(AP Photo/Santi Palacios)
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  • sabato 2 Gennaio 2016

I migranti che tornano indietro

Il governo iracheno dice che in migliaia stanno cercando di rimpatriare: molti erano scappati per motivi economici e stanno tornando volontariamente, altri sono stati respinti

di Loveday Morris – Washington Post
(AP Photo/Santi Palacios)

Faisal Uday Faisal, un ragazzo iracheno di 25 anni, è uno dei numerosi migranti che dopo aver compiuto un lungo e pericoloso viaggio fino in Europa ha deciso di ritornare nel suo paese. È partito in settembre da Baghdad – dove ha lasciato un posto da inserviente al Ministero dell’Educazione – e da due mesi si trova in Svezia: ora però ha chiesto a suo padre dei soldi per tornare indietro perché deluso dalla sistemazione. Il caso di Faisal non è isolato: solamente in novembre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – una rispettata ONG internazionale – ha aiutato 779 profughi iracheni a ritornare nel loro paese, il doppio di quelli che aveva aiutato ad ottobre. Sono cifre che però non tengono conto di quelli come Faisal, che sono riusciti a ritornare con i propri mezzi. Secondo la Caritas europea, 35mila persone di varie nazionalità hanno lasciato più o meno volontariamente l’Europa nel corso del 2015 e altri 17mila sono stati espulsi.

Alcuni di loro hanno deciso di tornare indietro perché confusi dalle pratiche per richiedere asilo, altri sono rimasti delusi dalle scarse opportunità di lavoro, si sono resi conto di non voler vivere lontano dai loro paesi o hanno visto respinte le loro domande di asilo. Parlando dei due mesi trascorsi in un centro per rifugiati a Malmö, in Svezia, Faisal racconta che «era tutto molto noioso e il cibo così cattivo che non lo avrebbe mangiato nemmeno un gatto. Ho scoperto che l’Europa è solo un’idea: la realtà non diversa da Bab al Sharji», dice riferendosi a un mercato di Baghdad.

Alcuni di coloro che ritornano in Iraq non stavano fuggendo da un pericolo, ma secondo le ONG altri sono legittimi richiedenti asilo scoraggiati dall’irrigidimento delle regole europee nell’ultimo anno. Faisal, comunque, non è uno di questi. Racconta di essersi inventato una storia a proposito di alcune minacce ricevute dalle milizie irachene: «Se fossi stato davvero in pericolo, non sarei ritornato«, spiega. Faisal ammette di essere un migrante economico, una categoria che le autorità europee cercano di separare da coloro che scappano da violenze e persecuzioni. Il padre di Faisal. Uday Faisal Mohee, racconta come suo figlio, dopo aver speso circa ottomila dollari per lasciare l’Iraq, gli ha chiesto altro denaro per tornare indietro: «Gli manca casa, dove era servito e riverito», racconta Uday.

Secondo il portavoce del ministro della Migrazione iracheno Sattar Nowruz migliaia di iracheni sono ritornati nel loro paese come ha fatto Faisal, e altri migliaia sono pronti a intraprendere lo stesso cammino. La ambasciate irachene in giro per l’Europa sono impegnate e preparare centinaia di documenti di emergenza per permettere ai loro connazionali il ritorno in Iraq. Circa 80mila persone sul totale di un milione di migranti arrivati in Europa nel corso del 2015 provengono dall’Iraq: cioè circa l’8 per cento. Nowruz dice che molti giovani iracheni sono stati incoraggiati a partire dalle immagini televisive che mostravano migliaia di migranti attraversare i Balcani.

Il caso di Faisal non è solamente indicativo di una tendenza: diverse ONG umanitarie spiegano che migranti come Faisal rendono più difficile ottenere asilo politico per quelle persone che sono davvero in fuga dalla violenza. Il sistema di gestione delle richieste d’asilo, infatti, è in difficoltà in quasi tutti i paesi europei e non riesce a gestire l’altissimo numero di richieste che sono state presentante nel corso dell’anno. Pratiche caotiche e altre incertezze spesso spingono anche i veri rifugiati in fuga dalle atrocità dell’ISIS (o Stato Islamico) a lasciare l’Europa e a ritornare nei campi profughi in Turchia o Iraq, come ha fatto per esempio Ibrahim Abdullah, 42 anni e membro della minoranza Yazida perseguitata dall’ISIS, dopo aver atteso per quattro mesi che la sua domanda d’asilo venisse accolta in Germania.

©Washington Post 2016