Il tasso di cambio applicato da un negozio a Buenos Aires, in Argentina. (EITAN ABRAMOVICH/AFP/Getty Images)

Cos’è successo al peso argentino?

Giovedì ha perso circa il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro, ma era tutto previsto: è stata una decisione del nuovo governo per liberalizzare l'economia

Il tasso di cambio applicato da un negozio a Buenos Aires, in Argentina. (EITAN ABRAMOVICH/AFP/Getty Images)

Il peso, la moneta nazionale dell’Argentina, ha perso giovedì 17 dicembre circa il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro: se fino a mercoledì per comprare un dollaro servivano più o meno 9 peso, da ieri ne servono circa 13. Una svalutazione di queste dimensioni è un fatto importante ma non ha sorpreso nessuno, è la conseguenza di una misura annunciata dal neo eletto presidente dell’Argentina Mauricio Macri. Fra le promesse elettorali di Mauricio Macri c’era quella di ristabilire un regime di “cambi flessibili”, in cui sostanzialmente è il mercato a decidere quanto una moneta vale rispetto a un’altra, invece che una decisione per così dire “artificiale” del governo come era stato durante gli anni di governo di Kirchner. La maggioranza degli analisti si aspettavano una svalutazione del peso di circa il 30 per cento una volta che fosse stata formalizzata questa decisione e così è stato: sostanzialmente il valore del peso era stato tenuto del 30 per cento troppo alto dalle misure restrittive del governo Kirchner.

Cristina Kirchner è stata presidente dell’Argentina dal 2007 al 2015 e prima di lei era stato in carica il marito, Nestor Kirchner, dal 2003 al 2007, e durante questi anni l’economia del paese è stata fortemente influenzata dall’intervento statale. Per quanto riguarda il peso, Kirchner aveva istituito nel 2011 delle misure che rendevano quasi impossibile per gli argentini comprare dollari. Il regime di scambio era sostanzialmente a “cambio fisso”, cioè con un valore di scambio tra peso e dollaro deciso dallo stato, che non poteva essere cambiato secondo i normali principi di mercato di domanda e offerta: la stessa cosa è stata fatta per molti anni dalla Cina con lo yuan, per esempio. Il regime di “cambio fisso” in cui il valore del peso era tenuto artificialmente ad un livello molto alto permetteva al governo di mantenere un alto livello di inflazione senza che questo avesse troppi effetti sul valore del peso rispetto alle altre monete. Questo tuttavia rendeva molto difficile per le aziende argentine esportare i loro prodotti – se il prezzo del peso è alto rispetto alle valute estere è meno conveniente per gli stranieri comprare cose prodotte in argentina pagandole in peso – e inoltre la difficoltà a scambiare i peso in dollari rendeva le cose complicate anche a chi doveva importare prodotti da lavorare e componenti da assemblare.

L’Argentina ha avuto un’inflazione molto alta negli ultimi anni, che è arrivata anche al 40 per cento su base annua: vuol dire che con le stesse banconote si riusciva a comprare il 40 per cento (quasi la metà) in meno delle cose, rispetto all’anno precedente. Normalmente se l’inflazione è alta, una moneta perde valore – cioè si svaluta – anche rispetto a quelle di altri paesi del mondo, dove l’inflazione è bassa; se invece lo stato non permette alle persone di scambiare liberamente la moneta nazionale con le altre, riesce ad evitare che si svaluti rispetto a queste. Mantenendo alto il prezzo del peso era dunque possibile per il governo Kirchner ripagare il debito pubblico contratto con investitori stranieri (e quindi in monete straniere) pagando di meno: questo “trucchetto” tuttavia aveva fatto perdere negli anni credibilità al governo argentino e la decisione di Macri potrebbe essere stata determinata anche dalla volontà di cambiare l’immagine internazionale del suo paese.