattoliche in Russia. Nel 1995 si disse disponibile a discutere le forme di esercizio del primato del papa nell’enciclica Ut unum sint, ma non vi furono progressi nell’avvicinamento con le Chiese ortodosse.

Nel 1993 il Documento di Balamand, redatto dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, suggerì che le Chiese “uniate” dovessero continuare a esistere, ma che il metodo di costruire l’unità tra le diverse confessioni attraverso le unioni parziali fosse superato e incompatibile con l’ecumenismo, che cerca di riunire i cristiani a partire dai punti in comune. Tuttavia, né la Chiesa cattolica, né la maggioranza delle Chiese ortodosse accettarono questo documento perché giudicato troppo severo o troppo permissivo. Lo stesso avvenne anche con l’analogo Documento di Baltimora del 2000.

Il 30 novembre del 2014, intervistato da un giornalista russo su un volo da Istanbul a Roma, Papa Francesco disse di considerare l’uniatismo un concetto “di un’altra epoca”, riprendendo la concezione del Documento di Balamand. L’incontro del 12 febbraio sembra essere la conseguenza di questo atteggiamento del nuovo papa. Tuttavia, la questione delle Chiese ucraine resta un argomento delicato: sul sito del Patriarcato, nel comunicato dedicato all’annuncio dell’incontro tra Kirill e il Papa, è scritto che le divergenze “sull’uniatismo” restano una “ferita aperta” tra la Chiesa di Mosca e il Vaticano.

I rapporti tra Russia e Vaticano

Secondo lo storico Alberto Melloni, esperto di storia del cristianesimo e in particolare del Concilio Vaticano II, intervistato dal New York Times, la scelta di Cuba come sede dell’incontro ha delle implicazioni geopolitiche. Il Patriarcato di Mosca è allineato con il governo di Mosca, spiega Melloni, e l’incontro è stato molto probabilmente autorizzato da Vladimir Putin; secondo Melloni l’incontro è importante per Putin soprattutto alla luce dell’isolamento a cui è stata sottoposta la Russia negli ultimi anni da parte della comunità internazionale, soprattutto dopo la crisi ucraina.

Per il vaticanista Sandro Magister, il Patriarca Kirill, che lo scorso dicembre ha sollevato dal suo incarico l’arciprete Vsevolod Chaplin, ex capo del Dipartimento sinodale per i rapporti tra la Chiesa e la società e “teorizzatore della ‘guerra santa’ della Russia in Siria”, vuole rendere invece la Chiesa russa più autonoma dal governo di Putin e “ottenere per sé una credibilità e un profilo carismatico da leader spirituale mondiale”.